Il primo tocco di Guardiola

“È come un serpente a sonagli: tiene palla, ti addormenta, ti fa girare a vuoto, però al momento giusto apre la cassaforte ed entra dentro.” – Claudio Ranieri

La scelta del presidente Joan Laporta non sorprende più di tanto: la seconda squadra del Barcellona – il Barcellona B, che milita in Tercera Divisón e fa da trampolino di lancio per i giovani più interessanti usciti dalla Masia de Can Planes – è tradizionalmente affidata ad allenatori dal dna blaugrana. C’è stato Joan Segarra, leggenda del Barça degli anni Cinquanta; c’è stato Quique Costas, veterano della squadra negli anni Settanta; è naturale che adesso ci si sieda Pep Guardiola, regista dello squadrone allenato da Johan Cruijff tra il 1988 e il 1996 e capitano dei catalani per un decennio.

Guardiola ha appena trentasei anni, ha da poco terminato una carriera il cui declino – dovuto a qualità atletiche non proprio all’altezza di quelle tecniche – è iniziato troppo presto, ma che lo ha alla fine portato a girare il mondo, giocando in Italia, in Qatar e in Messico. Come vice si sceglie un vecchio amico come Tito Vilanova, con cui è stato compagno nelle giovanili del Barça, ma che poi ha avuto una carriera da calciatore meno brillante. Per convincere Laporta, Guardiola ha dovuto far ricorso alle sue doti da filosofo, per trasformare le proprie idee tattiche in un racconto epico sulla tradizione blaugrana da Michels a oggi, sul gioco di posizione come destino manifesto del club che è sempre stato più di un semplice club.

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Guardiola sulla panchina del Barcellona B, accanto a Vilanova (in maglia rossa). All’addio di Pep, nel 2012, Tito ne ha rilevato il ruolo, ma ha dovuto presto abbandonarlo per via di un tumore, che ne ha causato la morte nell’aprile 2014.

Il Barcellona B ha a disposizione una rosa di ragazzi giovani e piuttosto promettenti: il portiere Oier Olazábal, il difensore centrale Alberto Botía, il mediano Xavi Torres, le mezzali Víctor Sánchez e Jonathan Dos Santos – che è di origine messicana e il cui fratello maggiore, Giovani, sta già in prima squadra – l’esterno israeliano Gai Assulin e quello mezzo venezuelano Jeffren, o l’ala destra Iago Falque. Su tutti, però, ne spiccano tre: uno è un attaccante esterno piccolo e insidioso, Pedro Rodríguez, di diciannove anni. Un altro, che di anni ne ha appena diciotto, è un regista lungagnone che ricorda tantissimo Pep quando giocava, e si chiama Sergio Busquets. Il terzo è poco più che un bambino, con i suoi sedici anni, ma può già giocare praticamente in ogni ruolo a centrocampo e si chiama Thiago Alcántara; suo padre è un brasiliano, Mazinho, che ha giocato in Italia e Spagna, ha un fratello minore – Rafinha – che gioca anche lui nei giovanissimi del Barcellona, e un cugino coetaneo – Rodrigo – che invece sta nei ragazzi del Real Madrid.

Fin dalle prime partite, il Barcellona B attira l’attenzione di appassionati ed esperti da ogni angolo della Spagna. I giovani blaugrana hanno percentuali di possesso palla altissime, si muovono continuamente e costruiscono reti di passaggi di prima che rimbambiscono gli avversari, costretti a giocare come si fa nei rondos in allenamento. La palla è sempre in movimento, tutti e undici i giocatori – portiere compreso – partecipano attivamente all’azione: è il totaalvoetbal olandese, riaggiornato.

Guardiola non nasconde l’influenza che Cruijff ha avuto su di lui, quando glielo chiedono, ma al nome del tecnico olandese ne aggiunge un secondo: Juanma Lillo. “Chi?” si domandando tutti. In pochi si ricordano di Juan Manuel Lillo: a diciassette anni allenava già in Tercera; a ventisette sorprese la Spagna con il gioco straordinario del suo Salamanca, tutto passaggi e pressing alto; poi, fu schiacciato dal peso delle aspettative, si barcamenò per un po’ in Segunda Divisón e tentò qualche esperienza all’estero. Nel 2006 si trovava ai Dorados de Sinaloa, nel campionato messicano: Guardiola aveva ricevuto una ricca offerta dal Manchester City, ma rifiutò pur di poter giocare gli ultimi mesi di carriera proprio ai Dorados, agli ordini di Lillo. Si erano conosciuti nel 1998, dopo un match tra Barcellona e Real Oviedo; a fine partita – vinta 4-2 dai Blaugrana – Pep bussò alla porta degli spogliatoi avversari per fare i complimenti a Lillo, che ne era l’allenatore, e da allora restarono amici.

