Rivaldo sulle orme di Tamerlano

A metà luglio del 2008, una strana missiva arrivava dalle lontane terre dei khan: Samuel Eto’o aveva firmato con il Kuruvchi di Tashkent, in Uzbekistan. La notizia aveva del clamoroso, dato che Eto’o aveva appena 27 anni ed era una delle stelle del Barcellona. Era vero che il club blaugrana stava attraversando una fase di ricostruzione, con un nuovo allenatore e diversi giocatori importanti ceduti (Ronaldinho, Deco, Zambrotta), ma immaginare che anche il camerunense potesse andarsene era difficile. Specialmente perché l’Uzbekistan era un non-mondo fuori dall’universo del calcio, e quella squadra che rivendicava un contratto semestrale già firmato non l’aveva mai sentita nominare nessuno. I dirigenti del Barça risposero che non ne sapevano niente, ma anche se non potevano confessarlo quegli abitanti delle steppe avevano attirato la loro attenzione.

Un paio di giorni dopo, la principale radio uzbeka riportava che i dirigenti del club catalano erano in arrivo a Tashkent per trattare un accordo economico con la Federcalcio, e rilanciava la storia dell’acquisto di Eto’o. Effettivamente, passata ancora una settimana, un contratto tra le due società venne stipulato, anche se per giocare un’amichevole in terra asiatica. Eto’o arrivò davvero a Tashkent, accompagnato da Iniesta e Puyol, ma solo in visita di cortesia. Rapidamente, del clamoroso trasferimento non parlò più nessuno; in compenso, il Kuruvchi rilasciò un altro annuncio sensazionale: al posto di Eto’o, in Uzbekistan sarebbe arrivato Rivaldo. E stavolta era tutto vero: il fuoriclasse brasiliano, ormai 36enne e reduce da quattro stagioni nel campionato greco, si presentò davvero nella sede e appose la sua firma su un contratto che avrebbe portato nelle sue tasche la bellezza di 14 milioni di dollari in due anni. Per farlo sentire a casa, il club ingaggiò subito come nuovo allenatore il suo connazionale Zico e, poco dopo, annunciò di aver cambiato il proprio nome in FC Bunyodkor, che nella lingua locale significa “costruttore”.

Questa storia venne in fretta snobbata dal pubblico occidentale come una bizzarria asiatica. A quel tempo, nessuno sapeva che il Bunyodkor era stato fondato appena tre anni prima, e che in breve aveva iniziato a scalare i vertici del calcio locale. I soldi arrivavano da Zeromax, un colosso economico fondato negli Stati Uniti e poi trasferitosi in Svizzera, ma che di fatto controllava tutta l’economia uzbeka, e ufficialmente era in mano all’imprenditore Miridal Djalalov. Alle sue spalle, però, c’era in realtà Gulnara Karimova, la donna più potente di tutto l’Uzbekistan, figlia maggiore di Islom Karimov, già segretario del Partito Comunista e poi Presidente dal 1991 fino a quel momento. Ancora oggi non è chiaro a cosa servisse tutto questo complicato gioco di scatole cinesi e rumorosi investimenti nel pallone: alcuni parlano della vanità personale di Karimova, altri di una ben congegnata pratica di riciclaggio di denaro.

Ovviamente non si limitava tutto a Rivaldo, che era arrivato troppo tardi per essere registrato nella lista per la Champions League asiatica: attorno a lui, il Bunyodkor aveva costruito una squadra che poteva vantare anche due rinforzi dal Vasco da Gama, il centrale difensivo Luizão e l’attaccante cileno José Luis Villanueva, oltre a tutti i migliori giocatori uzbeki dell’epoca, tra cui spiccava il 25enne fantasista Server Djeparov, strappato l’anno prima ai rivali del Pakhtakor. Oltre a vincere in scioltezza il campionato, le Qaldirg’ochlar (rondini, in uzbeko) raggiunsero una storica semifinale di Champions, eguagliando le imprese precedenti del Nasaf Qarshi (2002) e del Pakhtakor (2003 e 2004), prima di arrendersi all’Adelaide United. Poter contare, dall’anno successivo, sul talento sconfinato di Rivaldo anche in coppa – il brasiliano aveva chiuso il campionato nazionale con 7 gol in 12 partite – legittimava il Bunyodkor a sognare in grande.

Rivaldo in maglia numero 6. Più in basso, col 23, Djeparov, che è stato probabilmente il più grande calciatore uzbeko post-indipendenza.

Nell’estate del 2009, Zico lasciò la panchina, e per sostituirlo la dirigenza scelse di fare un altro grande colpo, ingaggiando dal Chelsea Luiz Felipe Scolari, che con un contratto da 13 milioni di euro l’anno diventava l’allenatore più pagato al mondo. Di nuovo l’Uzbekistan tornava a far parlare i tifosi europei: cosa stava succedendo, laggiù? La domanda, per la verità, si perse nel vento della steppa. La rosa era stata ulteriormente rafforzata con gli innesti di Edson Ratinho dal Mogi Mirim e João Victor del Treze. Rivaldo visse la sua miglior stagione, mettendo a segno 22 reti in 40 partite e giocando da dominatore assoluto: a 37 anni, dopo che appena passata la trentina era stato bollato dalla stampa europea come un giocatore finito, si trovava a essere il calciatore più determinante d’Asia. Rinnovò il suo contratto fino al 2011, diventando una sorta di ambasciatore del calcio locale: “Voglio contribuire allo sviluppo del calcio in Uzbekistan. Sono soddisfatto delle condizioni e ho deciso di rimanere in questo magnifico Paese per molti anni” diceva.

