Martedì, con il pareggio del Manchester City in casa del Bournemouth, l’Arsenal è tornato a festeggiare il titolo nazionale inglese per la prima volta dopo 22 anni. Solo ventiquattro ore prima, un report realizzato dalla ong britannica War on Want accusava i Gunners e altri otto club della Premier League inglese di essere indirettamente complici dei crimini commessi da Israele, che nell’agosto 2025 l’International Association of Genocide Scholars ha ritenuto compatibili con la definizione di “genocidio” approvata dalle Nazioni Unite.

L’Arsenal era già stato accusato dagli attivisti pro-Palestina nel dicembre 2024, dopo il licenziamento del suo storico kit-manager Mark Bonnick per dei post sui social contro la guerra di Israele a Gaza. I post erano stati inizialmente ritenuti antisemiti da parte del club, ma in seguito né un’indagine della Football Association né un successivo approfondimento dello stesso Arsenal hanno ravvisato un contenuto antisemita nelle frasi di Bonnick. Nel dicembre 2025, inoltre, era stato rivelato che i Gunners stavano trattando un accordo di sponsorizzazione con la società israeliana Deel, specializzata nel settore delle risorse umane: la partnership è stata infine ufficializzata lo scorso 14 maggio e durerà per tutta la prossima stagione, sostituendo sulle maniche della divisa biancorossa l’altrettanto controverso Visit Rwanda.

L’Arsenal si trova però in ‘buona’ compagnia: come detto, War on Want ha individuato un totale di 9 club della Premier League che hanno legami con aziende israeliane o che operano in Israele. Oltre all’Arsenal, parliamo di Liverpool, Tottenham, Manchester City, Manchester United, Chelsea, Crystal Palace, Everton e Fulham, mentre Brighton e Burnley presentano sponsorizzazioni con aziende “a rischio di complicità” (American Express e X). È interessante anche andare a vedere i settori in cui sono impegnati i 15 sponsor legati a Israele identificati dalla ong: in particolare, 6 sono aziende tecnologiche o di sorveglianza, accusate di facilitare il genocidio e il sistema di apartheid di Israele (Canon, Cisco, Google/Alphabet, HPE, Oracle e Sony). Ci sono poi compagnie dei settori finanziario ed energetico, come AXA, Standard Chartered, Eurobank e BP, e 3 aziende coinvolte nella costruzione e nel sostegno alle colonie di Israele nei territori palestinesi occupati, che sono state dichiarate illegali dalla Corte Penale Internazionale nel 2024 (Coca-Cola, Carlsberg ed Expedia).

Nemmeno il caso di Mark Bonnick è isolato, dato che anche Brighton, Burnley ed Everton sono accusati da War on Want di aver discriminato dipendenti e tifosi che si erano schierati pubblicamente in favore della causa palestinese. Nel 2025, il Brighton ha bandito per cinque anni dal proprio stadio un abbonato, Roger Wade, che aveva indossato una maglietta del brand Palestine FC: lo stesso club, in precedenza aveva bandito per soli tre anni un tifoso responsabile di insulti razzisti, e non ha preso nessuna contromisura nei confronti di Tomer Hemed, allenatore israeliano delle proprie giovanili, che aveva pubblicato dei post sui social a supporto delle violenze e della disumanizzazione dei palestinesi. Il Burnley ha invece scelto di non agire contro una sua dipendente, Laura Wolfe, che sui social aveva messo dei like a post razzisti verso i palestinesi, mentre l’Everton ha impedito l’accesso al proprio stadio a una donna che vestiva una maglietta di Palestine FC. Neil Sammonds, che ha curato il report di War on Want, ha spiegato a Pallonate in Faccia che il motivo per cui i club abbiano agito in questo modo “non è chiaro al 100%”: “Si basa forse sul sostegno delle élite alle incessanti atrocità di Israele? O sulla paura, o sull’amicizia, con i sostenitori di Israele? O su un razzismo consapevole o inconscio nei confronti di palestinesi, musulmani e arabi? O su altri fattori?”.

Club Premier League complici di Israele
L’elenco dei club di Premier League con sponsor legati a Israele (dal report di War on Want).

Oltre agli sponsor specifici di ogni singolo club, ci sono poi quelli direttamente in accordi con la Premier League e con la Football Association, che quindi coinvolgono il calcio inglese a un più ampio livello. Si tratta di aziende quali Puma, Pepsico, Disney, Microsoft e, soprattutto, la banca britannica Barclays. Quest’ultima è accusata di aver fornito almeno 31 miliardi di dollari in prestiti, tra il gennaio 2023 e l’agosto 2025, ad aziende coinvolte nel genocidio in Palestina o nell’occupazione del territorio palestinese: tra di esse ci sono BAE, Boeing, Caterpillar, Google/Alphabet, Lockheed Martin e Rolls-Royce. Barclays conta anche partecipazioni per circa 44 miliardi di dollari in 49 aziende ritenute complici di Israele, tra cui risultano pure Elbit, Leonardo, Oracle e Palantir. Questo fa della banca britannica la terza istituzione finanziaria europea maggiormente coinvolta nelle operazioni di Israele, considerando che è anche un operatore primario dei bond di stato israeliani.