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Guardiola a una conferenza stampa con i Dorados de Sinaloa, accanto a Lillo.

Il Messico è stato, insospettabilmente, il nocciolo dell’esperienza tattica di Guardiola. A Culiacán passava ogni momento a discutere con Lillo – come in passato aveva fatto con Cruijff, con Mazzone, con Capello – riflettendo su come attacco e difesa non siano affatto due entità separate: il primo deve partire dal secondo, dai piedi del portiere, e il secondo deve incominciare dal primo, dalla pressione offensiva. Nello stesso periodo, lì lavorava anche Ricardo La Volpe, un allenatore argentino praticamente sconosciuto fuori dall’America Latina che aveva avuto una lunga carriera come giocatore e tecnico in Messico, e adesso sedeva sulla panchina della nazionale. Anche lui ebbe un certo ascendente sul gioco del catalano.

Quando gli avversari vanno a pressare il portiere o i centrali del Barcellona B che tentano di costruire il gioco dal basso, ecco che succede qualcosa di insolito: Busquets si sgancia dal centrocampo e diventa difensore aggiunto, creando una superiorità numerica fondamentale per uscire dal pressing e avanzare palla a terra, consentendo ai due terzini di salire fino alla linea mediana. Questa manovra, che in Spagna nessuno conosce, è la salida lavolpiana: Guardiola ne aveva sentito parlare durante il suo periodo ai Dorados e poi, durante l’estate del 2006, l’aveva vista all’opera ai Mondiali di Germania – che seguiva in quanto commentatore per la tv spagnola – con il Messico di La Volpe, giunto fino agli ottavi di finale.

Al termine della stagione, il giovane Barça ha vinto a sorpresa il girone catalano della Tercera Divisón, un punto avanti all’altrettanto sorprendente Sant Andreu allenato da Natxo Gonzalez, che in compenso ha il miglior attacco – con appena quattro reti in più dei Blaugrana – e la miglior difesa del torneo. Non male, visto com’era iniziata: sconfitto nelle amichevoli pre-stagionali, una sola vittoria nelle prime tre di campionato, Guardiola mise in dubbio il prosieguo della sua carriera di allenatore, dicendo che se non avesse ottenuto la promozione si sarebbe ritirato a vita privata. Era intenzionato a giocarsi tutto, in quella stagione.

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Guardiola dà indicazioni a Sergio Busquets, il suo “allenatore in campo”, nella prima squadra del Barcellona.

Il suo non è un gioco che si adatta ai giocatori, ma piuttosto che adatta i giocatori a una precisa filosofia: richiede tempo per essere appreso. Alla base di tutto, Guardiola ha posto il suo rapporto con gli elementi della squadra, studia la maniera più corretta per trasmettere loro le indicazioni tattiche senza sovraccaricarli o confonderli. E i suoi giovani, cresciuti già in un contesto che predilige il controllo di palla e il gioco offensivo, imparano in fretta. Su El País, Jordi Quixano celebra la promozione in Segunda B del Barça e il suo calcio “tanto vistoso quanto delizioso”, “agile di testa e preciso coi piedi, la giovanile cambia pelle con una fluidità vertiginosa, con automatismi che ribaltano qualunque ostacolo posto dall’avversario”.

La stagione 2007-2008 della squadra maggiore, nel frattempo, si è chiusa senza trofei, con un terzo posto in Liga, una semifinale di Coppa del Re e una di Champions League. Il 6 maggio, quando ormai il licenziamento dell’allenatore Frank Rijkaard è prossimo, Laporta si presenta all’ospedale di Barcellona dov’è appena nata Valentina Guardiola, fa i complimenti al neo-papà, e gli propone di diventare il nuovo tecnico della prima squadra. E Pep accetta: è l’ottavo allenatore più giovane della storia del Barça, e il primo a fare il salto diretto dalle giovanili alla prima squadra.

L’avvento di Guardiola è una rivoluzione. Nel giro di pochi giorni, il Barcellona si libera di alcuni dei suoi giocatori più rappresentativi, come Ronaldinho, Gianluca Zambrotta, Deco ed Edmilson, mentre Lilian Thuram opta per il ritiro. Tito Vilanova segue Pep come suo vice anche nella prima squadra, mentre sulla panchina del Barcellona B si siede Luis Enrique. Inizia così, tra non poco scetticismo, un’epoca che avrebbe cambiato per sempre la storia del calcio europeo.

 

Fonti

LEE Sam, How Barcelona B shaped Guardiola, Goal

Manchester City, alla scoperta di Guardiola: l’importanza del suo primo anno nel Barcellona B, Sky Sport

TONG Kobé, The Barcelona B team that made Pep Guardiola famous – where are they?, Give Me Sport

TUCKER Duncan, How a six-month spell in Mexico set Pep Guardiola on road to coaching greatness, The Guardian

1 commento su “Il primo tocco di Guardiola”

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