Sogno al sapore di coca e caffé: Colombia 1986, il Mondiale mai giocato

“Colombia”. Il nome riecheggiò tra gli applausi poco convinti della sala: la FIFA aveva appena annunciato che, di lì a sedici anni, la Coppa del Mondo di calcio si sarebbe disputata in Colombia. Accadeva a Stoccolma, il 9 giugno 1974; quattro giorni più tardi, a Berlino Ovest, avrebbe preso il via il primo Mondiale tedesco della storia.

L’idea di portare il calcio in Colombia seguiva la regola non scritta dell’alternanza Europa-Sudamerica: quattro anni prima si era giocato in Messico, ora toccava alla Germania Ovest, poi si sarebbe andati in Argentina, e nel 1982 in Spagna. Ma la nazionale dei Cafeteros era una semisconosciuta del calcio internazionale, avendo preso parte alla sola edizione del 1962 dei Mondiali e ad appena cinque edizioni della Copa América, senza mai aver organizzato un torneo. Nessun club colombiano aveva mai raggiunto la finale della Copa Libertadores.

La “mossa Colombia”, però, era sicuramente in linea con le trame politiche intessute da João Havelange, un ex-pallanuotista brasiliano salito ai vertici della Federcalcio verdeoro nel 1958 e in quel momento candidato alla presidenza della FIFA. Havelange aveva incentrato tutta la sua campagna sull’apertura del calcio alle federazioni più piccole, una nuova globalizzazione del football volta a coinvolgere in maniera più determinante anche il Terzo Mondo. Aveva promesso di aumentare il numero delle partecipanti ai prossimi tornei, dando più spazio alle nazionali dell’Africa, dell’Asia e del Nordamerica, e spinto molto perché fosse un paese povero e marginale come la Colombia a organizzare il torneo, evitando di presentare la candidatura del Brasile e lasciando di fatto i colombiani senza rivali. L’11 giugno 1974 Havelange vinse le elezioni contro l’inglese Stanley Rous, che da tredici anni occupava la poltrona nella sede di Zurigo.

La FIFA inviò allora al governo di Bogotà un resoconto con quanto era necessario per ospitare la coppa: dodici stadi da 40mila persone, quattro da 60mila e due da 80mila; una moderna torre per le telecomunicazioni nella capitale; una estesa rete ferroviaria per collegare le città sede delle partite, e aeroporti con piste adatte all’atterraggio per Boeing e jet; strade di collegamento; hotel e alberghi spaziosi e confortevoli, e ovviamente agevolazioni e comfort per i delegati della Federazione internazionale. Misael Pastrana Borrero, Presidente della Repubblica ed ex-ambasciatore negli Stati Uniti, rispose con un fermo: “Sì, si può fare”.

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Il logo di Colombia 1986: i due lati del mondo uniti da un pallone da calcio con i colori del Tricolor.

La sfida era stata lanciata anni prima dal predecessore di Pastrana, il liberale Carlos Lleras Restrepo, in cerca di slancio per la propria campagna elettorale. Nella primavera del 1966, Lleras girò le principali città del paese con uno slogan: “Il Mundial in Colombia!”. Non una promessa da poco, in un paese poverissimo ma in cui il calcio era tutto, nonostante gli scarsi risultati fuori dai patri confini. Lleras era l’uomo nuovo della politica colombiana del Frente Nacional, un’ambigua alleanza tra il partito conservatore e quello liberale sorta nel 1958 per porre un freno alla Violencia, il periodo di guerra civile che aveva visto i due schieramenti ferocemente opposti, e che aveva di fatto escluso ogni altro partito dalla competizione elettorale, imponendo un’alternanza tra conservatori e liberali in una sorta di governo di unità nazionale.

