Il nero capro espiatorio del Brasile

“Scoprii che l’unica maniera che ha un nero per entrare nella storia del Brasile è come colpevole.”

Moacir Barbosa

Quando Alcides Ghiggia tirò e la palla, invece di dirigersi come verso il centro dell’area, puntò dritta l’angolino basso vicino al palo sinistro, Moacir Barbosa era ormai di almeno un passo fuori posizione. Il suo tuffo incontrò il terreno del Maracanã un istante dopo che il pallone lo aveva sorpassato, gettandosi nell’abbraccio della rete. Un passo sbagliato, un passo soltanto, fece di Barbosa il colpevole di quella sconfitta, che tolse al Brasile il suo primo attesissimo titolo mondiale. In realtà, c’era qualcosa di più di un intervento sbagliato: c’era una tendenza largamente diffusa nella società brasiliana, che guardava con scetticismo quelli con la pelle come la sua.

Il Brasile, come tutti i paesi del Sudamerica, era nato come nazione bianca, in cui indigeni ed ex-schiavi africani erano relegati ai margini della popolazione. La schiavitù era stata ufficialmente abolita solo nel 1888, ultimo tra i Paesi sudamericani; in quello stesso periodo, il governo sosteneva una politica d’immigrazione europea per aumentare la popolazione bianca. Addirittura, nel 1921 il presidente Epitácio Pessoa stabilì per legge che in Nazionale potevano giocare solo i bianchi. Due anni dopo, quando il Vasco da Gama vinse il campionato con una squadra mista, la Federcalcio vietò la partecipazione al torneo nazionale dei club che annoveravano giocatori neri nelle proprie fila.

Un curioso caso del destino vuole che Moacir Barbosa si affermò proprio giocando nel Vasco da Gama, la squadra simbolo della lotta antirazzista nel calcio brasiliano. Nel frattempo, negli anni Trenta, c’era stata la liberalizzazione dei calciatori neri e il passaggio al professionismo, che aveva spento molte velleità razziste delle società di calcio, ora costrette a ingaggiare i giocatori su base meritocratica, per attirare tifosi e vincere trofei che permettessero di sostenere i costi di gestione. Le cose erano migliorate, ma per raggiungere la Francia in occasione dei Mondiali del 1938 gli unici due neri della Seleção Domingos Da Guia e Leônidas dovettero comunque viaggiare separati dal resto della squadra.

Il gol che segnò una vita intera: il 16 luglio 1950, davanti a quasi 200.000 spettatori, Ghiggià battè Barbosa a 11′ dalla fine, completando la rimonta dell’Uruguay.

Barbosa era arrivato al Vasco nel 1945, all’età di 24 anni, e in poco tempo si era affermato come uno dei migliori portieri in circolazione e una delle punte di diamante dell’Expresso da Vitória, la fortissima formazione che, sotto la rivoluzionaria guida tattica dell’uruguayano Ondino Viera (che impostò un coraggioso 4-2-4, destinato a diventare lo schema di gioco tipico del calcio brasiliano dei successivi vent’anni) e con fenomeni come Friaça e Ademir, stabilì un ciclo eccezionale. Con Barbosa tra i pali, il Vasco conquistò tre tornei municipali di Rio de Janeiro, quattro campionati carioca e, nel 1948, il Campeonato Sul-Americano, antesignano della Copa Libertadores. La squadra bianconera andò a costituire l’ossatura del Brasile che avrebbe ospitato il Mondiale del 1950, a cui si presentava da assoluto favorito.

Il clima attorno alla Nazionale verdeoro era di assoluto entusiasmo: nel girone eliminatorio, la Seleção aveva battuto nettamente Messico e Jugoslavia, pareggiando con la Svizzera, e poi nel girone finale aveva travolto squadre temibili come la Svezia e la Spagna rispettivamente per 7-1 e 6-1. Tutt’altra storia rispetto all’Uruguay, ultimo avversario del Brasile nel torneo e secondo nel girone finale con un punto di ritardo: la Celeste aveva superato il primo turno giocando una sola facile partita contro la Bolivia, grazie ai ritiri di Scozia e Turchia; aveva quindi pareggiato con la Spagna e ottenuto una faticosa vittoria sulla Svezia. Il 15 luglio, la Gazeta Esportiva di São Paulo era uscita con un titolo a caratteri cubitali, “Domani sconfiggeremo l’Uruguay”, mentre il giorno seguente O Mundo pubblicò una foto della Nazionale brasiliana con scritto sotto “Ecco i campioni del mondo!”. Prima dell’inizio della partita, il sindaco di Rio de Janeiro salutò pubblicamente i giocatori definendoli in anticipo vincitori ed eroi nazionali. Addirittura, il governo aveva già fatto incidere i loro nomi sulle medaglie d’oro.

