Corre l’anno 2015, siamo a marzo e nel calcio italiano è in corso un cambiamento epocale: Silvio Berlusconi ha deciso di vendere il Milan. Significa la fine, dopo 29 anni, di un legame che ha portato i rossoneri, da squadra in crisi e indebitata, a essere un colosso a livello internazionale. L’acquirente è un quarantenne thailandese, Bee Taechaubol, che da qualche mese ha iniziato a investire nel calcio. È il principale finanziatore di Global Legends Series, un evento che comprende partite di vecchie glorie come Fabio Cannavaro, Michael Owen e Luís Figo, che ha debuttato il dicembre precedente a Bangkok, in occasione dell’87° compleanno del re Bhumibol Adulyadej. Di queste cose, però, in Italia se ne sa poco, e molti si domandano chi sia questo ‘Mr. Bee’ – come lo ribattezzano i giornalisti – e dove trovi i soldi per acquistare il Milan. La verità è che l’imprenditore thailandese ha un partner molto influente: Nélio Lucas, il gestore del fondo Doyen Sports e una vecchia conoscenza dell’amministratore delegato rossonero, Adriano Galliani.
Se Mr. Bee è un mistero, Doyen Sports non lo è affatto. La società è nata solamente nel 2011 a Malta, e da allora ha iniziato a operare nell’ambito delle third-party ownership (TPO): in poche parole, quando un club vuole acquistare dei giocatori ma non ha abbastanza soldi, si rivolge a Nélio Lucas, che finanzia parte dell’operazione in cambio di una quota del cartellino dell’atleta. Non è una cosa del tutto nuova: era stato il cavallo di battaglia della Media Sport Investment di Kia Joorabchian, un agente anglo-iraniano che nel 2004 avviò una partnership con il Corinthians, in Brasile. MSI portò al club alcuni dei migliori giocatori sudamericani dell’epoca, come Carlos Tevez e Javier Mascherano, promettendo al Timão il ritorno ai fasti di un tempo. La società di Joorabchian, però, di fatto controllava il Corinthians, agendo come un proprietario non ufficiale, e quando la dirigenza decise di interrompere quella relazione tossica, MSI se ne andò portandosi dietro le sue stelle. Il Corinthians rimase con una rosa poco competitiva e con una montagna di debiti.
Nélio Lucas assicura di non essere un filibustiere e che il suo interesse è solo quello di aiutare club ambiziosi ma con limiti economici a raggiungere i risultati che meritano. È quello che ha fatto in Portogallo, il suo paese natale, collaborando con Porto e Benfica, e poi ancora di più in Spagna. Una delle sue prime operazioni, nel 2011, è stata il finanziamento del trasferimento dell’attaccante colombiano Radamel Falcao dal Porto all’Atlético Madrid: il costo dell’operazione è stato di 40 milioni di euro, ma i Colchoneros ce ne hanno messi appena 18, mentre il resto è stato coperto da Doyen Sports, in cambio del 55% del cartellino del giocatore. Così, quando due anni dopo Falcao è stato ceduto al Monaco per 60 milioni, la società di Nélio Lucas ha concluso un affare da oltre 30 milioni. Negli anni successivi, Doyen Sports ha finanziato un terzo del trasferimento di Eliaquim Mangala dal Porto al Manchester City e, soprattutto, l’acquisizione del fenomeno brasiliano Neymar da parte del Barcellona: in questa operazione, Doyen ha ottenuto anche i diritti d’immagine dell’attaccante.
Lucas dice che la sua società è una via di mezzo tra una banca per le squadre di calcio e una società di comunicazione, che mette in contatto club e giocatori interessati a trattative di mercato. Ma tutto ciò che sta alle spalle di Doyen Sports e del suo frontman è estremamente opaco. Nélio Lucas ha circa 35 anni e proviene da Coimbra, ma dice di avere studiato negli Stati Uniti, presso la UCLA, e poi di aver lavorato a lungo a Los Angeles; tuttavia, l’università non ha alcuna informazione su di lui. Che abbia lavorato a Los Angeles sembra invece confermato, anche se il suo ambito non era quello sportivo, ma quello di un’agenzia di modelle. Nel calcio è entrato solo di recente, come collaboratore di Pini Zahavi, un potentissimo procuratore di giocatori israeliano con molti contatti nel calcio inglese e in quello portoghese, e con discussi legami con gli oligarchi russi. Zahavi è l’artefice del sistema delle TPO, ed è stato, in un certo senso, il mentore di Kia Joorabchian.