Tuttavia, a neanche dieci anni da quella pace forzata, la Colombia si trovava nuovamente sull’orlo del baratro: il Frente Nacional non aveva realmente risolto le disuguaglianze del paese, e ovunque andavano formandosi gruppi sempre più radicali di “scontenti”, che in breve decisero di passare alla lotta armata, come il Movimiento 19 de Abril – o M-19 o anche El Eme – e soprattutto le Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia, note come FARC. La promessa di Lleras, quindi, portava con sé un mutamento sociale non da poco, che si accompagnava con una proposta politica di massiccio intervento statale e di sviluppo economico d’impronta keynesiana. Dietro alla suggestione del Mundial, però, si nascondeva un altro personaggio: Alfonso Senior Quevedo, il capo della Federcalcio locale e uno degli uomini-simbolo del calcio colombiano.

Senior era salito alla ribalta alla fine degli anni Quaranta, in qualità di presidente dei Millonarios di Bogotà: nel 1949 sfruttò magistralmente lo sciopero dei calciatori argentini – scontratisi con il presidente Juan Domingo Perón per questioni salariali – e portò nell’allora mediocre e misconosciuto campionato colombiano alcuni campionissimi come Adolfo Pedernera, Néstor Rossi e Alfredo Di Stéfano. Il Dorado, l’epoca d’oro del calcio colombiano, fu segnata dai successi dei Millonarios ma anche dalla rottura con la FIFA, che aveva condannato i metodi d’ingaggio professionistici adottati da Senior e dai suoi colleghi. Ma così, per la prima volta, la Colombia era comparsa sull’atlante del calcio mondiale.

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I Millonarios del ‘Ballet Azul’, la squadra dei primi anni Cinquanta: si riconoscono Di Stéfano (terzo in piedi da sinistra) e Pedernera (quarto in piedi da sinistra).

A dispetto del nome del suo club più famoso, in Colombia di soldi ne giravano pochissimi. Nel 1960, l’aspettativa di vita era inferiore ai 57 anni, tra le più basse del continente, e il Pil di appena 4 miliardi di dollari. Gli stadi erano pochi, piccoli e di basso livello, le infrastrutture scarse e fatiscenti, le possibilità di lavoro estremamente limitate, soprattutto per chi nasceva fuori da Bogotà e Medellín. Non erano pochi quelli che si erano dati al contrabbando di sigarette e, dalla fine degli anni Sessanta, avevano iniziato a coltivare e vendere marijuana. Tra questi c’era Carlos Lehder, un piccolo criminale ed ex-militante delle FARC che, dopo essere finito in carcere, decise di scommettere sul business del futuro, la cocaina. I narcos colombiani iniziarono ad acquistare i vasti terreni dedicati alle piantagioni di caffé, convertendoli in campi di coca: stava formandosi il Cartello di Medellín.

Quando, nel 1974, la FIFA diede mandato alla Colombia di organizzare il Mondiale del 1986, non era a conoscenza di niente di tutto questo. A Zurigo, nessuno sapeva che stavano per portare il principale evento calcistico del pianeta in un paese del Terzo Mondo diviso tra una dittatura soft, la guerra civile e il traffico internazionale di droga. Il presidente Pastrana vedeva nel Mundial l’occasione per usare i soldi degli investitori stranieri per modernizzare ulteriormente la nazione dopo il buon periodo di Lleras, ma evidentemente non riusciva ad avere un quadro completo della situazione.

La sua elezione, nel 1970, era stata poco limpida e aveva gettato ulteriore benzina sul fuoco di cui ardevano le FARC e M-19. Inoltre, ignorava totalmente il problema dei narcos, che ormai detenevano il controllo di gran parte delle campagne e stavano togliendo al paese gli introiti del commercio del caffé, principale prodotto d’esportazione della Colombia, azzoppandone ulteriormente l’economia. L’idea di costruire nuovi stadi, strade, ferrovie e aeroporti laddove prima c’erano aree non urbanizzate, significava portare via terreno utile al business della cocaina, creare lavoro legale e togliere manodopera ai Cartelli, aumentare i controlli della polizia e complicare il traffico aereo, principale mezzo d’esportazione della droga. Il Mundial era un gran brutto affare, per i narcos.

