Il Mondiale del 2026 sarà una “valanga di sportwashing”, diceva lo scorso aprile Sport and Rights Alliance (SRA), un’organizzazione umanitaria legata ad Amnesty International, Human Rights Watch, Reporters Without Borders e Football Supporters Europe. Che la Coppa del Mondo di quest’anno sia l’ennesimo caso di sportwashing di questi ultimi anni, nel solco delle precedenti edizioni in Qatar e Russia, è un’opinione largamente diffusa, al punto da essere ormai considerata un dato di fatto. Eppure, se volessimo fare un’analisi critica dovremmo riconoscere che non è proprio così, anzi è forse l’esatto opposto.
Urge una premessa, prima di proseguire: le violazioni dei diritti umani commesse nell’ultimo anno e mezzo dal governo di Donald Trump sono innegabili, così come il caos dei visti per il Mondiale, conseguenza diretta delle paranoiche politiche migratorie statunitensi. Non si può negare che questo evento sia circondato da trame politiche nefaste, non ultima la sanguinosa e insensata guerra in Iran, ma ciò non è sufficiente a tirare in ballo l’etichetta dello sportwashing. Un’ulteriore premessa che va fatta è che ovviamente, di per sé, questo termine è ambiguo, semplificatorio, e porta spesso con sé un atteggiamento etnocentrico: il Qatar e l’Arabia Saudita fanno sportwashing, ma la Francia di Macron (uno dei politici europei che sta sfruttando maggiormente il calcio per rafforzare il proprio brand personale)o la Norvegia fanno, al massimo, sport diplomacy, un’espressione molto più morbida e priva di implicazioni negative. Questo è un argomento che può essere approfondito meglio in alcuni miei vecchi articoli: qui e qui.
Lo sportwashing rappresenta l’utilizzo dello sport da parte di un governo (generalmente autoritario) con il fine di migliorare la propria immagine internazionale. Il termine è stato utilizzato per la prima volta nel 2015 dall’attivista Rebecca Vincent per denunciare l’organizzazione dei Giochi Europei da parte dell’Azerbaijan di Ilham Aliyev. L’Azerbaijan era un paese ricco ma marginale, nella politica globale, con un governo illiberale accusato di diverse violazioni dei diritti umani. Ma, in quel momento, il regime di Aliyev stava cercando di organizzare eventi sportivi di rilevanza internazionale per mostrare al mondo il proprio volto migliore, minimizzando le critiche che riceveva per le sue politiche. Ovviamente, lo sportwashing precede la nascita della parola che lo identifica: uno dei primi esempi è stato, come sappiamo, il Mondiale di calcio del 1934 nell’Italia fascista.
Ma la definizione di sportwashing non calza affatto bene al Mondiale del 2026, almeno per quanto riguarda gli Stati Uniti, cioè il principale paese ospitante. Come possiamo dire che, alla luce di quello che è accaduto anche solo nella settimana precedente al calcio d’inizio, gli USA di Trump stiano cercando di mostrare al mondo il proprio volto più positivo? È piuttosto vero il contrario. L’esclusione di numerosi tifosi, così come di dirigenti sportivi, giornalisti e addirittura di un arbitro, rappresenta un caso unico nella storia della Coppa del Mondo, e non c’è nessuno che possa considerarlo sotto una qualche luce potenzialmente positiva. A peggiorare le cose, le autorità statunitensi si stanno coprendo di ridicolo a causa delle bislacche motivazioni per le mancate concessioni dei visti. Nei casi dell’arbitro somalo Omar Artan e del calciatore iracheno Aymen Hussein (ammesso solo dopo sette ore di interrogatorio) sembrano esserci stati dei clamorosi errori di persona, mentre in quello del difensore marocchino Zakaria El Ouahdi sembra che il ritardo nella concessione del visto sia stato dovuto alla “sospetta” barba lunga del padre.