Doyen Sports è molto di più di quello che Lucas racconta. Ha relazioni con club in Europa, in Brasile e in Asia, e collabora a vario titolo con atleti, allenatori ed ex calciatori famosi come Xavi, David Beckham, Diego Simeone e addirittura Usain Bolt e l’ex tennista Boris Becker. Dal 2013, la società ha cercato di entrare anche nel mercato italiano: Lucas è comparso a Milano, discutendo con Galliani di una possibile collaborazione che, però, non è mai stata concretizzata. Nel 2014, il Sole 24 Ore ha rivelato che Doyen Sports era pronta a investire svariati milioni di euro per aiutare i club della Serie A a rinforzarsi sul mercato, tamponando la crisi di liquidità delle principali squadre italiane. Questo ha attirato ancora di più l’interesse sull’azienda e sul suo giro d’affari, facendo emergere che, in realtà, da Malta i fili arrivano fino a Istanbul. Esiste infatti un Doyen Group in Turchia, una ‘casa madre’ che ha uffici anche a Londra e che investe nel settore minerario ed energetico in varie zone dell’Asia e dell’Africa.
Bloomberg scrive che i suoi principali finanziatori sono l’imprenditore turco Fettah Tamince, uno degli uomini di Erdoğan, e il suo vecchio socio kazako Tevfik Arif, immobiliarista che risiede a New York ed è molto legato a Donald Trump. Ci sarebbe di mezzo pure Erick Thohir, il miliardario indonesiano che nel 2013 ha acquistato l’Inter e che possiede quote in società sportive in tutto il mondo. E qui le cose iniziano a sollevare interrogativi piuttosto seri: è normale che il proprietario dell’Inter investa in una società che starebbe finanziando l’acquisizione dei suoi rivali cittadini? Nel giugno 2015, l’Inter di Thohir acquista il giovane centrocampista del Monaco Geoffrey Kondogbia per 31 milioni di euro, che ne fanno il terzo giocatore più costoso della squadra nerazzurra. Ma dietro la carriera di Kondogbia c’è proprio Doyen, che in tre anni lo ha spostato dal Lens al Siviglia, poi al Monaco e infine in Italia, gonfiandone continuamente il valore di mercato. Sia il Siviglia che il Monaco sono tra le società con cui Doyen Sports collabora più attivamente.
E poi arriva Football Leaks…
Nel settembre 2015, viene messo online un sito chiamato Football Leaks, che inizia a pubblicare informazioni riservate del mondo del calcio professionistico europeo, acquisite dall’autore tramite la sua attività di hacker. I primi documenti che pubblica rivelano una rete di TPO che lega un noto club olandese, il Twente, a Doyen Sports: la società di Nélio Lucas ha investito segretamente nel Twente per ottenere in cambio delle quote dei trasferimenti dei giocatori del club, tra cui ad esempio quello dell’attaccante Dušan Tadić al Southampton, nel 2014. Questo tipo di accordi è vietato dalla Federcalcio olandese e porta rapidamente alle dimissioni del presidente del club, Aldo van der Laan, e a una squalifica di tre anni del Twente dalle coppe europee. Ma è solo l’inizio: nei giorni successivi, Football Leaks pubblica altre rivelazioni sui contratti che legano Doyen ai trasferimenti di giocatori come Falcao e Neymar.
Si iniziano così a ricostruire meglio i percorsi dei soldi che tengono in piedi le attività di Nélio Lucas. A Malta, Doyen Sports riceve denaro da due altre società con sede sull’isola, Benington Group Assets Limited e Wood, Gibbins & Partners Limited. Vengono così confermate le rivelazioni fatte a giugno dal Corriere della Sera: Wood, Gibbins & Partners detiene il 20% di Doyen, e le sue tracce fiscali arrivano fino a Lugano, grazie a Claudio Tonolla e Alessandro Lardi, due manager del Veco Group. Si tratta di una società svizzera nota alle cronache italiane per la gestione di alcune società offshore legate a Fininvest, il gruppo di proprietà di Silvio Berlusconi, e dei conti segreti di Corrado Clini, ex ministro dell’Ambiente sotto processo per peculato. Benington Group, invece, possiede l’80% di Doyen, e risulta a sua volta interamente di proprietà di un turco-kazako di 31 anni, Malik Ali, che è il nipote di Refik Arif, a sua volta fratello minore del già citato Tevfik Arif.

