La leggenda dei suicidi del Maracanazo

Il pomeriggio del 16 luglio 1950 è una data che resterà impressa per sempre nella storia del Brasile, uno di quei momenti che smentiscono tutti quelli che credono che lo sport non sia nulla più che un simpatico passatempo. Sarebbe dovuto essere il giorno di Ademir; finì con l’essere quello di Obdulio Varela, trascinatore della rimonta dell’Uruguay al Maracanã, nell’ultima decisiva sfida per il titolo mondiale. Rio de Janeiro era pronta a celebrare il primo trionfo iridato della Seleção, e invece la festa si mutò in tragedia, le masse festanti in disperati suicidi. Questo, almeno, quello che racconta la leggenda.

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India 1950: un’occasione mancata

È il 1999: già solo palleggiare in quello stadio, con quella maglia bianca indosso, è un successo storico. Siamo a Bury, Inghilterra e terza serie del calcio locale, in una squadra dal lontanissimo passato glorioso ma appena retrocessa. Baichung Bhutia è uno dei nuovi arrivati, ha 23 anni e fa l’attaccante: viene da una serie di ottime stagioni, condite da valanghe di gol e premi, che lo hanno imposto come il più forte giocatore del suo paese. È indiano, anche se in realtà è un tibetano buddista del Sikkim. Non è realmente il primo indiano a giocare in Europa – Mohammed Salim scese in campo due volte con la maglia del Celtic, nel 1936: altri tempi, altro calcio, di cui ormai nessuno si ricorda più – ma il suo è sicuramente un colpo che fa scalpore. Bury non è Londra, ma Bhutia gioca ad appena 16 km da Old Trafford: una distanza sufficiente per respirare l’aria dei sogni.

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