Pelé: La serie – Episodio 4

“Dimentichiamoci tutta la confusione che sta succedendo e pensiamo alla nazionale brasiliana, che rappresenta il nostro Paese e il nostro sangue. Appoggiamo la Seleçao fino alla fine, anche quando sbaglia.”

Pelé

Continua dall’Episodio 3

Il Brasile è in subbuglio. Ci troviamo in quello che è probabilmente l’evento cruciale della storia brasiliana degli ultimi decenni: è l’estate del 2013, e il paese sta per ospitare la Confederations Cup, il torneo che farà da anticipo al Mondiale del 2014 (e, di fatto, anche alle Olimpiadi del 2016), e la gente è scesa in strada, ma non per acclamare la Seleção, bensì per protestare. Nel paese che ama il calcio più di qualunque altro, ci sono proteste contro il calcio.

O meglio, le proteste sono contro il governo. Sono stati investiti molti soldi per rimordernare il paese in vista delle competizioni internazionali, ma le riforme hanno tagliato fuori gran parte della popolazione, che lamenta carenze di servizi e infrastrutture e contesta la corruzione della politica, che ha ceduto agli interessi delle multinazionali straniere. Il governo ha così cercato di recuperare consensi facendosi scudo con la nazionale di calcio, chiedendo al popolo di tornare all’ordine per seguire le partite e tifare, e allora la Seleção è divenuta suo malgrado il simbolo del potere politico tanto discusso.

Un momento cruciale, perché segna la caduta di due grandi miti brasiliani: il calcio non è più sufficiente a tenere calma la rabbia sociale, ma le proteste segnano anche la fine dell’idillio trabalhista iniziato con Lula e proseguito ora da Dilma Rousseff. Il governo ha bisogno di una voce amata che possa placare la folla, e chiede a Pelé di intervenire e convincere la gente a tornarsene a casa. Pelé, in fondo, non è solo un simbolo del calcio e della nazione, ma anche un simbolo dei Mondiali che si stanno preparando, per i quali si è esposto in prima persona: chi meglio di lui può intervenire a difenderli?

“La Confederations Cup serve come test per la squadra e per il paese” inizia il discorso di O Rei, e già la gente comincia a storcere il naso. Suonano male, quelle parole dettate dal governo ma pronunciate dall’ex-calciatore: pare che voglia dire “Ci state facendo fare brutta figura davanti al mondo”. Iniziano a fischiare, e si fanno assordanti quando Pelé aggiunge che bisogna sostenere la nazionale sempre, anche quando sbaglia, perché pare non stia parlano di Neymar e compagni, ma del governo. A questo punto, qualcuno arriva a chiamarlo traditore; altri improvvisamente si ricordano che Pelé è sempre stato così, sempre dalla parte di chi comanda.

Pelé accanto a Lula, presidente brasiliano dal 2003 al 2011 e uno dei principali artefici dell’assegnazione dei Mondiali 2014 e delle Olimpiadi 2016 al paese sudamericano, con Pelé come sponsor.

Qualcuno si ricorda che si sia mai opposto alla dittatura? Era talmente famoso che avrebbe potuto farlo senza conseguenze, e una sua presa si posizione avrebbe avuto grande peso a livello internazionale. Invece no, anzi si faceva coccolare da Médici e gli faceva quasi da ambasciatore. Sì certo, poi DOPO ha detto di non essere mai stato d’accordo col regime, di essere a favore della democrazia. Pure sul razzismo: mai una parola quando giocava, eppure una volta appesi gli scarpini al chiodo ha iniziato a lamentarsene e chiedere alla FIFA di prendere provvedimenti.

Sono tutte cose risapute, ma che negli anni sono state chiuse in soffita e in gran parte dimenticate. Pelé è stato bravo a rifarsi una “verginità democratica” dopo la caduta del regime, mantenendo la sua immagine di simbolo sportivo e, prima di tutto, amico del governo, qualunque esso sia. Nel 1995, il presidente socialdemocratico Fernando Cardoso lo nominò ministro straordinario per lo sport, e Pelé ebbe una proficua carriera politica, proponendo anche una famosa legge per combattere la corruzione nelle istituzioni.