Nel frattempo, poco dopo l’assegnazione dell’evento si erano tenute le elezioni vinte da Alfonso López Michelsen, che nel 1975 aveva incontrato proprio Havelange rassicurandolo che tutto stava procedendo per il meglio. In realtà, la maggior parte dei lavori non era ancora iniziata, e non lo sarebbe mai stata: nei successivi quattro anni, il governo colombiano si disinteressò completamente del Mondiale, mentre l’economia del paese andava peggiorando. Solo l’elezione del nuovo presidente Julio César Turbay Ayala, nel 1978, segnò un cambio di traiettoria: oltre a rompere l’alternanza tra conservatori e liberali e mettere definitivamente fine all’esperienza del Frente Nacional, Turbay fu il primo a rendersi conto che il progetto Mundial era bloccato, e la situazione necessitava di una spinta. Lo Stato non era in grado di sostenere da solo i costi del progetto, ci volevano dei privati.

Nacque così la Corporación Colombia 86, un ente formato di diverse imprese colombiane, che avrebbero gestito vari fondi internazionali e sponsor per portare finalmente a termine i lavori, mentre il governo si occupava di snellire la burocrazia per facilitarne il lavoro. Il risultato fu che buona parte dei soldi che dovevano servire a costruire stadi, hotel, strade e ferrovie furono presi e nascosti nei paradisi fiscali dei vicini Caraibi, e il progetto non si smosse di più che qualche passo.

Turbay ci teneva a mostrare al mondo che la Colombia era un paese moderno e che tutto sarebbe stato fatto a regola d’arte ed entro i tempi stabiliti, nonostante lo scetticismo sempre più forte della FIFA. Inizialmente fu diffusa l’immagine della mascotte del torneo: un omino con un pallone da calcio al posto della testa, che pareva realizzato da un pubblicitario di quart’ordine durante la pausa pranzo. L’11 luglio 1982, durante la finale dei Mondiali di Spagna, allo stadio Santiago Bernabeu era presente uno striscione sponsorizzato dal Banco de Colombia, che recitava “Nos vemos en el Mundial Colombia 86”. A molti, quella frase, sembrò più un augurio che un arrivederci.

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Verso il Mondiale?

Qualche giorno prima, Senior e Havelange si erano incontrati in Spagna. La leggenda vuole che il presidente della FIFA, scherzando solo a metà, avesse chiesto al collega se ce l’avrebbero fatta a finire i lavori per tempo. E che Senior, con un sorriso imbarazzato, avesse risposto: “Sarebbe meglio se si tornasse ad avere 16 squadre”. Havelange sbiancò: Spagna 1982 era stato il primo Mondiale con 24 partecipanti, diretta conseguenza della riforma del torneo voluta dal presidente brasiliano – per la prima volta erano presenti due africane, due centroamericane, un’asiatica e un’oceaniana – e tornare indietro era impensabile.

Havelange, ora, era realmente preoccupato: in gioco, non c’era solo un evento sportivo, ma la sua intera visione del sistema calcio planetario. Ne parlò con Hermann Neuberger, ex-presidente della Federazione tedesca occidentale e all’epoca suo vice, il quale, pragmaticamente, inviò a Bogotà uno spietato ultimatum: una to-do-list, il conto alla rovescia fissato a quattro anni, e una domanda con data di scadenza. Volete il Mondiale? Bene, entro il prossimo 10 novembre ci dovete assicurare di poterlo organizzare seriamente. Altrimenti salta tutto.

Ad agosto, Belisario Betancur aveva riportato i conservatori al governo e preso atto della drammatica situazione del paese. La guerra aperta di Turbay alle FARC e a M-19 aveva avuto conseguenze catastrofiche e, con le sempre più frequenti accuse di violazione di diritti umani da parte dell’esercito, si era ritorta contro Bogotà. Nel frattempo, il paese era diviso tra le aree governative, quelle dei guerrilleros e quelle dei narcos, che ormai erano la fazione più forte e detenevano il controllo del paese, corrompendo politici e riciclando il proprio denaro nelle attività legali più disparate. Il più potente di questi, Pablo Escobar Gaviria, era divenuto il principale sovvenzionatore dell’Atlético Nacional de Medellín, che di lì a poco sarebbe divenuto uno dei club più forti del Sudamerica. Francamente, a questo punto, a Betancur del Mundial non poteva proprio fregargliene di meno.

