La decisione di rescindere il contratto con O Globo, a circa due mesi dall’inizio del Mondiale in Russia, aveva suscitato un ampio dibattito in Brasile, soprattutto perché il casus belli si era verificato in diretta. Juninho Pernambucano, ex calciatore di 43 anni e opinionista televisivo, aveva accusato pubblicamente gli inviati della rete di non svolgere correttamente il proprio lavoro, lasciandosi corrompere dai dirigenti dei club per riferire notizie in modo fazioso. Era stato contestato dai colleghi e sostenzialmente costretto ad andarsene. “Pensi che il fatto di avere espresso determinate opinioni politiche potrebbe aver influito?” gli chiese, pochi giorni dopo, Breiller Pires, in un’intervista per la versione brasiliana di El País. Juninho non era uno che si tirava indietro, quando c’era da parlare di temi extrasportivi.

In vista del Mondiale, Globo TV aveva comunicato a tutti i suoi dipendenti di astenersi da qualsiasi commento sulla politica e sulle elezioni che ci sarebbero state in autunno. L’ottobre successivo, l’ex Ministro dell’Istruzione ed ex sindaco di San Paolo, Fernando Haddad, avrebbe guidato il Partito dei Lavoratori contro l’emergente candidato di destra radicale Jair Bolsonaro, un ex militare nostalgico del regime che aveva governato il paese fino al 1985. Gli scandali di corruzione che avevano travolto i leader della sinistra, Lula e Dilma Rousseff, stavano spianando la strada a Bolsonaro, che aveva cavalcato le proteste e acquisito grande notorietà grazie all’appoggio di alcuni calciatori famosi, come Neymar, Ronaldinho, Kaká e Felipe Melo. Juninho, invece, stava da tutt’altra parte ed era tra le poche note figure del calcio brasiliano a sostenere il Partito dei Lavoratori. “Credo che, una volta fuori dal luogo di lavoro, la propria vita appartenga solo a sé stessi. – disse a Pires – Un giornalista che rinuncia alla propria presenza sui social media su richiesta del datore di lavoro sta, indirettamente, vendendo la propria coscienza al suo capo”.

Nato a Recife, nello Stato di Pernambuco, in una famiglia della classe media, Juninho aveva raggiunto una certa fama in Brasile nella seconda metà degli anni Novanta, giocando come trequartista nel Vasco da Gama e mettendosi in mostra in particolare per i suoi sensazionali calci di punizione. Aveva sviluppato una tecnica specifica, che in Brasile veniva generalmente chiamata folha seca (“foglia morta”) e che Juninho diceva di aver imparato guardando vecchie riprese di Didi, campione del mondo del 1958 e del 1962, e poi studiando il più esperto collega Marcelinho Carioca. Con il Vasco aveva vinto nel 1998 la Copa Libertadores, formando un sensazionale tandem offensivo assieme a Luizão e a Donizete. Poi, a 26 anni, nel 2001, aveva lasciato il Sudamerica per firmare con il Lione, una squadra emergente del campionato francese. Divenuto il regista della squadra, aveva immediatamente condotto l’OL a vincere il primo titolo nazionale della sua storia, a cui ne erano seguiti altri sei, uno in fila all’altro.

Pur provenendo da una famiglia benestante, Juninho era cresciuto in un ambiente politicamente molto particolare. Pernambuco, e in generale tutto il Nord-Est brasiliano, si porta tradizionalmente dietro una narrazione razzista: una terra povera e arretrata, popolata soprattutto da neri e meticci, contrapposta alle più ricche regioni del Sud-Est, come Rio e San Paolo, con una maggiore presenza di bianchi di origine europea. Nella sua carriera da opinionista televisivo, era stato uno dei pochi a denunciare la presenza di un radicato razzismo contro i nordestinos, anche nel calcio, parlando degli insulti ricevuti dal terzino sinistro Renê da parte dei suoi stessi tifosi, al Flamengo. “Se un biglietto per lo stadio costa 180 reais, il pubblico proviene da una determinata fascia demografica: oggi, le partite del Flamengo sono pensate per chi vive nelle zone più ricche del Paese” spiegò, evidenziando che i giocatori più criticati della squadra, all’epoca in crisi di risultati, erano tutti neri o provenienti dal Nord-Est.

Juninho Pernambucano Lione
“Come può essere razzista il tifoso di un club che ha accolto le persone nere? Un club in cui furono gli stessi lavoratori a costruire lo stadio? Quest’uomo sostiene una squadra nata per la gente comune. Come può essere un fascista?” – Juninho Pernambucano a El País (2018).

