Ibra, Lukaku, periferie e aristocrazie

Qualche sera fa l’Italia ha assistito alla quasi rissa tra due calciatori in diretta tv. No, meglio: ha assistito a un pezzo di calcio di periferia trapiantato alla Scala del calcio, in uno dei principali palcoscenici sportivi del mondo. Ed è ovviamente rimasta inorridita, come si resta sempre inorriditi quando ci si trova davanti ai ragazzi che dalle periferie affluiscono al centro e si ostinano a non voler abbandonare quel modo di fare così “periferico”.

A luglio 2020, Ernesto Galli Della Loggia pubblicava sul Corriere della Sera un editoriale piuttosto discutibile in cui parlava del disagio delle periferie, termine ombrello di cui di solito nessuno sa il vero significato, e a cui quindi ognuno dà il significato che vuole. “Al calar della sera, specie nel fine settimana, questi giovani si rovesciano nelle piazze, nei centri storici delle città, e sembrano farlo come posseduti da un desiderio di rivalsa”, che secondo lo storico si manifesta “nel torbido proposito” di “infettare la società per bene insieme ai posti che essa abita”.

Galli Della Loggia parlava di giovani, movida e pandemia, ma in realtà dimostrava, probabilmente senza rendersene conto, un disagio diffuso di quella gente per bene nei confronti della gente delle periferie, che per contrasto dev’essere gente per male. Il fatto che questi poveracci rozzi vengano qua, nei quartieri alti, e si comportino come se fossero ancora dalle parti loro. Un’offesa imperdonabile a tutto ciò che la società per bene rappresenta.

Sì, possiamo metterci di mezzo il derby di Coppa Italia. Possiamo metterci di mezzo il rude litigio tra due ragazzi di periferia all’interno di uno stadio che da sempre denuncia la sua aristocraticità venendo equiparato a un famosissimo ed esclusivissimo teatro milanese. Di litigi e insulti, sui campi da calcio, se ne vedono da sempre, ma questa volta l’opinione praticamente unanime degli esperti del settore è che si sia passato un certo limite. Quale, è difficile da capire, però.

Zlatan Ibrahimović nel 2000, ai tempi del Malmö FF, accanto a Kim Källström del BK Häcken, e che sarà poi l’altro grande talento svedese della sua generazione.

Zlatan Ibrahimović proviene, come sappiamo, da un posto chiamato Rosengård, divenuto ormai famigerato. Un quartiere dormitorio di Malmö, destinato al proletariato e al sottoproletariato urbano, e in particolar modo alle famiglie d’immigrati jugoslave e mediorientali. Romelu Lukaku, similarmente, proviene da un altra periferia, sita però ad Anversa, nel cuore del Belgio fiammingo, terra di passaggio e approdo di tanti immigrati dalle ex-colonie africane ma anche da altre zone povere del mondo.

Nel loro faccia a faccia di San Siro, c’erano a confronto due storie in realtà molto simili. Quella di Zlatan, figlio di una problamtica coppia croato-bosniaca, divisa anche da questioni religiose, e quella di Romelu, figlio di immigrati in fuga dalla povertà e dalla dittatura. Due ragazzi cresciuti in condizioni ostili e di emarginazione, dai piccoli furti dello svedese alla madre del belga che doveva allungare il latte con l’acqua per rispamiare, in una casa in cui spesso mancavano elettricità e acqua calda. Non in Congo, non in Bosnia: in Belgio e Svezia, due delle nazioni più progredite d’Europa.

Capire l’ostilità di certi ambienti è più difficile di quanto si creda. Non c’è solo l’orizzonte limitato delle prigioni sociali, non ci sono solo povertà ed emarginazione, ma c’è anche l’odio degli altri. Rosengård è diventato fin da subito una delle armi della propaganda di Sverigedemokraterna, i Democratici Svedesi, partito di estrema destra che da anni predica contro l’immigrazione e la distruzione dell’identità svedese. Sono quelli che si sono inventati la bufala delle periferie delle grandi città ormai dominate da gruppi islamisti che impongono la sharia, e che nel maggio del 2019 è arrivata anche impunemente al Tg2, in diretta nazionale. Poveri delle periferie che distruggono la società per bene, di nuovo.