Il 25 ottobre tenne un celebre discorso alla nazione. Solo 99 parole per dire ciò a cui nessun colombiano poteva credere, ma che all’estero tutti aspettavano ormai già da qualche anno: “Non possiamo organizzare il Mondiale”. Non disse proprio così: era un politico navigato – quasi sessantenne, era stato Ministro del Lavoro nei primi anni Sessanta e poi ambasciatore in Spagna nel decennio successivo – l’avevano eletto da poco e sapeva che doveva usare la sottile arte della propaganda per trasformare un’umiliazione in un successo. “Non si è compiuta la regola d’oro, per cui il Mundial dovrebbe servire alla Colombia, e non la Colombia alla multinazionale del Mondiale. Qui ci sono altre cose da fare, e non abbiamo il tempo per affrontare i capricci della FIFA e dei suoi partner”. Così disse, testualmente. E aggiunse che il riconoscimento del Nobel per la Letteratura a Gabriel García Márquez – annunciato pochi giorni prima – compensava la Colombia della perdita della competizione sportiva.

In realtà, per molti quel momento divenne un marchio d’infamia nella storia del paese sudamericano. Betancur fu accusato di mancanza di prospettiva, in primo luogo da Alfonso Senior: “La Colombia è un paese nano che non è adatto alle grandi imprese. Volevamo costruire qualcosa di importante, ma la Colombia ha fallito”. Nel 1986, l’anno che avrebbe dovuto sancire il suo grande successo, Senior abbandonava per sempre il ruolo di presidente della Federcalcio.

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Pablo Escobar con la squadra dell’Atlético Nacional. Nello stesso periodo, il narcos Gonzalo Roriguez Gacha aveva il controllo dei Millonarios di Bogotà, e i fratelli Orejuela, del rivale Cartello di Cali, quello dell’América de Cali, tre volte finalista della Libertadores.

Le grandi speranze di Betancur non si realizzarono mai: sempre nel 1986, quando lasciò il posto a Virgilio Barco Vargas, la Colombia era precipitata in una spirale di violenza inaudita. Si era aperto un nuovo fronte nella guerra civile, che stavolta vedeva opposti i narcos ai guerrilleros; nel 1984, il Cartello di Medellín aveva assassinato il Ministro della Giustizia Rodrigo Lara Bonilla; l’anno seguente, M-19 violò il cessate il fuoco e un suo commando irruppe nel Palazzo di Giustizia di Bogotà, prendendo in ostaggio diversi giudici della Corte Suprema. Le trattative di pace con le FARC sembrarono in un primo momento aver prodotto risultati positivi, con la nascita del partito Unione Patriottica, che doveva diventire il gruppo politico legale in cui far confluire i guerrilleros che abbandovano la lotta armata; ma presto emerse che UP non stava diventando l’alternativa alle FARC, bensì il loro appoggio politico.

In questo clima, la Colombia allenata da Francisco Maturana superava di misura Israele in un doppio spareggio nell’ottobre 1989, guadagnandosi uno storico pass per i Mondiali di Italia 1990. Quasi metà della squadra era composta da giocatori dell’Atlético Nacional di Pablo Escobar, che proprio quell’anno diventava il primo club colombiano a vincere la Copa Libertadores. Il Mondiale del 1986, invece, era stato assegnato al Messico, la cui candidatura era stata fortemente sostenuta da un altro vice-presidente della FIFA, Guillermo Cañedo, ovviamente messicano. Si trattava della prima volta che un paese organizzava due edizioni della Coppa del Mondo.

Nella foto di copertina, la nazionale colombiana per le qualificazioni a Messico 1986, in cui fu eliminata ai play-off dal Paraguay.

Fonti

AFFOLTI Stefano, Il Mundial fantasma, Gente di Calcio

GARCÍA Adriana Chica, Colombia 86, la historia detrás del Mundial que no fue, Infobae

FIORE Massimo, Colombia 1986, il “Mondiale fantasma”

OSPINA Andrés, La triste y vergonzosa historia del Mundial Colombia 86, El Tiempo

3 pensieri riguardo “Sogno al sapore di coca e caffé: Colombia 1986, il Mondiale mai giocato”

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