Il 25 ottobre il Brasile andrà al voto con lo spettro del ritorno al potere dell’estrema destra, guidata ora da Flávio Bolsonaro, il figlio del Presidente in carica dal 2018 al 2022, ineleggibile dal 2023 a causa di una condanna per abuso di potere e successivamente incarcerato per il suo ruolo nel tentato golpe del 2023. Come gli Stati Uniti ai tempi dell’elezione di Joe Biden, il Brasile credeva di aver risolto la sua tragica parentesi di estrema destra, e invece la vede ora rientrare dalla finestra, accentuando un periodo di crisi politica e sociale trasversale (incarnata anche dal fatto che l’unica alternativa al clan Bolsonaro è Lula, che compirà 81 anni due giorni dopo il ballottaggio), che coinvolge anche il calcio. La Seleção è tradizionalmente considerata la nazionale di calcio più forte al mondo, con un record di cinque titoli mondiali vinti nella sua storia, ma è dal 2002 che non vince la Coppa del Mondo né raggiunge la finale della competizione.
L’ascesa di Bolsonaro ha reso il calcio più che mai un terreno di conflitto politico, con giocatori e giocatrici che prendono posizione per i vari partiti e, in alcuni casi, si candidano anche in parlamento. La fortuna politica di Jair Bolsonaro è legata al movimento delle maglie verdeoro, i contestatori che scendevano in piazza indossando la divisa della Nazionale di calcio contro il governo di Dilma Rousseff. Questa concomitanza di crisi politica e sportiva ha portato all’emergere di una curiosa teoria, che specialmente la scorsa estate è approdata sulle pagine della stampa internazionale: la situazione attuale del Brasile avrebbe un’unica causa, l’ascesa dell’Evangelicalismo nella società. I cristiani evangelici vengono considerati al pari di fanatici religiosi, estremamente conservatori e, per questo, sostenitori dell’estrema destra. Ma sono inoltre indicati come portatori di una visione del mondo rigida, moralista e individualista che, prosperando in particolare tra i calciatori, avrebbe finito per compromettere lo stile classico (e vincente) del gioco brasiliano. Questa teoria, però, presenta diverse complicazioni.
“Preghi come un gringo, giochi come un gringo”
Questa frase è diventata molto popolare tra i sostenitori della teoria evangelica per la crisi del calcio brasiliano. In poche parole, aver adottato una religione di derivazione nordamericana (l’Evangelicalismo è molto popolare negli Stati Uniti, e da lì si è diffuso in Sudamerica) ha avuto come conseguenza una crisi nel gioco del Brasile, che ha finito per ridursi al livello di selezioni modeste come quella degli Stati Uniti.
Questa teoria si basa su alcuni elementi comprovati, primo tra tutti la popolarità del Cristianesimo evangelico tra i giocatori di calcio. Questa confessione religiosa è in grande crescita in Brasile da circa vent’anni, conquistando consensi soprattutto tra le classi povere e marginalizzate, da cui provengono i calciatori più famosi del Paese. Grandi campioni dell’epoca recente seguono questa religione: Kaká, Neymar, Allison, Ederson, Roberto Firmino, David Luiz, Dani Alves, Felipe Melo. E la maggior parte di loro ha espresso il proprio sostegno elettorale per Jair Bolsonaro o per suo figlio Flávio, in questi ultimi otto anni. Ma la popolarizzazione dell’Evangelicalismo tra i calciatori è stata anche una strategia mirata, portata avanti fin dal 1984 dall’associazione Atletas do Cristo (“Atleti di Cristo”), che proprio grazie ai giocatori brasiliani ha ottenuto una discreta popolarità anche in Europa, come dimostrano i casi di Nicola Legrottaglie, Felix Nmecha ed Edinson Cavani.

È bene tenere presente che gli evangelici, per quanto siano in crescita, rappresentano ancora una minoranza della popolazione brasiliana; sono però diventati la maggioranza nella Seleção, raggiungendo un picco del 76% dei convocati per il Mondiale del 2026. Tuttavia, stabilire una connessione diretta tra la religione e i successi in campo si presta a molte contraddizioni: erano evangelici pure Cláudio Taffarel, portiere titolare del Brasile campione del mondo del 1994, e Lúcio, colonna della difesa di quello vincitore del titolo nel 2002. Se è indiscutibile che l’Evangelicalismo propugni una visione del mondo puritana e rigida, non si può sostenere che tarpi le ali all’estro dei suoi fedeli: Kaká, Neymar e Firmino lo dimostrano chiaramente. Si tratta sicuramente di giocatori individualisti, ma come lo sono stati molti grandi calciatori brasiliani del passato.