In Brasile, calcio e politica sono da sempre esplicitamente legati, come dimostrano la storia di Sócrates e della Democracia Corinthiana, ma negli anni recenti nessuno ha avuto la lucidità e la schiettezza di Juninho. “La verità è che la stampa opprime il giocatore: vuole che venga percepito esclusivamente come un delinquente o un ignorante. Sapete perché un atleta omosessuale non fa coming out? Perché teme la reazione della stampa: ha paura di essere umiliato” dichiarava. Ma era anche molto onesto nell’ammettere che la sua coscienza politica e sociale si era affinata solo dopo il ritiro, perché quando giocava aveva molto meno tempo per informarsi, per riflettere e per analizzare criticamente quello che accadeva. “Un giovane calciatore rischia di essere stritolato dai media, se prende una posizione netta. Io mi sono fatto un’opinione leggendo, viaggiando per il mondo e osservando come vanno le cose”. E aggiungeva di dover molto al popolo francese, al suo spirito solidale, anche tra i calciatori: “Ho visto un giocatore ricevere un’offerta per guadagnare il doppio in un altro club, ma ha rifiutato perché era originario di quella città e non voleva andarsene. All’epoca non riuscivo a capirlo: guardavo solo all’aspetto economico. Questa era la mia mentalità”.

Una mentalità che era ed è di tanti suoi colleghi, anche provenienti da contesti sociali più umili del suo, e che alla fine hanno finito per dimenticarsi delle proprie origini. Juninho Pernambucano, invece, si diceva perfettamente consapevole del proprio privilegio: la sua carriera da calciatore professionista gli aveva permesso di viaggiare per il mondo e di investire buona parte dei suoi guadagni in attività all’estero, garantendosi una rendita anche dopo il ritiro dall’attività agonistica. “Questo sistema è ingiusto, e la classe più ricca manca di sensibilità. La ricchezza non può essere concentrata nelle mani di pochi. Mi batto affinché le opportunità non restino esclusivamente nelle mani di chi è già privilegiato”. In un contesto di frattura e di disillusione sociale, in cui l’estrema destra si era inserita per riempire un vuoto con odio e intolleranza, Juninho era uno dei pochi a ricordare che il calcio non poteva stare dalla parte del Fascismo senza tradire la propria storia.

“Mi fa rabbia vedere giocatori o ex giocatori schierarsi con la destra. Veniamo dal basso, siamo cresciuti tra la gente comune. Come possiamo finire dall’altra parte e sostenere Bolsonaro?“. Alla fine, le elezioni dell’ottobre 2018 furono vinte proprio da Bolsonaro, che divenne il primo Presidente del Brasile di estrema destra dal ritorno della democrazia. Seguirono quattro anni di disuguaglianze in crescita, di discriminazioni e di prevaricazioni, mentre Bolsonaro e la sua famiglia si arricchivano e la gente soffriva per la crisi economica e la pandemia del Covid-19, che il Presidente aveva ostinatamente negato fino a quando i numeri delle morti erano diventati troppo elevati per essere minimizzati. “Avverto una profonda tristezza e sconforto. È desolante guardare il nostro Paese, oggi” confessò Juninho nel luglio 2020 al Guardian. Raccontò di aver interrotto i rapporti con la maggior parte dei suoi amici, a causa delle loro opinioni su Bolsonaro; “Pensavano che fosse l’unica opzione per cambiare le cose, ma so che adesso molti di loro rimpiangono di averlo votato”.

Denunciava che l’ascesa dell’estrema destra era stata foraggiata dalle fake news che circolavano incontrastate sui social media e dalle carenze del giornalismo brasiliano: “Guardate quanti canali di estrema destra ci sono su YouTube! Ricevono un sacco di soldi spargendo notizie false e non vengono bannati. Se la stampa brasiliana avesse fatto davvero il suo lavoro, Bolsonaro non sarebbe mai stato eletto“. Erano i giorni delle proteste di Black Lives Matter negli Stati Uniti e nel Regno Unito, ma Eduardo Bolsonaro, il figlio del Presidente e suo braccio destro, diceva che non c’era nessun caso come quello di George Floyd, in Brasile. “È disumano dire una cosa del genere. – contestava Juninho – Ci sono migliaia di George Floyd in Brasile e migliaia di altri che soffrono in silenzio e di cui non sappiamo nulla“. Come João Pedro Matos Pinto, 14 anni, assassinato dalla polizia il giugno precedente a São Gonçalo, vicino a Rio de Janeiro. O come Ágatha Félix, 8 anni, uccisa dalla polizia in una favela di Rio nel settembre 2019 con un colpo di fucile alle spalle. “Ci sono sparatorie continue. Anche le persone omosessuali vengono perseguitate…”.

Juninho Pernambucano oggi
“Riconosco di essere un maschilista in fase di decostruzione, perché questa è l’educazione che ho ricevuto. Accetto questa realtà per poter evolvere. Ogni giorno imparo qualcosa di nuovo dalle mie figlie, mentre osservo la lotta delle donne per la parità dei diritti in Brasile.” – Juninho Pernambucano a El País (2018).