La situazione dell’Iran è quella che ha probabilmente le motivazioni più chiare, ma è evidente a tutti che il comportamento dell’organizzazione nei confronti della squadra asiatica è inaccettabile. Gli Stati Uniti hanno prima aggredito l’Iran, commettendo quelli che oltre 100 esperti di diritto internazionale considerano dei crimini di guerra, e poi hanno iniziato a fare di tutto per danneggiare la squadra iraniana nella sua esperienza al Mondiale, costringendola addirittura a trasferire la propria base in Messico pochi giorni prima del debutto. Il regime iraniano ha una pessima reputazione internazionale, anche tra le persone tendenzialmente critiche verso Trump e gli Stati Uniti, ma in questi ultimi mesi è riuscito a guadagnarsi molte simpatie proprio a causa delle azioni degli USA e di Israele. E il trattamento indecoroso ricevuto dalla squadra iraniana, con la complicità della FIFA, non ha fatto che rinforzare questo sentimento.
Non solo, quindi, gli Stati Uniti non stanno riuscendo a migliorare la propria immagine internazionale grazie al Mondiale, ma stanno addirittura facendo un favore involontario alla propaganda del loro principale nemico. Si potrebbe obiettare che, semplicemente, ci troviamo davanti a un tentativo di sportwashing fallimentare. Non sarebbe la prima volta che accade qualcosa del genere: nel 1980, il regime uruguayano organizzò il Mundialito con l’evidente obiettivo di trarne un vantaggio in termini di propaganda, e invece il torneo divenne un inaspettato palcoscenico per le proteste popolari, propiziando la caduta della dittatura. Ma niente di tutto ciò che ha fatto e detto Trump da quando è tornato alla Casa Bianca a proposito del Mondiale lascia pensare che ci sia stata anche la minima volontà di trasmettere un’immagine positiva della sua amministrazione.
Anzi, a volte sorge pure il dubbio che, anche in ambito extra-sportivo, Trump non abbia alcuna intenzione di apparire come una figura positiva, ma che quasi provi piacere nel mostrarsi come un personaggio estremamente severo, ostile e rabbioso. La sua politica sembra essere sostanzialmente un’apoteosi del cattivismo. Ne è uno splendido esempio la foto ufficiale che ha scelto di esporre alla Casa Bianca, accanto a quelle degli altri presidenti americani: l’unico tra i 47 ritratti presidenziali con un volto contratto in una smorfia di ostilità. Nel 2017, per fare un confronto, si era fatto ritrarre da Shealah Craighead con un sorriso smagliante e quasi grottesco. Otto anni dopo, Trump ha deciso di comunicare al mondo un’immagine aggressiva e maldisposta, e non c’è dunque motivo di pensare che attraverso il Mondiale di calcio abbia mai pensato di veicolare una diversa percezione di sé.
Ciò che probabilmente è fuori dal controllo e dalle intenzioni degli Stati Uniti è il sapore ridicolo che questa ostentata cattiveria ha raggiunto, e che il caos dei visti mette bene in evidenza. È opinione di molti che Trump abbia come modello di riferimento i governanti autoritari, se non proprio i dittatori, e ambisca a emularli, ma il suo guaio è che non ne è capace. Pur non potendo minimizzare la ferocia con cui ha colpito la Palestina, l’Iran, il Venezuela e Cuba, dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti che la sua è solo la pantomima del dittatore. Un tratto comune dei regimi autoritari è l’ordine, la capacità di organizzare e mobilitare coerentemente le forze a disposizione dello stato: lo abbiamo visto chiaramente nei Mondiali del 2018 e del 2022. I tratti distintivi degli Stati Uniti di Trump, invece, sono la confusione, la disorganizzazione, la contraddittorietà e la totale incapacità di individuare e perseguire obiettivi chiari (la guerra in Iran è l’esempio lampante di tutto ciò).

Parlare di sportwashing implica una progettualità che, oggi, Trump e gli Stati Uniti non hanno. Quali siano gli scopi profondi di organizzare un Mondiale (dopo il Mondiale per Club l’estate scorsa, e prima dei Giochi Olimpici estivi del 2028) non è chiaro a nessuno. Forse, però, queste motivazioni recondite non ci sono affatto. Il grande evento serve unicamente a stuzzicare l’ego del Presidente, maniacalmente sedotto da sé stesso e dalla necessità di stare al centro dell’attenzione. Trump è un parto delle perversioni dell’America: è quel bambino cresciuto con l’egocentrica e mitomaniacale idea di poter essere qualsiasi cosa nella vita, persino il Presidente, ma senza che gli venisse spiegato cosa questo comporti in termini di responsabilità, visione e impegno. Essere qualcosa è più importante di fare qualcosa. In questo senso, il Mondiale di calcio è funzionale al desiderio di Trump di essere, ma senza che sappia bene cosa farci, con questo evento.
E allora perché parliamo di sportwashing, in questo caso? Perché, in dieci anni di vita, questo termine ha ormai completamente travalicato il suo significato originario, e ne è stato in gran parte svuotato, almeno a livello di comunicazione giornalistica. Sportwashing è diventato metafora di qualcosa di più semplice: l’utilizzo dello sport da parte di paesi con governi che non ci piacciono. L’aspetto implicitamente centrale, nell’accezione che la parola riveste oggi nel dibattito pubblico, non è la finalità propagandistica (pulirsi la faccia con lo sport), ma il giudizio morale sul paese.


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