Alex Ferguson, calcio e Labour Party

“Credo che il Labour sia sempre stato il partito dei lavoratori e che lo sarà sempre. La mia lealtà al Labour è parte di chi sono, perché so cosa fa per le persone.”

Alex Ferguson

La partita è una di quelle che direste già decise: da un lato, una corazzata in maglia bianchissima, un nome altisonante, e leggende sia dentro il campo che in panchina; dall’altra, una squadra semi-sconosciuta del profondo Nord, dai nomi vuoti e dalla storia oscura. È la finale della Coppa delle Coppe 1983, e sarà decisa ai tempi supplementari dal gol di una riserva ventenne di nome di John Hewitt, che lancerà l’Aberdeen tra le grandi del calcio europeo.

Aberdeen si trova a più di 12o miglia a nord di Glasgow ed Edimburgo, affacciata sul Mare del Nord e ai piedi delle Highlands. Fino alla fine degli anni Settanta, la squadra di calcio locale è stata per lo più una comparsa del campionato scozzese, e adesso ha improvvisamente aggiunto il suo nome all’albo d’oro del calcio continentale: è la squadra più a Nord ad aver vinto una coppa internazionale nella vecchia Europa.

Un’impresa iniziata addirittura dal turno preliminare, e che ha incominciato a prendere veramente forma solo ai quarti di finale, quando i Dons hanno eliminato il Bayern Monaco di Dremmler, Breitner e Rummenigge, sconfiggendolo 3-2 al Pittodrie. Nessuna stella in campo, solo ragazzi del posto, radicati ad Aberdeen, come il portiere Jim Leighton e i difensori Doug Rougvie e Alex McLeish, anche se poi le stelle sono “forestieri” come Gordon Strachan e Mark McGhee, che vengono dalla Scozia meridionale.

Alex Ferguson, a sinistra, festeggia la conquista della Coppa delle Coppe 1983 assieme al suo vice Archie Knox.

È chiaro a tutti che questo miracolo sportivo deve tantissimo in primo luogo all’uomo che siede in panchina, un manager che sembra fuori posto nel Regno Unito dell’epoca, sia in campo che fuori. Alex Ferguson è un signore di 41 anni dall’aspetto serioso, con un buon passato da attaccante e due campionati di seconda divisione in bacheca, vinti negli anni Sessanta con St. Johnstone e Falkirk. È opinione diffusa, comunque, che come allenatore sia migliore di quello che era come calciatore.

Rispetto ai tempi in cui giocava, il baricentro del calcio britannico s’è spostato decisamente a sud verso l’Inghilterra: all’epoca era stato il Celtic a regalare al Regno Unito il primo titolo internazionale per club, mentre questi sono gli anni del Liverpool, del Nottingham Forest e dell’Aston Villa. È dal 1972, con la Coppa delle Coppe vinta dai Rangers, che la Scozia non solleva un titolo europeo. Eppure, gli inglesi che vincono lo fanno scimmiottando gli scozzesi: è il passing game, più tecnico del gioco inglese, che ha portato i club britannici del Sud a dominare l’Europa, grazie a manager come Matt Busby e Bill Shankly. Ferguson e il suo Aberdeen si limitano a ribadire come stanno veramente le cose.

Ma l’opposizione di Ferguson allo status quo britannico travalica i confini del calcio. Alle elezioni generali del 1979, il Partito Laburtista è crollato davanti al nuovo corso dei conservatori di Margaret Thatcher; un mese dopo la finale della Coppa delle Coppe, la Iron Lady si confermerà alla guida del Regno Unito, pur perdendo diversi consensi proprio in Scozia (nella zona di Aberdeen, in particolare, prevarranno i liberali di David Steel). E Ferguson ha un disprezzo totale per la politica neoliberista incarnata dalla popolare premier. Anni dopo dirà: “Gli aggressivi sforzi di Margaret Thatcher per privatizzare la Sanità in questo paese sono stati il tradimento di un servizio che è stato una delle più grandi conquiste della nostra società. Le sue politiche hanno rovinato la vita delle persone e le hanno private della dignità”.