Gli insuccessi recenti del Brasile hanno spiegazioni differenti. Che lo stile di gioco portato al successo da Pelé tra il 1958 e il 1970 sia andato perso, sostituito da un approccio tattico più pragmatico ed europeo, sembra abbastanza evidente, ma è un tema di cui si discute dalla metà degli anni Settanta. Già Mário Zagallo (campione del mondo nel 1994), Carlos Alberto Parreira e Felipe Scolari (campione del mondo nel 2002) erano accusati di essere allenatori molto poco brasiliani. Tite, che ha allenato la Seleção dal 2016 al 2022, venne scelto perché ritenuto il miglior interprete in Brasile del gioco di posizione popolarizzato in Europa da Guardiola. Non è inoltre solo il Brasile a vivere un periodo di crisi dopo una lunga storia di dominio internazionale: gli altri due paesi ad aver vinto più Mondiali, Germania e Italia, sono a secco rispettivamente da dodici e da vent’anni. Escludendo l’Argentina, il calcio attuale è dominato da nazionali che erano irrilevanti fino a trent’anni fa, ovvero Francia e Spagna. È chiaro che c’è stato un rimescolamento degli equilibri globali, che non ha colpito solo il Brasile.
Perché solo i cattolici vincono il Mondiale
La teoria “Preghi come un gringo, giochi come un gringo” si collega a un’altra alquanto popolare: quella secondo cui ci sarebbe qualcosa di particolare, nella cultura dei Paesi cattolici, che li rende più forti a calcio rispetto agli altri. In effetti, 18 titoli mondiali su 23 sono andati a paesi in cui il Cattolicesimo è la religione principale. Le uniche eccezioni sono la Germania, divisa tra protestanti e cattolici e vincitrice di quattro Mondiali, e l’Inghilterra, protestante e campione del mondo nel 1966. La teoria sostiene che i cattolici avrebbero una visione del mondo più libera e comunitaria, che favorirebbe il gioco di squadra e l’espressione del talento, in contrapposizione alla rigidità protestante. Ma questo è un ragionamento del tutto superficiale, perché si limita a osservare chi ha vinto le finali dei Mondiali, e nient’altro.
Se guardiamo ai Campionati europei, notiamo che sono stati conquistati da paesi socialisti, e quindi formalmente atei (URSS 1960, Cecoslovacchia 1976), luterani (Danimarca 1992) e cristiani ortodossi (Grecia 2004). La situazione è ancora più variegata se guardiamo ai Mondiali U20, in cui si sono imposti nel tempo anche la Jugoslavia, la Serbia e, nel 2025, il Marocco, cioè il primo paese musulmano a vincere un titolo mondiale. A livello femminile, la situazione è addirittura ribaltata: nel 2023, la Spagna è diventata il primo paese cattolico a conquistare il titolo mondiale, in precedenza andato agli Stati Uniti, alla Norvegia, alla Germania e al Giappone. Questo eccezionalismo cattolico nel calcio, quindi, funzionerebbe solo per i maschi con più di vent’anni? Senza considerare che, negli ultimi anni, grazie alle migrazioni abbiamo notato che tanti giocatori determinanti nelle squadre campioni del mondo sono in realtà musulmani: Zinédine Zidane nella Francia del 1998, Mesut Özil nella Germania del 2014, Paul Pogba nella Francia del 2018 e Lamine Yamal nella Spagna del 2026.

Inoltre, non si capisce perché questo principio dovrebbe valere solo per il calcio e non, invece, per qualsiasi sport di squadra. Non si trova alcun predominio dei paesi cattolici nei Mondiali di rugby o di basket, mentre nella pallavolo essi diventano dominanti solo dagli anni Novanta, con i successi di Italia, Brasile e Polonia (limitandoci, ovviamente, all’ambito maschile). Sembra invece più sensato sostenere che i paesi più dominanti in uno sport siano quelli in cui è stato inventato e in cui si è diffuso prima. Infuiscono anche questioni economiche e logistiche, come gli investimenti nel tempo e la disponibilità di strutture. E ci sono poi anche aspetti legati al genere: in alcuni paesi, certi sport sono diventati elementi centrali nell’identità maschile, e ciò ha comportato a lungo l’esclusione delle donne da queste discipline. Si spiega così lo scenario praticamente opposto tra la storia del calcio maschile e di quello femminile.