Dichiarazioni di circostanza, come quelle che i calciatori rilasciano spesso. O forse no: senza nemmeno rendersene conto, Rivaldo era il volto della grande operazione di sportwashing del regime di Karimov, uno dei più spietati del pianeta. Ma la verità è che questo progetto stentava a decollare: l’obiettivo era la conquista della Champions League, che significava partecipare al Mondiale per Club e mostrare ai politici e ai magnati occidentali che magnifica nazione fosse l’Uzbekistan. Ma anche nel 2009 l’assalto al titolo continentale era andato male, con il Bunyodkor eliminato ai quarti dai sudcoreani del Pohang Steelers. Appena riaperto il mercato, il club di Tashkent aveva provveduto a ingaggiare proprio due delle stelle del Pohang, che nel frattempo aveva conquistato la coppa, Stevica Ristić e Denílson. E pure questa volta le cose non erano andate per il verso giusto, e la squadra era stata eliminata addirittura agli ottavi dai sauditi dell’Al-Hilal.

L’esonero di Scolari fu l’inizio della caduta. Nello stesso momento, emergeva che Zeromax aveva debiti per oltre 500 milioni di dollari, e dovette dichiarare bancarotta, mentre Djalalov scappava all’estero. Cosa sia successo esattamente non si sa, ma l’opinione più comune è che Gulnara Karimova fosse diventata una figura troppo scomoda in seno al regime: la sua sete di fama e potere rischiava di mettere in ombra il padre, e allo stesso tempo l’aveva resa odiatissima dalla popolazione. Distruggere Zeromax era un modo per tarparle le ali. Ciò significava che, senza più i fondi infiniti del colosso coperto dallo Stato, il Bunyodkor non poteva più permettersi Rivaldo, e così il suo contratto venne rescisso. L’attacante brasiliano portò il caso in tribunale, asserendo che in realtà i pagamenti avevano iniziato a latitare fin da metà 2009: “Sono stato pagato per il primo anno del mio contratto, poi più nulla” raccontò, dicendo che era talmente fiducioso nel progetto del club da aver investito in prima persona per tenere in piedi la società, e addirittura aveva ospitato a casa propria i connazionali compagni di squadra, ritrovatisi improvvisamente senza stipendio.

Trovato un nuovo proprietario, l’azienda energetica Uztransgaz, il Bunyodkor sopravvisse, ma i suoi sogni di gloria svanirono: in panchina fu chiamato lo sconosciuto Mirdzhalol Kasymov, tutti gli stranieri furono ceduti, Rivaldo tornò in Brasile per giocare col São Paulo, e anche la stella locale Djeparov cambiò aria, trasferendosi a Seul. Nel 2013, con Karimov ormai vecchio e malato, sua figlia Gulnara si ritrovò tagliata fuori dal circolo del potere, mentre in Svizzera e negli Stati Uniti venivano aperte indagini sui suoi affari. Un anno dopo venne arrestata a Tashkent, ritrovandosi sotto processo in patria per frode e riciclaggio di denaro: era la resa dei conti alla caduta del regime, che si sarebbe ufficialmente dissolto nel 2016, alla morte del padre.

Al Bunyodkor, Rivaldo ha messo a segno 42 gol in 72 partite, tra il 2008 e il 2010, conquistando tre campionati e due coppe nazionali uzbeke.

Ci credeva davvero, Rivaldo, alla storia del Bunyodkor, al punto da non accorgersi cosa ci stava dietro? Un altro quesito che potrebbe essere destinato a rimanere senza risposta. Non sorprende che, chiuso nella sua gabbia dorata a Tashkent, il brasiliano non sapesse delle violenze del regime e non avesse pienamente idea di quale fosse il suo vero scopo in Uzbekistan, più fuori che dentro il campo. Ma come fargliene una colpa se, a un certo punto, lui che era cresciuto in una favela devastata di Recife e aveva sofferto la fame da bambino, aveva accettato un’offerta di lavoro faraonica come quella senza porsi due domande? Il disinteresse dei media occidentali merita forse maggiore biasimo, così come la leggerezza con cui il Barcellona si fece attirare in Uzbekistan, accettando di accordarsi con il club della dittatura locale, ripulirne l’immagine e guadagnarci qualcosa in cambio.

Per quanto riguarda il Bunyodkor, oggi la sua stella si è eclissata: non vince un titolo nazionale dal 2013, e nell’ultimo campionato si è fermato in quinta posizione su quattordici squadre. Rimarrà nella storia, per i pochi che se ne ricorderanno, come una di quelle meteore del calcio dell’ex-Unione Sovietica, come fu l’Anži: bizzarre squadre di super-ricchi dell’Est, forse colossali operazioni di riciclaggio transitate dal campo da calcio. Nel frattempo, dell’Uzbekistan non importa più nulla a nessuno: dal 2016 il Presidente è Shavkat Mirziyoyev, che sta facendo di tutto per allontanarsi dall’eredità di Karimov, ormai defunto, e passare per riformatore, ma le violazioni dei diritti umani restano ordinaria amministrazione.

Fonti

DUERDEN John, The bursting of the Bunyodkor bubble, ESPN

GINEPRINI Nicholas, Rivaldo e Felipe Scolari al Bunyodkor – la squadra della figlia del dittatore uzbeko, All Asian Football

JONES Sam, EY under scrutiny after second-largest bankruptcy in Swiss history, Swissinfo

YOUNG James, Bunyodkor, Xeromax, and Samuel Eto’o: Remembering Uzbekistan’s sportswashing attempt, Football Pink

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