Ferguson è nato a Glasgow, suo padre aveva giocato per un po’ a calcio in Irlanda del Nord, ma si guadagnava da vivere come operaio nei cantieri navali. Il suo ambiente nativo è quello del quartiere popolare di Govan, nella zona ovest della città, sull’altra riva del Clyde: ai suoi tempi, era una zona periferica di fabbriche, miniere e cantieri navali, dove la gente vota Labour come primo partito e, subito dopo, gli indipendentisti del SNP. In una città più delle altre divisa tra protestanti e cattolici, Ferguson ha avuto un padre protestante e una madre cattolica, è cresciuto come protestante e alla fine ha sposato una cattolica: della religione, gli è sempre importato poco.

17 anni da calciatore professionista, e a metà dei Settanta è passato in panchina, conquistando un titolo di seconda divisione con il St. Mirren, convincendo così l’Aberdeen a scommettere su di lui. Nel 1980, trascina i Dons a vincere il loro secondo titolo nazionale, dopo quello del 1955, e poi mette in bacheca due Coppe di Scozia, la seconda delle quali gli apre le porte dell’impresa nella Coppa delle Coppe. Qualche mese dopo, Ferguson e il suo Aberdeen coronano il loro ciclo vincendo anche la Supercoppa europea, sconfiggendo in finale l’Amburgo del maestro Ernst Happel. Nessun altro club scozzese è mai riuscito a sollevare questa coppa.

Ferguson, a destra, gioca a calcio accanto al premier laburista Tony Blair, cattolico scozzese cresciuto in Inghilterra e tifoso del Newcastle United.

Il ciclo vincente dell’Aberdeen – continuato fino al 1986 vincendo altre due campionati, due Coppe nazionali e una Coppa di Lega – affonda le sue radici nell’educazione popolare di Alex Ferguson, nella sua ambizione tipicamente socialista, come lui stesso si definisce, della working class che conquista il Paradiso. Col gioco, con i sacrifici e i progetti a lungo termine, e ovviamente con la consapevolezza di potersela giocare alla pari con tutti.

Nella seconda metà degli anni Ottanta, trasferirà questa mentalità oltre il confine meridionale, in un’altra storica realtà operaia, quella di Manchester. Al suo arrivo, troverà uno United in crisi, solo lontanissimo parente di quello che nel 1968 era stato il primo club inglese a vincere la Coppa dei Campioni. Lo ricostruirà come ha costruito il suo Aberdeen, con etica del lavoro e ragazzi del posto, riprendendo in mano l’eredità smarrita di Busby. Il ventennio che verrà, sarà il suo. Il Manchester United diventerà una delle squadre più ricche e vincenti al mondo, consolidandosi in particolare negli anni Novanta; lo stesso periodo in cui il ciclo dei Tories si spegnerà, facendo emergere il New Labour di Tony Blair, che resterà al governo sostanzialmente fino al 2010.

Certo, non sarà più quel Labour, quello di sinistra duro e puro, ma anche il gioco di Ferguson scenderà a qualche compresso, nel corso del tempo. Per lui, la politica è sempre stata prima di tutto un fatto di lealtà: sostiene il partito, anche economicamente, non solo per ciò che è ma principalmente per ciò che rappresenta, per la sua tradizione. Come un tifoso con la propria squadra, nel bene e nel male. Il binomio Manchester United-Labour, o Ferguson-Blair, segnerà un’epoca della storia britannica, con i suoi pregi e i suoi difetti; e sì, quando anch’esso svanirà, lascerà al suo posto macerie su cui sarà difficile ricostruire.

Fonti

BLOODWORTH James, Five things Sir Alex Ferguson said about the Tories, Left Foot Forward

CAMPBELL Alastair, On Labour and Manchester United: how two winning machines broke down, The Guardian

CARELLI Paolo, L’origine di un mito. Alex Ferguson, Di Stefano e il trionfo dell’Aberdeen, Zona Cesarini

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