Nel frattempo, nel 2021 la Corte Suprema aveva assolto Lula da tutte le accuse. Era stato appurato che l’intero processo per corruzione ai suoi danni era stato basato su prove false e altre fabbricazioni per escluderlo dalla possibilità di correre contro Bolsonaro nel 2018. Il giudice che lo aveva condannato, Sergio Moro, era un uomo di Bolsonaro: appena dopo l’elezione del Presidente di estrema destra, Moro era stato nominato Ministro della Giustizia. Così, Lula tornava in corsa per le elezioni dell’ottobre 2022, raccogliendo subito attorno a sé molti consensi. E quella volta, Juninho aveva deciso di partecipare direttamente alla sua campagna elettorale, comparendo in uno spot in cui interpretava un arbitro del VAR e spiegava ai brasiliani la macchinazione che aveva portato all’arresto di Lula e alla sua esclusione dalle elezioni precedenti. “Questa indignazione cresce dentro di me da molto tempo. Con un presidente del genere, è impossibile non sentirsi così” dichiarò a fine ottobre a DW Brasil, appena prima del ballottaggio delle presidenziali.

Ancora una volta, l’ex centrocampista del Lione si trovava a essere tra i pochi grandi nomi del calcio brasiliano che si schieravano contro Bolsonaro, mentre in difesa dell’estrema destra c’era sempre la stella della Seleção. “Credo che la prospettiva di Neymar sia: ‘Non ho fatto del male a nessuno e sono arrivato dove sono oggi grazie al mio talento e al mio duro lavoro’. Ha il diritto di pensarla così, ma dimentica la cosa più importante: che un tempo ha vissuto in povertà. – spiegava Juninho – Dal momento in cui inizi a vivere tra l’élite, questa finisce per dominare il tuo modo di pensare“. Ma per Juninho Pernambucano, essere privilegiati significava prima di tutto avere l’opportunità di aiutare gli altri: “A casa non mi manca nulla. Le mie figlie hanno ricevuto una buona istruzione, hanno frequentato ottime scuole e università. Cosa mi costa aiutare qualcuno in difficoltà? È proprio questo il punto: si tratta, in sostanza, di una questione umana”.

Lula vinse quell’elezione, e Bolsonaro mobilitò i suoi sostenitori contro di lui, cercando di rovesciare il nuovo governo con un colpo di stato. Il piano fallì, ma fu la conferma di quello che persone come Juninho denunciavano da anni, parlando del pericolo per la democrazia brasiliana rappresentato dall’estrema destra. Nel 2025 Jair Bolsonaro venne infine condannato a 27 anni di reclusione per il tentato golpe: tra le testimonianze contro di lui, emerse anche un progetto di omicidi politici mirati, tra le cui vittime figurava anche Lula. Temendo per la sua sorte, Eduardo Bolsonaro ha abbandonato il Brasile, rifugiandosi negli Stati Uniti nel 2025, sotto la protezione di Donald Trump: un anno dopo è stato condannato a 4 anni di prigione per aver cercato di interferire nel processo contro il padre, chiedendo l’intervento del governo statunitense in sua difesa.

Ma i Bolsonaro sono tornati, candidando un altro figlio di Jair, Flávio, alle presidenziali del 2026, sempre contro Lula. Una vittoria elettorale necessaria a salvare la famiglia, tirando fuori il padre di prigione e bloccando il processo per l’estradizione del fratello Eduardo dagli Stati Uniti. Anche il nuovo Bolsonaro ha potuto schierare il suo esercito di calciatori ed ex calciatori per sostenere la sua propaganda. Dall’altra parte, come sempre, c’è stato Juninho Pernambucano. “Un messaggio per i calciatori: vorrei che ricordaste le vostre origini e da dove siete venuti. Quelli che vengono a vedervi giocare e che pagano il biglietto non fanno parte dell’élite. Il calcio è uno sport del popolo”.

Juninho Pernambucano Lula 2022
Juninho Pernambucano festeggia la vittoria elettorale di Lula nel 2022, facendo con le mani il gesto della “L”, simbolo della campagna del leader del Partito dei Lavoratori. Sulla maglietta c’è il volto di Lula da giovane e un suo vecchio slogan: “Ho imparato a non arrendermi”.

Se questo articolo ti è piaciuto, aiuta Pallonate in Faccia con una piccola donazione economica: scopri qui come sostenere il progetto.

Fonti

–PIRES Breiller, Juninho Pernambucano: “Me revolto quando vejo jogador de direita”, El País

–RABELO Thiago, Juninho Pernambucano: ‘There are thousands of George Floyds in Brazil’, The Guardian

–SOARES João Pedro, Juninho Pernambucano: “Neymar esquece que foi pobre”, DW Brasil

Rispondi

LEGGI ANCHE