L’Evangelicalismo come motore dell’estrema destra in Brasile
Il cerchio si completa tornando alla politica: l’aumento degli evangelici sarebbe, secondo molti, anche la ragione dell’ascesa delle idee di destra radicale in Brasile. Jair Bolsonaro è stato infatti il primo Presidente neofascista del paese dal fine della dittatura militare, nel 1985, e ha potuto godere dell’ampio sostegno dei leader evangelici locali (sebbene sia cattolico). Che le chiese evangeliche siano vicine al fondamentalismo cristiano e finiscano spesso, di conseguenza, per appoggiare movimenti di estrema destra, è abbastanza evidente, così come la loro crescita negli ultimi anni in America Latina, andata di pari passo con l’aumento dei consensi per le destre populiste. Stabilire una correlazione diretta tra le due cose, però, appare alquanto azzardato.
Prima di tutto perché, come anticipato, gli evangelici rappresentano ancora una minoranza in Brasile: attualmente risultano essere quasi il 20% della popolazione, cioè meno di un quarto. La loro sovrarappresentazione in politica, così come nel calcio, è evidente: la Frente Parlamentar Evangélica, un gruppo politico trasversale del parlamento brasiliano, ha annoverato 26 senatori su 81 e 213 deputati su 513 durante l’ultima legislatura. Ma questo significa due cose: che non tutti i politici evangelici sono di estrema destra e che non sono solo gli elettori evangelici a votare per Bolsonaro (teniamo presente che, nelle ultime tre elezioni generali in Brasile, l’affluenza è stata superiore al 78%). Anche tra i calciatori, essere di fede cristiana evangelica non è automaticamente un indicatore politico: David Luiz è un noto sostenitore di Lula, per esempio.
Inoltre, l’estrema destra è in crescita un po’ ovunque in America Latina, a prescindere dalla popolarità locale degli evangelici. I pentecostali, cioè il principale movimento evangelico in Sudamerica, sono appena il 10% in Cile, dove governa José Antonio Kast; il 7% in Perù, dove governa Keiko Fujimori; l’8% nell’Argentina di Javier Milei; e il 7% nella Colombia di Abelardo de la Espriella. Gli evangelici sono estremamente minoritari in Europa, cosa che non ha impedito in questi anni l’ascesa di partiti come Fratelli d’Italia, Vox, il Rassemblement National, Chega, Fidesz, Reform UK e AfD (peraltro, alcuni di questi partiti hanno invece un ampio consenso tra la popolazione cattolica). Ciò che sembrano avere in comune tra loro questi movimenti è una retorica particolarmente efficace nei momenti di crisi, come quello attuale, oltre al chiaro sostegno di figure come Donald Trump ed Elon Musk, piuttosto che quello del mondo evangelico.

Tuttavia, in Brasile un legame tra l’ascesa della destra populista e quello degli evangelici potrebbe esserci. Da anni il numero dei cattolici nel paese è in costante declino, e questo avrebbe indebolito in particolare i vecchi partiti conservatori brasiliani, che hanno dominato i primi vent’anni della politica nazionale post-dittatura, per poi essere scavalcati dal Partido dos Trabalhadores e, negli ultimi dieci anni, ridotti da Bolsonaro a cifre sotto il 5%. La riduzione del numero dei cattolici in Brasile è dovuta all’aumento degli evangelici, ma anche a quello delle persone che non seguono alcuna religione. L’equivalenza tra cattolicesimo e altruismo, e quindi ostilità verso la retorica dell’estrema destra, non ha alcun fondamento, anche se spesso viene sostenuta attraverso un celebre paragone con le elezioni in Germania del 1933.
È noto che i Nazisti vinsero le elezioni, ma persero nelle regioni a maggioranza cattolica. Ciò era dovuto, però, ai pessimi rapporti tra la Chiesa e Hitler, fortemente anticattolico e nostalgico del paganesimo germanico. Nel 1931 fu emessa anche una scomunica nei confronti dei dirigenti nazisti, ma il concordato del luglio 1933 normalizzò i rapporti tra cattolici e nazisti. Peraltro, i cattolici non trovarono mai particolari problemi a sostenere altri regimi nazifascisti in giro per l’Europa, in particolare in Spagna e in Portogallo, e in Italia dopo i Patti Lateranensi del 1929. Non si vede perché, dunque, il Cattolicesimo dovrebbe in qualche modo favorire l’altruismo sul campo da calcio, mentre l’Evangelicalismo favorirebbe l’individualismo. Questa teoria non è altro che una narrazione populista che, come tante altre, attribuisce a un unico fattore “esterno” le responsabilità di una crisi più grande, permettendo di ignorare le fragilità del sistema preesistente. Che può essere il mancato sviluppo tattico del calcio brasiliano degli ultimi anni, o la crisi di consenso dei movimenti politici progressisti.
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Fonti
–D’URSO Joey, Can a Protestant country win the World Cup?, Substack
–GIBBS Stephen, ‘If we pray like a gringo, then we play like a gringo’, The Times


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