La strada dall’Armenia al mondo

“Le nostre mani si sono unite, / soltanto due mani. / Ma è come se / non fossero le nostre mani, / ma soltanto uno stretto: / ci siamo mescolati, / come due mari vicini, / a lungo divisi.” – Puruyr Sevak

Quando, nel 2005, la Federcalcio armena decise il miglior giocatore della storia della nazione, parve abbastanza normale che la scelta ricadesse su Khoren Hovhannisyan, noto nell’Ovest come Oganesian. Era stato nella rosa dell’Unione Sovietica che aveva vinto l’Europeo Under-21 nel 1976 e poi il bronzo olimpico a Mosca 1980, aveva giocato 34 partite in nazionale segnando anche sei reti, ed era stato una leggenda dell’Ararat Yerevan, che aveva condotto alla vittoria della coppa nazionale nel 1975 e al secondo posto nel campionato sovietico nel 1976.

Si dice anche sia stato il primo calciatore armeno a giocare i Mondiali, nel 1982. In realtà, ce n’era stato un altro, prima di lui: Jean Djorkaeff, di padre calmucco e madre armena, rappresentò la Francia nelle tre partite del girone del torneo del 1966. Suo padre aveva combattuto con i Bianchi durante la rivoluzione russa, e infine era espatriato in Francia dopo che i bolscevichi avevano preso il potere. Lì aveva conosciuto la madre di Jean, armena in fuga, a sua volta, dalle persecuzioni turche che, proprio in quegli anni, avrebbero portato al genocidio armeno. Prima anche di Djorkaeff, c’era stato Nikita Simonyan ai Mondiali del 1958, ma Hovhannisyan fu il primo armeno di nascita ai Mondiali.

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Hovhannisyan accanto a Leonid Burjak della Dinamo Kiev, durante un allenamento della nazionale sovietica, nel 1982.

Djorkaeff e Hovhannisyan non si sono mai incontrati, sul campo da calcio: il primo, dopo una carriera trascorsa tra Lione, Marsiglia e Parigi, ha appeso gli scarpini al chiodo quando la storia calcistica del secondo stava iniziando. Prima di lasciare l’Ararat – per giocare prima con l’Arabkir e poi, a ridosso del disfacimento dell’Urss, con gli uzbeki del Paxtakor – Hovhannisyan fece in tempo a scambiarsi il pallone con un altro dei più apprezzati calciatori armeni della storia, Hamlet Mkhitaryan, che esordiva diciottenne nel 1980 nel club di Yerevan, dove avrebbe raccolto l’eredita in attacco di Arkady Andreasyan, nel frattempo divenuto tecnico del club. Nel 1984 – quando in panchina era arrivato proprio Simonyan, ex-bomber dello Spartak Mosca e oro olimpico a Melbourne – Mkhitaryan disputò la sua miglior stagione, segnando 18 reti e arrivando secondo in classifica marcatori.

Ma alla fine degli anni Ottanta la Perestrojka stava portando alla fine dell’Unione Sovietica, all’allentamento dei rigidi divieti del regime e al sorgere delle indipendenze delle singole repubbliche, che si portavano appresso tensioni politiche come quella tra Armenia e Azerbaijan per la regione di confine del Nagorno Karabakh. Mkhitaryan pensò bene di cogliere l’occasione al volo e trasferirsi in Francia nel 1989: a Lione si concentrava una delle più numerose comunità armene d’Europa, e lì Hamlet conobbe Jean Djorkaeff, che all’epoca aveva da pochi anni deciso che la carriera da allenatore non faceva per lui.

Così, con il suo aiuto, Hamlet Mkhitaryan trovò un ingaggio nella terza serie francese, al Valence, la squadra degli immigrati armeni, con cui avrebbe ottenuto la promozione in Ligue 2. L’amicizia tra i due si trasmise ai figli: quello di Djorkaeff, Youri, era una delle migliori promesse del calcio francese, un centrocampista offensivo con medie realizzative da centravanti che aveva già esordito coi Bleus e militava nel Monaco allenato da Arsène Wenger. Quello di Mkhitaryan, invece, era solo un bambino di nome Henrikh che l’Armenia neppure se la ricordava e che aveva in Youri il proprio mito. Un giorno, Henrikh disse a Youri che da grande sarebbe addirittura divenuto campione d’Europa. Youri ci sarebbe riuscito due volte: nel 1996 con il Paris Saint-Germain, vincendo la Coppa delle Coppe, e nel 1998 con l’Inter, vincendo la Coppa UEFA.

