I dimenticati pionieri neri del calcio

Un campo da calcio, un pallone che rotola, ventidue giocatori. L’ala destra prende il pallone, semina i difensori, tira e batte il portiere. C’è solo un particolare: tutti questi nomi andrebbero messi al femminile, perché in campo ci sono delle donne, anche se siamo nel lontano 1896. È il Mrs. Graham XI, la prima squadra di calcio femminile della storia, fondata nel 1881 dalla scozzese Helen Graham Matthews. Ah no, c’è un altro particolare: la ragazza che gioca all’ala destra si chiama Emma Clarke, ha solo vent’anni ed è una calciatrice di grande talento, forse la più forte in Inghilterra e, quindi, nel mondo. Ed è nera.

Di lei si sa poco. È nata a Liverpool in una famiglia di immigrati proveniente da chissà dove; i suoi genitori, William e Wilhelmina, hanno avuto in tutto 14 figli, di cui almeno tre femmine (le sorelle Jane e Mary giocheranno anch’esse nel Mrs. Graham XI), e vivevano nel sobborgo industriale di Bootle. Emma Clarke e le sue sorelle giocavano a calcio per strada, probabilmente in squadre miste. A 15 anni aveva iniziato a lavorare come apprendista in una pasticceria di Liverpool, e quattro anni dopo sarebbe diventata una calciatrice di fatto professionista: veniva pagata uno scellino a settimana, una somma considerevole, visto il contesto da cui proveniva. Nel 1897 fu tra le protegaoniste di una clamorosa vittoria di una squadra femminile su una maschile, raccontata con toni grotteschi e canzonatori sulla stampa britannica. Poi, dopo il 1903, le notizie su di lei svanirono e, dal 1905, il suo nome scomparve dai registri del censimento, il che fa supporre che sia morta. Nessuna notizia certa, se non che avesse soltanto 29 anni.

Ma queste poche cose che oggi sappiamo su Emma Clarke le dobbiamo alle caparbie ricerche di Stuart Gibbs, un artista e appassionato di calcio femminile che per anni ha indagato sul suo conto. Una caccia a un fantasma: sulle cronache dell’epoca, si faceva riferimento solo a una giocatrice nera, senza mai scriverne il nome. A lungo, si era pensato si trattasse di Carrie Boustead, fino a che Gibbs non trovo una vecchia foto e scoprì che Boustead era bianca.

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Emma Clarke è la seconda in piedi da sinistra. Solo nel 2018 la Football Association ha iniziato a discutere della possibilità di onorarla con una targa o una statua.

La storia dei pionieri del calcio nero europeo segue sempre questa falsariga: la gloria negata, così come la memoria, ne sono un tratto distintivo. In un periodo in cui una certa parte della società accusa Black Lives Matter di voler “cancellare” o “riscrivere la Storia” quando gli attivisti chiedono di rimuovere statue di schiavisti e razzisti, forse è il caso di considerare che, finora, le uniche storie cancellate sono state quelle dei neri. Oggi forse non avremmo così tanta gente che guarda chi ha la pelle scura come se fosse uno straniero, se fossimo cresciuti conoscendo il ruolo dei neri europei nello sviluppo della nostra società e – perché no – anche del nostro calcio.

Vent’anni prima di Emma Clarke, tra i maschi aveva esordito Andrew Watson, considerato uno dei migliori difensori dell’epoca e sceso in campo in tre occasioni con la maglia della Scozia, di cui fu anche capitano. Suo padre era Peter Miller Watson, ricco proprietario di piantagioni nella Guyana britannica, dove Andrew era nato assieme alla sorella Annetta, da una ex-schiava di origine africana. La disponibilità economica di cui Watson potè godere per tutta la sua vita – in particolare dopo la morte del padre e la conseguente eredità – gli consentì di studiare e avere una vita agiata, e di non essere emarginato per via del colore della sua pelle. Ma non gli impedì di subire un destino simile ad altri pionieri del calcio nero in Europa: nessun giornale a lui contemporaneo ne forniva una descrizione fisica, il fatto che fosse un grande calciatore e al tempo stesso nero veniva totalmente omesso. Per decenni, Watson non è stato considerato dagli storici del calcio, fino a che Andy Mitchell non ne ha indagato la storia, portando all’inserimento del suo nome nella Scottish Hall of Fame nel 2012.

Prima di tutto ciò, il titolo di pioniere del calcio nero spettava ad Arthur Wharton, eccezionale e poliedrico sportivo originario del Ghana, arrivato nel Regno Unito nel 1885 per diventare un pastore metodista. Si innamorò del calcio e ne fece la sua vita, giocando principalmente come portiere (ma occasionalmente pure all’ala), e divenendo anche professionista con il Rotheram Town. Ma la verità è che per tutta la sua carriera dovette affrontare il razzismo della società britannica dell’epoca. Nonostante le sue grandi doti atletiche, ebbe una carriera mediocre e molti problemi a trovare un buon impiego fuori dal campo. S’impoverì, si diede all’alcol, e finì a lavorare in una miniera di carbone. Venne dimenticato, e quando morì, nel 1930, venne sepolto in una fossa comune.

Nessuna memoria di Arthur Wharton, tradizionalmente riconosciuto come il primo calciatore nero professionista. Il suo nome venne silenziosamente rimosso dal grande libro della storia del calcio fino al 1997, quando Phil Vasili lo recuperò e ne fece un libro dal sottotitolo inequivocabile: An Absence of Memory. Ci sono voluti però altri 17 anni per passare dal libro a un riconoscimento ufficiale da parte della Football Association, con la realizzazione di una statua presso St. George’s Park a Burton upon Trent, dove ha sede la FA.