Per contro, Anversa è stato il punto da cui è partita l’ascesa di Vlaams Belang, Interesse Fiammingo, e prima ancora di Vlaams Blok, i centri di convergenza del nazionalismo fiammingo di estrema destra che è passato dall’opporsi alla cultura francofona dei valloni all’opporsi agli immigrati africani, mediorientali e polacchi. Da Anversa proviene Kobe Verhoeven, capo-ultrà dell’Antwerp che nel 2003 venne identificato dalla polizia inglese per aver lanciato cori razzisti contro dei tifosi asiatici del Bolton, durante un’amichevole tra le rispettive squadre. Da Anversa proviene Hans van Themsche, il 18enne che nel 2006 uscì di casa con un fucile e iniziò a fare il tiro al bersaglio con tutti i neri che vedeva. Contro quei tizi delle periferie che stavano distruggendo la società per bene, di nuovo.

Crescere in posti del genere ti forma, nel bene e nel male. Ti fai una corazza, costruisci un personaggio spaccone e aggressivo, che faccia capire agli altri che è meglio non farti incazzare. Oppure coltivi la calma, cerchi di sottrarti agli scontri e alle tentatizioni, diventi molto religioso. Puoi chiamarti Ibrahimović o Lukaku, ma a un certo punto fa poca differenza.

Romelu Lukaku adolescente, nell’Anderlecht, club con il quale ha esordito da professionista nel 2009, a 16 anni, e dove ha giocato fino al 2011.

Poi, certo, il calcio arriva e ti cambia la vita, rendendoti un campione di fama mondiale e strappandoti alla povertà e alla periferia. La periferia fisica, almeno, perché quel concetto non si stacca da te, te lo porti dentro: sei sottoposto al contiuo bisogno di dimostrare agli altri che tu non sei il periferico, ma puoi fare parte della gente per bene. Non è un caso che, nonostante la loro notorietà e il loro comportamento, Ibrahimović e Lukaku siano sempre stati dei bersagli. Quando segni e giochi bene, sei l’attaccante del Belgio, ma quando non segni e giochi male, diventi l’attaccante congolese; oppure ti trovi un politico che ti dice che non sei veramente svedese, che il tuo linguaggio del corpo – il tuo linguaggio in generale – non sono considerabili svedesi. “Belga” e “svedese” sono solo altri modi per dire “gente per bene“.

Non importa quanto si sforzino, ci sarà sempre chi li vedrà come i ragazzi rozzi e arrabbiati delle periferie descritti da Galli della Loggia. Anche se poi, magari, nelle loro periferie vengono odiati perché ne hanno preso fin troppo le distanze, e le loro statue vengono vandalizzate, e loro finiscono prigionieri di un altro limbo, tra la gente per bene che ancora non riesce ad accettarli e la gente per male che non li accetta più.

Le periferie sono ormai divenute materiale narrativo. Se ne parla e se ne scrive molto, anche se poi tutto questo interesse resta sempre fermo alle parole. Di periferie romantiche, lo storytelling calcistico è pieno: campetti sconnessi, gioco duro, insulti alle mamme e alla fidanzate, nostalgia, il calcio dei bei tempi andati. Ma guai ad allontanare quel calcio dai ricordi e dalla narrazione romantica: non appena si schianta, improvviso, sul prato di San Siro, tra i professionisti della parola è tutto un fiorire di moralismo, di “spettacolo osceno” e di “così non si fa”. Perché il calcio delle periferie, con le sue durezze e i suoi insulti anche pesanti, va bene finché resta sulla carta, lontano dal nostro piano di realtà.

E allora ritorna, quel pensiero veramente osceno: i ragazzi della periferia che arrivano qui, nei quartieri alti del calcio, “col torbido proposito” di “infettare” il nostro calcio per bene. Che tirano fuori, a tradimento, la loro rozza perifericità davanti ai nostri occhi. Non glielo si può perdonare.

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