José Mourinho, tra calcio e politica

mourinho

“Chi sa solo di calcio, non sa niente di calcio.”

José Mourinho

Quando ha esordito come calciatore, José Mourinho aveva 19 anni ed era sotto contratto con il Rio Ave. Centrocampista centrale, era opinione comune che come giocatore non fosse questo granché: era entrato nel settore giovanile dell’União Leiria nel 1978 solo perché suo padre era stato nominato allenatore; sempre il padre lo raccomandò poi per i giovani del Belenenses, di cui era stato una bandiera, e successivamente lo fece acquistare dal Rio Ave e, a causa di una serie di infortuni in difesa, lo aggregò per la prima volta alla squadra maggiore.

La carriera del calciatore era una cosa che si era messo in testa da solo, contro il parere della madre, che era un’insegnante di origine alto-borghese e si attendeva dal figlio una carriera da professionista serio. Maria Júlia Carrajola dos Santos proveniva da una famiglia ricca e ben inserita nel vecchio sistema, quello della dittatura di António Salazar. In particolare lo zio materno, Mário Ascensão Ledo, possessore una florida indutria che produceva sardine in scatola ed era uno degli uomini più ricchi del paese.

Col padre Félix spesso in giro per giocare a calcio, José Mourinho crebbe con la madre nella grande casa dello zio a Setúbal, ma quando nel 1974 arrivò la rivoluzione dei garofani gran parte delle proprietà del vecchio Ledo vennero espropriate a causa dei suoi rapporti col regime. Mourinho era poco più che un bambino, ma si avviò all’età adulta in un Portogallo molto diverso da quello della sua infanzia. “Avevo un po’ paura: dopo la rivoluzione tutta la gente sperava in un cambiamento positivo, però aveva anche paura di un cambiamento negativo. La mia famiglia pensò a volte di lasciare il Portogallo, a volte no, che invece il cambiamento sarebbe stato positivo e si doveva rimanere”.

José Mourinho accanto a suo padre Félix. Quest’ultimo ha allenato, senza grande successo, fino al 1997, quando suo figlio era assistente a Barcellona. Félix Mourinho è morto dopo una lunga malattia nel 2017.

Il suo cambiamento fu passare da un ambiente prettamente materno a quello più girovago del padre, e quindi del calcio: Félix Mourinho era stato un portiere di discreto successo, prima col Vitória Setúbal e poi col Belenenses, dove aveva vissuto gli anni migliori, ottenendo anche una convocazione in Nazionale. Proprio nel 1974, aveva lasciato il calcio giocato per diventare allenatore. Nel 1976 ottenne la prima panchina in seconda divisione con l’Estrela Portalegre, e si portò dietro il tredicenne José facendolo diventare raccattapalle della squadra. Da qui in avanti, la carriera del più giovane dei Mourinho seguirà passo passo quella del genitore fino ai primi anni Ottanta, quando José prenderà una via diversa andando a giocare al Sesimbra.

Politicamente, di Félix Mourinho non si sa nulla, ma se la famiglia di sua moglie era sicuramente conservatrice e legata al regime fascista di Salazar, suo nipote (e cugino di José) Ricardo Mourinho è stato di recente un deputato e Segretario Aggiunto al Tesoro per il Partido Socialista. “Siamo cugini, ma non significa che abbiamo le stesse idee politiche” ha sottolineato José Mourinho nel 2015, e infatti un anno dopo ha espresso pubblicamente il suo supporto per Marcelo Rebelo de Sousa, professore universitario di diritto, giornalista e leader del Partido Social Democrata, che è poi stato eletto Presidente della Repubblica. In Portogallo, i socialdemocratici sono posizionati nel centrodestra, sono un partito conservatore costruito sui valori cattolici (Rebelo de Sousa è notoriamente antiabortista), e José Mourinho non ha mai nascosto di essere un cattolico devoto.

Dalla tradizione cattolica della sua famiglia, Mourinho ha ereditato idee conservatrici in politica, ma non è mai diventato un nostalgico della dittatura come quegli altri sostenitori dei socialdemocratici che nel 2019, guidati da André Ventura, hanno dato vita a Chega, principale forza di estrema destra della politica portoghese, che alle elezioni di due anni fa ha conquistato il suo primo seggio parlamentare. Anzi, sul periodo post-fascista del paese lusitano disse in un’intervista a Sky Sport: “La rivoluzione è stata un momento di libertà – di libertà di espressione, di vivere – e questo è stato un momento bello e importante per il Portogallo”.

Un’altra cosa che ha ereditato dalla tradizione cattolica di famiglia è stata anche una certa predisposizione verso i problemi degli altri. Non ha mai nascosto che l’esperienza più formativa della sua vita sia stata quella avuta poco dopo il ritiro dal calcio nella seconda metà degli anni Ottanta, quando – abbandonati dopo pochi mesi gli studi di Economia tanto caldeggiati dalla madre, e infine diplomatosi in Educazione Fisica – finì a lavorare con dei ragazzi disabili. “Tutto è psicologico là, tutto è affetto, tutto è emozione. Tu riesci a fare delle piccole cose che per loro sono delle grandi cose, con base in tutto questo: in amore, in affetto, in rapporto individuale. Una cosa incredibile”. Anni dopo, nel 2005, ormai affermato allenatore del Chelsea, sosterrà in prima persona un progetto di pace attraverso lo sport, patrocinando una partita di calcio tra bambini israeliani e palestinesi.

José Mourinho, nel 2005, accanto al Premio Nobel per la Pace Shimon Peres.

Quello raccontato finora è un José Mourinho piuttosto diverso da quello che siamo abituati a vedere da una quindicina d’anni a questa parte, in campo e nelle conferenze stampa (e da qualche tempo pure su Instagram). Un Mourinho burrascoso, polemico e dalla comunicazione aggressiva, che ha finito suo malgrado per fare da modello per lo stile di diversi politici dell’odierna destra populista: la polemica continua, i toni sempre al massimo, il criticare i rivali perché sono sempre a parlare coi giornalisti mentre lui no (quando invece nessuno più di lui ha mai saputo essere un allenatore mediatico), il cercare di farsi passare per l’outsider di turno quando ha praticamente sempre allenato squadra ricchissime e potentissime.

Un Mourinho diverso, sì, ma forse più vero del personaggio che si offre quotidianamente ai media. È stato lui, tempo fa, a pronunciare una frase che, bene o male, é il fondamento dello spirito che anima un progetto come questo di Pallonate in Faccia: “Chi sa solo di calcio, non sa niente di calcio”. Ovvero, l’idea che per parlare di calcio non basti raccontare ciò che succede in campo – la tattica, il mercato, i gol, i fischi arbitrali – ma serva qualcosa di più, un certo essere nel mondo, che poi dovrebbe essere la base di ogni pensiero cosciente e civile nella nostra società. Forse non voleva dire proprio questo, o forse sì; ma questa ambiguità è essa stessa parte di José Mourinho.

Fonti

COLOMBARI Emanuel, José Mourinho, o meia-boca, Última Divisão

José Mourinho, una panchina nel suo destino: “Da giovane volevo diventare un calciatore, ma capii che non potevo diventare un grandissimo, e anche allora ero un allenatore in campo”, Goal.com

-MODEO Sandro, L’alieno Mourinho, Isbn Edizioni

O início de Mourinho, Correio da Manhã

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