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Arthur Wharton, secondo seduto da sinistra, con la divisa da portiere del Darlington, dove esordì come calciatore.

Dimenticato come Walter Tull, mezzala nata nel Kent da madre inglese e padre delle Barbados. Suo nonno era uno schiavo, suo padre un falegname, lui divenne un calciatore e un eroe di guerra. Con ordine: prima al Clapton, poi al Tottenham e infine al Northampton; la stampa dei primi anni Dieci lo descriveva come un interno elegante e con una grande visione di gioco. Le cose erano un poco cambiate, dai tempi di Watson e Wharton: adesso, gli insulti razzisti venivano citati sui giornali. Non vengono riportate le frasi nè si parla apertamente di razzismo, ma per la prima volta sulla stampa inglese si riferisce di insulti verso un giocatore nero, durante un match contro il Burnley. Ma dopo quel fatto, l’allenatore del Tottenham decise di evitarsi guai, e non lo fece più giocare, e infine lo lasciò andare al Northampton, dove Tull visse i migliori anni della sua carriera, allenato da un giovane Herbert Chapman (che da ragazzo aveva giocato per un po’ nello Stalybridge Rovers assieme ad Arthur Wharton).

Poi venne il 1914, e la guerra. Tull si arruolò in dicembre, e finì a combattere sulla Somme; fu promosso secondo tenente – secondo alcuni, il primo ufficiale di colore dell’esercito britannico – e mandato a combattere sul fronte italiano, dove per le sue azioni fu proposto per la Military Cross. Quell’onoreficienza non la vide mai: l’esercito non volle saperne di decorare un nero. E così, Walter Tull rimase un signor nessuno, e il 25 marzo 1918 venne ucciso in azione nel nord della Francia, all’età di 30 anni. Fino al 1999, nessuno si ricordava di lui: in quella data, il Northampton decise di dedicargli un memoriale fuori dal proprio stadio. Dieci anni dopo, fu sempre Phil Vasili a scrivere una sua biografia, e nel 2016 finalmente vennero fuori documenti secretati dell’esercito che chiarivano il perché non gli fu riconosciuta la Military Cross.

Non andò molto meglio, nei decenni successivi, a Jack Leslie. Come Tull, madre inglese e padre nero, in questo caso originario della Giamaica; crebbe a Canning Town, il distretto portuale di Londra, e iniziò a destreggiarsi come mezzala sinistra nei primi anni Venti, prima al Barking e poi al Plymouth Argyle, dove si affermò come un grande realizzatore. Nel 1925, ricevette una storica convocazione con la nazionale inglese per un match contro l’Irlanda: sarebbe stato il primo nero a giocare nei Three Lions. All’epoca funzionava così: qualcuno ti osservava e scriveva una sorta di raccomandazione alla Commissione Tecnica della FA, che in base a quella decideva o meno di convocarti. Quando selezionarono Leslie, non sapevano che fosse nero. Quando lo scoprirono, la convocazione fu annullata. Leslie rimase a giocare a Plymouth, nell’anonimato, scontrandosi ogni settimana con gli insulti razzisti dei tifosi avversari.

Una volta appesi gli scarpini al chiodo, in pochi si ricordarono di lui. Dopo un periodo di difficoltà, trovò impiego nello staff del West Ham United, occupandosi della cura delle scarpe dei giocatori. Quando morì, nel 1988, lo fece da sconosciuto. Solo nel 2019 si è ripreso a parlare di Jack Leslie, quando il Plymouth Argyle decise di intitolargli la nuova sala consigliare del club. Negli ultimi mesi, il City Council di Plymouth ha proposto di dare il suo nome alla piazza intitolata allo schiavista John Hawkins, e alcuni tifosi hanno lanciato una raccolta fondi online per realizzargli una statua.

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Walter Tull con la maglia del Tottenham Hotspur, con cui giocò 10 partite tra il 1909 e il 1911. Successivamente, ne giocò altre 105 con il Northampton Town.

Altri decenni passarono. Il mondo scopriva il talento della Maravilla Negra José Leandro Andrade, di Raoul Diagne, di Pelé, di Eusébio e di altri grandi calciatori neri. In First Division, si faceva largo negli anni Settanta l’attaccante Clyde Best: anche per lui, la nazionale restò un miraggio, mentre il razzismo era pane quotidiano. Solo nel 1978, il ct Ron Greenwood – lo stesso che, al West Ham, aveva prima dato un lavoro a Leslie e poi ingaggiato come giocatore Clyde Best – convocò il primo nero della storia dell’Inghilterra, il difensore del Nottingham Forest Viv Anderson, che poi avrebbe vestito la maglia bianca in 30 occasioni complessive.

È ad Anderson che la stampa britannica, in questi ultimi anni, è spesso andata a chiedere se avesse mai sentito parlare di Jack Leslie, di Arthur Wharton o di altri pionieri del calcio afrobritannico. E la risposta è sempre stata un sofferto “No”.

 

In copertina: Jack Leslie, a sinistra, prima del calcio d’inizio di una partita, con la maglia del Plymouth Argyle.

 

Fonti

AARONS Ed, Walter Tull: why the black footballing pioneer was denied a Military Cross, The Guardian

COLEMAN Clive, Statue campaign for dropped black player, BBC News

HEFFERNAN Conor, Andrew Watson: the silent pioneer for black footballers, These Football Times

KESSEL Anna, Revealed: Britain’s first black female footballer after case of mistaken identity, The Guardian

STOREY Daniel, The fight for his recognition is Arthur Wharton’s true legacy, iNews

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