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Henrikh e Youri, durante un allenamento, nei primi anni Novanta.

Da Lione, epicentro delle loro vite, la via più breve in auto per raggiungere Monaco, dove giocava Youri Djorkaeff, è quella che va a sud, passa dalla vicina Valenza – dove giocava invece Hamlet Mkhitaryan – raggiunge il Mediterraneo a Marsiglia – dove aveva giocato, anni prima, Jean Djorkaeff – e segue tutta la Costa Azzurra. Se invece si tirasse una linea retta tra le due località, più o meno a metà strada si troverebbe la città alpina di Digne-les-Bains, dov’era nato un altro giovane armeno, a quel tempo in forze all’Olympique Marsiglia, Alain Boghossian. Alain e Youri si dovevano essere incontrati soltanto un paio di volte e da avversari, ma qualche anno dopo sarebbero divenuti e compagni di squadra in nazionale: nel 1998, quando il primo stava alla Sampdoria e il secondo all’Inter, sarebbero divenuti campioni del mondo. I primi armeni campioni del mondo, per la precisione.

I percorsi della vita avevano finito col separare i figli d’Armenia. Nel 1995, i Mkhitaryan avevano deciso di tornare a Yerevan: ad Hamlet era stato diagnosticato un tumore al cervello e, dopo che ben tre operazioni non avevano dato buoni risultati, aveva deciso di andarsene a morire a casa sua. Suo figlio Henrikh aveva sei anni, quando restò orfano. Troppo pochi per avere veramente conosciuto suo padre: tutto ciò che gli restava di lui erano le videocassette delle sue partite, che sostituivano ricordi e filmini di famiglia. Crebbe in un paese preda di squilibri economici e politici, solo con la madre Marina e sua sorella maggiore Monika.

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Hamlet con i figli Monika ed Henrikh, durante una vacanza sulle Alpi.

Un aiuto non da poco arrivò, a quel punto, da Khoren Hovhannisyan, che dopo il ritiro era divenuto un pezzo grosso del calcio armeno ed era anche allenatore della nazionale: fece entrare Henrikh nelle giovanili del Pyunik Yerevan, che aveva allenato fino all’anno prima, e trovò a sua madre Marina un lavoro nella Federcalcio armena. Da qui in avanti, Henrikh iniziò a bruciare le tappe: a 14 anni si spostò temporaneamente a São Paulo, in Brasile, per uno stage con la squadra locale, e al suo ritorno in Armenia ottenne il primo contratto professionistico. Nel 2006, Hovhannisyan lo fece esordire nella prima squadra del Pyunik, a soli diciassette anni.

La famiglia Mkhitaryan ha oggi un ruolo di primo piano nel calcio armeno: mamma Marina è responsabile delle fermazioni nazionali della Federcalcio ed è una delle donne più influenti e di succeso del paese; Monika, invece, lavora per la UEFA. Henrikh ha vestito in seguito le maglie di Metalurg e Shakhtar Donetsk, del Borussia Dortmund, del Manchester United e dell’Arsenal; ha segnato oltre 150 gol in carriera nelle squadre di club e detiene il record di reti della sua nazionale. Oggi, quando ci si chiede chi sia il più forte calciatore armeno di ogni epoca, si pensa indubbiamente a lui. Nel 2017, giocando nel Manchester United, ha vinto l’Europa League ed è divenuto campione d’Europa, come aveva promesso al suo amico Youri anni prima.

 

Fonti

BABAYAN Hasmik, NAMBALDIAN Gohar, Hamlet Mkhitaryan Life and Career, Mediamax

Djorkaeff, heros malgre lui en…kalmoukie, Le Soir

MOLLOY Mark, Youri Djorkaeff reveals promise young Henrikh Mkhitaryan made to him, The Telegraph

SALTARI Dario, Mkhitaryan e la diaspora degli armeni, Fenomeno

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