JuventURSS

L’agosto di Torino non era decisamente come quello di Minsk, ma valeva bene una visita, soprattutto se per motivi di lavoro: la pensava così Sergej Alejnikov, centrocampista di 27 anni che stava concludendo un clamoroso trasferimento dall’Unione Sovietica al calcio europeo, firmando con la Juventus. Il suo primo contratto professionistico in carriera, visto che oltre la cortina di ferro gli atleti erano tutti formalmente dilettanti. Si respirava un’aria frizzante e ironica: la Juventus, la squadra simbolo del capitalismo italiano targata Agnelli, stava finendo nelle mani dei proletari socialisti? L’anno prima, i bianconeri si erano assicurati per 7 miliardi di lire il fuoriclasse della Dinamo Kiev Aleksandr Zavarov, ma l’ambientazione del campione era stata difficile, così Boniperti aveva deciso di affiancargli un connazionale: avevano trattato Oleg Protasov, che lo aveva sostituito a Kiev, e Aleksej Michajličenko, ma alla fine avevano ripiegato sul meno noto (e costoso) Alejnikov.

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Il calciatore che sfidò Berija

Lo scenario era probabilmente uno dei più suggestivi, tra quelli in cui si è giocata una partita di calcio: un prato di erba sintetica era stato srotolato sulla Piazza Rossa di Mosca, letteralmente sotto gli occhi di Stalin, per ospitare un match dimostrativo di soli 30 minuti in una giornata – quella del 6 luglio 1936 – interamente dedicata alle esibizioni sportive. La partita era meno che un allenamento, senza contrasti né eccessivo agonismo, ma il Segretario Generale ne rimase abbastanza colpito da lasciarla proseguire per un altro quarto d’ora. Quella piccola dimostrazione, che aveva messo l’una di fronte all’altra due formazioni dello Spartak Mosca, era stata il grande successo di Nikolaj Petrovič Starostin, il 34enne capitano dello Spartak e principale ideologo del calcio socialista. Circa quattro mesi dopo, la sua squadra avrebbe conquistato il campionato, rendendolo sempre più insopportabile agli occhi della persona a cui era meno raccomandabile stare antipatici dopo Stalin stesso: Lavrentij Pavlovič Berija.

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C’era un greco a Tashkent

Dicembre 1975, lo stadio Kaftanzoglio di Salonicco, nella Macedonia greca, era pieno come non mai. Non tanto per festeggiare lo spettacolo di un calcio finalmente libero, dopo la caduta del regime dei colonnelli, ma soprattutto per celebrare il ritorno a casa di Vasilis Hatzipanagis.

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La strada dall’Armenia al mondo

“Le nostre mani si sono unite, / soltanto due mani. / Ma è come se / non fossero le nostre mani, / ma soltanto uno stretto: / ci siamo mescolati, / come due mari vicini, / a lungo divisi.” – Puruyr Sevak

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Dall’Est all’Ovest: Storia dei campioni del calcio comunista oltre la Cortina di Ferro

“Una cortina di ferro è calata sul fronte russo. Non sappiamo cosa stia succedendo dietro di essa.” – Winston Churchill

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