Questo clima era alimentato da una particolare situazione politica: il Brasile era uscito, nel 1946, dal governo militare, abbracciando nuove riforme sociali che stavano avviando una forte crescita economica, grazie all’avvicinamento agli Stati Uniti. Ma alla base, la politica restava fortemente nazionalista: il governo era sostenuto da un’alleanza multipartitica, e il presidente Eurico Gaspar Dutra, sebbene fosse stato democraticamente eletto e fosse a capo dei socialdemocratici, solo vent’anni prima ammirava Hitler e Mussolini e aveva appoggiato il golpe militare di Getúlio Vargas. Il Mondiale avrebbe inoltre dovuto dare nuovo impulso alla popolarità del governo, in vista delle delicate elezioni di ottobre, alle quali si candidava per l’opposizione proprio il generale Vargas.

Il razzismo endemico nella società brasiliana e il particolare clima politico creatosi attorno alla vittoria del Mondiale furono i presupposti fondamentali per quello che successe a Barbosa in seguito al Maracanazo. La sconfitta con l’Uruguay fu descritta apertamente dalla stampa come una tragedia nazionale, al punto che sedici anni dopo, in un suo dramma, il grande scrittore brasiliano Nelson Rodrigues arrivò a definirla “la nostra Hiroshima”. Stampa, politica e opinione pubblica avevano bisogno, per differenti motivazioni, di trovare qualcuno a cui dare la colpa: per primo, pagò il ct Flávio Costa, che aveva preso il posto di Viera sulla panchina del Vasco pochi anni prima; ma dopo cinque anni appena l’allenatore venne perdonato e potè tornare alla guida della Seleção. Flávio Costa aveva la fortuna di essere bianco, mentre Moacir Barbosa e Bigode, il terzino che si era lasciato scappare Ghiggia nell’azione del gol, erano neri.

Una caratteristica che rese celebre Moacir Barbosa fu che non usava i guanti per parare: aveva imparato a giocare per le strade povere di São Paulo, si sentiva a disagio a non toccare il pallone con la pelle nuda.

Il difensore del Flamengo sparì dai radar della Nazionale, e il suo nome venne presto dimenticato. Col senno di poi, Barbosa avrebbe desiderato una fine simile: il suo, di nome, divenne invece il simbolo stesso della sconfitta. I vicini di casa avevano organizzato una festa in suo onore, prevedendo una vittoria, così alla fine praticamente nessuno si presentò; iniziò a essere evitato da persone che fino a poco tempo prima gli erano amiche, e additato pubblicamente come un nemico del Brasile. A nessuno importava della altre straordinarie parate nei match precedenti, che gli erano valse il premio come miglior portiere del Mondiale: l’errore nella finale condizionò per sempre la sua carriera. Continuò a difendere i pali del Vasco da Gama, i cui tifosi furono gli unici a continuare a sostenerlo, e nel 1953 venne nuovamente convocato in Nazionale per la Copa América, ma rivestendo il ruolo della riserva e giocando solamente una partita.

Pochi mesi dopo subì un infortunio a una gamba, che lo fece cadere in depressione e segnò di fatto la fine della sua carriera. Ufficialmente andò avanti a giocare fino al 1962, ma solo in club minori o in un ruoli da comprimario; dopo il ritiro, lo stigma del Maracanazo persistette su di lui, impedendogli di trovare altri impieghi nel calcio, e così dovette adattarsi solo a un modesto lavoro da impiegato statale, grazie al quale poteva galleggiare appena sopra la soglia della povertà. Raccontò in seguito che una volta, camminando per strada, una donna lo riconobbe e disse al figlioletto che quello era l’uomo che aveva fatto piangere il Brasile intero. Ancora, nel 1993, la Federcalcio gli vietò di farsi una foto assieme al portiere Seleção Cláudio Taffarel, temendo avrebbe portato sfortuna al giocatore.

I Mondiali del 1950 riportarono a galla il razzismo latente del calcio brasiliano: quattro anni dopo i casi di Bigode e Barbosa, la stampa distrusse senza pietà i calciatori neri della Nazionale, accusandoli di essere responsabili dell’eliminazione contro l’Ungheria. Di nuovo, nel 1958, il ct Vicente Feola volle di schierare una squadra il più possibile bianca durante i Mondiali in Svezia, e solo alla terza partita, temendo di non vincere il match decisivo contro l’Unione Sovietica, si decise a mettere in campo Pelé e Garrincha, mentre Djalma Santos (uno dei superstiti del 1954) vide il campo solo in finale. Ma dopo Barbosa, nessun portiere nero difese più i pali del Brasile fino all’esordio, nel 1995, di Dida: 42 anni segnati da pregiudizi razzisti. Cinque anni più tardi, Moacir Barbosa moriva nella sua modesta casa a Praia Grande senza essere ancora stato riabilitato.

Fonti

CAPLE Alex, Moacir Barbosa: The goalkeeper who was condemned for life, The Versed

PIRES Breiller, Condenados pelo Maracanazo, absolvidos pela história, El País

RICHMOND Klaus, CASTRO Luiz Felipe, 100 anos de Barbosa: a reconstrução do anti-herói do Brasil, Veja

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