Paulino Alcantara, il filippino che passò dal blaugrana al nero

“Un attaccante spietato, con la polvere da sparo negli scarpini.” – Herbert Chapman

Il 26 gennaio 1939 cadeva un sogno: i nazionalisti prendevano Barcellona dopo quattro giorni di combattimenti; il governo repubblicano, liberamente eletto solo tre anni prima, fuggiva in esilio in Francia, e la Spagna cadeva nelle mani della dittatura fascista di Francisco Franco. Tra i falangisti c’era anche un medico poco più che quarantenne, dalla pelle olivastra e tratti non del tutto iberici; era un volontario, intriso di quella mentalità conservatrice e imperialista che gli aveva trasmesso il padre Eduardo, militare di stanza nelle Filippine fino al 1896, quando la rivoluzione lo aveva costretto, assieme alla moglie indigena Victoria e al figlio appena nato, a lasciare Iloílo per fare ritorno in Europa. Il dottor Alcantara, a Barcellona, ci era cresciuto, e tornarci da conquistatore – o forse, nella sua testa, da liberatore – era per lui una grande emozione.

Agli occhi dei catalani, vederlo sfilare orgoglioso con le truppe fasciste delle Flechas Negras, la brigata mista composta per lo più da volontari italiani inviati da Mussolini, fu una pugnalata al cuore: proprio lui, che prima di diventare un rispettato urologo era stato un eroe con la maglia del Barcellona. All’epoca, lo conoscevano tutti come Paulino Alcantara.

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Alcantara svetta sopra i difensori avversari, durante una partita con il Barcellona.

Aveva iniziato a giocare a calcio nella squadra di un collegio gesuita, e a sedici anni era entrato in blaugrana, ingaggiato personalmente dal presidente e fondatore del club Joan Gamper. Aveva esordito in una squadra a un passo dal tracollo finanziario e, con i suoi gol, l’aveva portata ai vertici del calcio spagnolo degli anni Dieci, quando ancora non esisteva un vero campionato nazionale, ma solo vari tornei regionali e la Copa del Rey. Poi, nel 1916, se n’era andato: don Eduardo decise di fare ritorno a Manila, portando con sé la famiglia. L’indipendenza delle Filippine era durata poco, e dopo un’altra guerra l’arcipelago era stato occupato dalle truppe statunitensi. Una breve parentesi, due anni appena, dove Paulino Alcantara proseguì gli studi e si mise in mostra nell’emergente campionato locale con la maglia del Bohemian Sporting Club, vincendo entrambi i campionati a cui prese parte.

C’era quel ragazzo, all’epoca, con cui aveva fatto amicizia: come si chiamava? Ah, giusto: Virgilio Lobregat! Era di qualche anno più giovane di lui, ma aveva fatto il percorso inverso – nato in Spagna e cresciuto nelle Filippine – ed era stato il suo fedele partner d’attacco in quelle due sensazionali annate. Che fine avrà fatto, Virgilio? pensava il dottor Alcantara, mentre sfilava per le devastate vie di Barcellona, accanto al suo generale Juan Yagüe, divenuto tristemente noto come El Carnicero de Badajoz, “il macellaio di Badajoz”, dopo che conquistata la città dell’Extremadura ordinò rastrellamenti e fucilazioni sommarie di tutti i prigionieri e sostenitori della Repubblica che ci fossero in zona, facendo uccidere migliaia di persone. Dall’altra parte del mondo, Virgilio Lobregat aveva ormai abbandonato il calcio e aveva trovato lavoro nel commercio, mentre i politici filippini stavano concordando con quelli americani il graduale passaggio all’indipendenza. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, il Giappone invase il Sud-Est asiatico e Lobregat si arruolò nei partigiani filippini, fu catturato e infine giustiziato nel 1944. Il dottor Alcantara non lo seppe mai.

L’ultima volta che si erano visti era stato nel 1918: Paulino aveva contratto la malaria, e aveva convinto i suoi genitori a lasciarlo tornare a Barcellona per curarsi, solo che alla fine aveva deciso di restare in Spagna. Il Barça, nel frattempo, era diventato un club di alto livello grazie a fenomeni come il portiere Ricardo Zamora e il centrocampista Pep Samitier; mancava solo una punta per completare una squadra destinata ad affermarsi come una delle migliori in Europa, seppure in un’epoca ancora pionieristica: mancava solo Paulino Alcantara. Assieme, avrebbero creato il primo grande Barcellona della storia, vincendo altre quattro Coppe del Re e altri otto campionati catalani. Quando decise di ritirarsi per passare alla professione medica, aveva messo a segno l’impressionante cifra di 369 reti in 357 partite in blaugrana: ci sarebbe voluto Leo Messi, quasi novant’anni dopo, per abbattere quel record.

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Paulino Alcantara, a sinistra, accanto a Ricardo Zamora e Pep Samitier, in un disegno del 1920.

E che fine hanno fatto Ricardo e Pep? Tre anni prima, allo scoppio della guerra civile, Zamora e Samitier avevano lasciato la Spagna per rifugiarsi a Nizza, doveva avevano concluso le loro carriere. Sarebbero rientrati in patria pochi mesi dopo la fine del conflitto, dopo rassicurazioni che, per via del loro passato di stelle del calcio e della simpatia che Francisco Franco provava per loro (per Samitier in particolare), il regime gli avrebbe concesso libertà che altri cittadini non avevano. Zamora avrebbe vinto due campionati spagnoli alla guida dell’Atletico Madrid, nel 1940 e nel 1941, mentre Samitier avrebbe fatto lo stesso sulla panchina del Barcellona nel 1946.

La sfilata di Paulino Alcantara, nel gennaio del 1939, lo condusse fino allo stadio Les Corts. Lì, i tifosi anni prima lo avevano soprannominato Trencaxarxes, lo “sfonda-reti” in catalano; a quei tempi festeggiava ogni gol estraendo un fazzoletto bianco dai pantaloni e sventolandolo in aria. Provò a frugarsi le tasche, per vedere se ne aveva uno, ma non lo trovò: com’erano cambiate, le cose. Chissà se ebbe mai qualche pentimento, magari anche solo quando Franco decise di vietare l’uso delle lingue non castigliane come il catalano, e quel soprannome che si era guadagnato a suon di gol svanì, trasformandosi nel meno suggestivo El Rompe-Redes. Alla sua morte, nel 1964, il Barcellona aveva già terminato il ciclo d’oro di Helenio Herrera e avrebbe dovuto attendere altri dieci anni prima di tornare a vincere la Liga: nel 1974, con Rinus Michels in panchina e Johan Cruijff, Hugo Sotil, Juan Asensi e Carles Rexach in campo. Il Barça era diventato la squadra simbolo dell’orgoglio catalano e dell’antifascismo spagnolo, e un anno più tardi il regime stesso sarebbe caduto. Come sono cambiate, le cose.

 

Fonti

ARRECHEA Fernando, La guerra de Paulino Alcantara, Cuadernos de Futbol

COLA Simone, Paulino Alcantara, la prima stella del Barcellona, Storie di Calcio

MUNDAY Billy, Paulino Alcantara: Barcelona’s filipino icon who blazed a trail for Messi, These Football Times

Paulino Alcantara Riestra, Barcellona, Spagna, Valderrama

VISWANATHAN Gautam, Who was Paulino Alcantara, the man whose record Messi broke?, First Post

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