Ma il processo di erosione del mito di Pelé è stato lento e incessante. Non ha riguardato solo le sue posizioni sul razzismo e la dittatura, ma anche la sua crescente ricchezza, che lo ha trasformato secondo alcuni in un giullare che salta da una pubblicità a un’altra e da un evento a un altro per raccogliere altro denaro. C’è anche una brutta storia riguardo una figlia che si è sempre rifiutato di riconoscere fino al 1996, quando venne sottoposto al test del dna, e a cui successivamente ha smesso di pagare gli alimenti, sebbene questa avesse a sua volta dei figli da mantenere. “Quelli come Pelé si arricchiscono con la Coppa del Mondo, grazie ai contratti pubblicitari, e al popolo cosa resta?” chiede polemicamente una delle contestatrici.

Già nel 2001, qualcuno aveva accusato Pelé di essere un cinico approfittatore: quel qualcuno era stato Sócrates. L’ex-capitano del Brasile del 1982 faceva da tempo parte degli oppositori di Ricardo Teixeira, il potentissimo presidente della federcalcio brasiliana, notoriamente corrotto; anche Pelé era a lungo stato avversario di Teixeira, ma alla fine si era rimangiato tutto e aveva preso a collaborare con il presidente federale. C’era Teixeira a capo della Federazione, quando al Brasile furono assegnati i Mondiali, frutto soprattutto del lavoro di lobbying suo e di O Rei.

Le proteste non si placano per tutta la Confederations Cup, e proseguono nei mesi successivi, aumentando d’intensità con l’approssimarsi dei Mondiali. La crisi del calcio e della sinistra segnano un punto di svolta nella storia del Brasile, mentre le proteste vengono lentamente egemonizzate dalla destra in funzione anti-Rousseff. Mentre tutto crolla, Pelé tenta l’ultimo dei suoi dribbling, cercando di riposizionarsi e riguadagnare la fiducia della gente.

Pelé, il “traditore del secolo”, durante le proteste del 2014.

“É chiaro che sono stati spesi molti soldi per costruire gli stadi, e in alcuni casi più di quanti si sarebbe dovuto spendere. Parte di essi sarebbero dovuti essere investiti nelle scuole, negli ospedali, in ciò di cui il Brasile ha bisogno”. A un anno dallo scoppio delle proteste, Pelé ha cambiato idea, almeno in parte: critica le devastazioni dei contestatori, ma adesso ammette che la Coppa del Mondo è un problema. In pochi, però, credono alle sue parole.

Tutti se lo ricordano abbracciato a Lula, a fare lo sponsor del Mondiale e delle Olimpiadi che adesso che è tardi critica. Parla contro il torneo iridato, ma finge di non essere anche lui parte di quella macchina economica. Parla delle violenze dei dimostranti, e non di quelle della polizia, che da anni si macchia di crimini atroci nelle favelas e che ora ha ricevuto ulteriore libertà d’azione da parte del governo per ripulire i sobborghi dagli indesirati. E adesso questa improvvisa ribellione nei confronti di un governo di cui si era sempre mostrato amico non sembra certo eroico, ma ridicolmente opportunista.

Finisce così, il mito di Pelé? Forse, o forse no. Chi conosce il Brasile dice che in realtà O Rei gode da tempo di maggiore stima fuori dal paese che al suo interno, che ormai è un fenomeno mediatico lontano dai cuori delle persone, specialmente delle generazioni più giovani. Dopo i Mondiali, la sua figura si eclissa sempre di più dal dibattito pubblico, allontanandosi dalla politica e, soprattutto dai politici. Nonostante le proteste e il suo voltafaccia, Rousseff rivince le elezioni pochi mesi dopo la Coppa del Mondo, ma silenziosamente il Brasile sta prendendo una nuova strada che diverrà chiara solo dopo le elezioni del 2018. Un’epoca sta finendo, e a malapena ce ne rendiamo conto.

Fine

Fonti

-GROZNY Ivan, VALERI Mauro, Ladri di sport. Dalla competizione alla resistenza, Agenzia X

ROMERO Simon, NEUMAN William, How Angry Is Brazil? Pelé Now Has Feet of Clay, The New York Times

ZIRIN Dave, Pelé said what?, The Nation

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