Questo scenario mette in luce come le connessioni dello sport, e più in generale dell’economia globale, con le azioni di Israele siano molto ampie e ramificate. I casi come quello di Deel, cioè di un’azienda essenzialmente israeliana che sponsorizza un noto club di calcio, sono abbastanza rari: nella maggior parte delle situazioni, gli accordi riguardano corporazioni multinazionali che, tra le altre cose, operano anche in Israele e forniscono, più o meno direttamente, sostegno alle sue iniziative in Palestina. “Le linee di complicità sono ovunque intorno a noi: nel calcio, nel cibo e nelle bevande, nella tecnologia, nella finanza, dappertutto. Le aziende sono sempre state coinvolte nel colonialismo di insediamento, nel saccheggio e nello sfruttamento” dice ancora Sammonds. L’opinione del ricercatore di War on Want è che l’unico modo per contrastare questa situazione sia continuare a esporre queste relazioni e fare pressioni sui club e sulle aziende: “Boicottaggi, disinvestimenti e sanzioni devono essere attuati ora” continua.

In passato, alcune proteste da parte dei tifosi di squadre europee hanno portato alla cancellazione o al mancato rinnovo di sponsorizzazioni problematiche dal punto di vista umanitario, come è avvenuto al Bayern Monaco nel 2023 con Qatar Airways. Nel caso di Israele, è attiva da tempo la campagna internazionale del BDS Movement (BDS sta proprio per ‘boicottaggio, disinvestimento, sanzioni’). Negli ultimi anni, le segnalazioni e le proteste del BDS Movement hanno avuto un ruolo nel ritiro di alcune aziende di abbigliamento sportivo dalle collaborazioni con la Federcalcio israeliana (IFA), come nel caso di Adidas, Puma ed Erreà. Attualmente, esiste una campagna attiva contro Reebok, la compagnia statunitense che all’inizio del 2025 ha siglato un accordo biennale con l’IFA per la fornitura dei kit alle selezioni nazionali israeliane. Lo scorso settembre era sembrato che Reebok potesse rimuovere il proprio logo dalle maglie di Israele, ma l’azienda ha invece continuato normalmente la partnership.

Ci sono però alcuni casi in cui le proprietà dei club inglesi sono direttamente implicate nella complicità con Israele. Il caso più evidente è quello del Manchester City, che è controllato dallo stato degli Emirati Arabi Uniti, uno dei principali alleati del governo di Benjamin Netanyahu fin dai tempi degli Accordi di Abramo (2020). Il ruolo degli Emirati Arabi riguarda nuovamente anche l’Arsenal, il cui sponsor principale è la compagnia aerea Emirates Airlines, la quale detiene anche i naming rights dello stadio dei Gunners. Altri proprietari di club della Premier League hanno poi relazioni con il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, sostenitore esplicito di Netanyahu e dei crimini israeliani in Palestina, nonché promotore del controverso Board of Peace per Gaza. Stan Kroenke (Arsenal), Shadid Khan (Fulham) ed Ed Glazer (Manchester United) hanno fatto ingenti donazioni alla campagna e all’inaugurazione presidenziale di Trump. I legami con il Presidente statunitense riguardano però anche il già citato Manchester City e pure la proprietà del Newcastle, ovvero lo stato dell’Arabia Saudita. Sia il presidente del City, Khaldoon Al Mubarak, che quello del fondo sovrano saudita PIF, Mohammad bin Salman, siedono nel Board of Peace.

Aziende complici Israele Palestina
Alcune delle aziende accusate di complicità con Israele e che sono anche sponsor di club di Premier League (dal report di War on Want).

E i club italiani?

Il report di War on Want si limita alla massima serie inglese, ma è legittimo immaginare che anche negli altri principali campionati di calcio europei si verifichino situazioni molto simili, soprattutto considerando la portata multinazionale e trasversale degli sponsor coinvolti. Da un’analisi superficiale, emerge che almeno 4 club di Serie A presentano partnership con aziende citate nel report della ong britannica. L’Inter, neo-campione d’Italia, ha una sponsorizzazione attiva con Coca-Cola, mentre il Napoli ce l’ha sia con Coca-Cola che con Google Gemini. Il Milan utilizza Puma come sponsor tecnico, ma è in accordi pure con Emirates, mentre la Fiorentina ha una partnership con Pepsi. A questi potrebbe essere aggiunta la Lazio, che nel maggio del 2025 ha sottoscritto un memorandum d’intesa con l’associazione sportiva Maccabi Israel, il cui ruolo dovrebbe però essere maggiormente approfondito.

Uno studio più preciso delle collaborazioni tra club di Serie A e aziende coinvolte con Israele potrebbe far emergere ulteriori legami e complicità, oltre a individuare nuove aziende oltre alle 15 già segnalate da War on Want. Su questo aspetto, Sammonds conferma che la ong è in contatto con gruppi e associazioni in Europa e nel Sud globale interessati a portare avanti indagini di questo tipo. “Spero e confido che ci saranno studi e campagne simili per la Serie A, la Bundesliga, l’Eredivisie e oltre. I fatti e le metodologie sono semplici da applicare”.

Il report di War on Want, Red Card: English Premier League Sportswashing of Israel’s Atrocities against the Palestinians, può essere consultato liberamente e in forma completa a questo link.

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