Sono nomi che saltano fuori un po’ ovunque, nei leak che in questi anni salgono alla ribalta della cronaca internazionale: nell’agosto 2015, i Panama Papers hanno portato alla luce una rete di società offshore che collegano imprenditori e magnati di tutto il mondo; due anni più tardi, i Paradise Papers arricchiranno questo panorama con ulteriori dettagli. La vicenda va ben oltre il calcio, e le rivelazioni di Football Leaks allertano i giornalisti investigativi di tutta Europa, che iniziano così a collaborare con il misterioso hacker – che si fa chiamare John -, scavando tra la mole di documenti per portare alla luce ulteriori informazioni. Vengono fuori quasi 11 milioni di euro di commissioni occulte per i trasferimenti di noti calciatori; il giornalista e sociologo Pippo Russo, tra i primi a interessarsi alla vicenda, scrive che Doyen Sports è “l’attore principale dell’economia calcistica parallela globale”. La società presta denaro ai club di calcio al di fuori dei circuiti bancari riconosciuti, si arricchisce tramite il calciomercato e gonfia i prezzi dei cartellini dei giocatori, così le squadre si indebitano e i calciatori si ritrovano con la propria carriera nelle mani di oscuri individui.
Accuse che Nélio Lucas, però, respinge al mittente. Definisce “ridicolo” il modo in cui i media internazionali paragonano il suo business allo schiavismo. Dice che le TPO rappresentano “una valida fonte di finanziamento alternativa, di cui la grande maggioranza dei club calcistici europei ha estremo bisogno” e che le società sportive dovrebbero essere lasciate “libere di scegliere” in che modo finanziare le proprie operazioni. La sua è una risposta anche alla FIFA, che all’inizio di maggio 2015 ha ufficialmente vietato le third-party ownership a livello globale. E il fatto è che Lucas non ha poi tutti i torti. Nei dieci anni precedenti, i costi dei trasferimenti dei giocatori, tra cartellini e stipendi, sono cresciuti enormemente, e molte squadre non riescono più a rimanere competitive e tenere contemporaneamente in ordine i bilanci. Questa situazione è stata causata dall’ingresso nel calcio di ricchi oligarchi come Roman Abramovich, che nel 2003 ha acquistato il Chelsea, e dei fondi d’investimento del Golfo, come quello di Abu Dhabi e quello del Qatar, che tra il 2008 e il 2011 hanno acquistato il Manchester City e il Paris Saint-Germain.
Chi sono, poi, coloro che condannano le TPO? Dirigenti sportivi come Javier Tebas, il presidente della Liga, preoccupato dal crescente divario economico tra il campionato spagnolo e la Premier League inglese, e che nulla ha avuto da ridere quando le strategie di Doyen Sports avvantaggiavano l’Atlético Madrid, il Barcellona e il Real Madrid. Poi ci sono la FIFA e la UEFA, che si ergono a moralizzatrici mentre, al tempo stesso, sono travolte da scandali di corruzione. Nel maggio 2015, l’FBI ha reso pubbliche le sue accuse nei confronti dei dirigenti del calcio europeo e internazionale, spingendo alle dimissioni i suoi due massimi dirigenti, Joseph Blatter e Michel Platini. È una storia senza eroi, in cui nessuno è innocente. Nemmeno il coraggioso hacker che ha portato a galla lo scandalo.
Poco dopo avere reso pubblici i primi documenti, John aveva contattato via mail Nélio Lucas, dicendo di chiamarsi Artem Lobuzov (un nome ‘preso in prestito’ da un nuotatore russo) e di essere disposto a far sparire tutto in cambio di una “buona donazione”. Aveva chiesto una cifra tra 500.000 e un milione di euro. La trattativa non si era però concretizzata: secondo Lucas, John/Lobuzov aveva intuito che Doyen Sports era in contatto con la polizia, e se n’era tirato fuori. Qualche anno dopo, l’hacker dirà al giornalista Sam Knight del New Yorker che voleva solamente sincerarsi che le informazioni in suo possesso fossero vere, e che non intendeva ricattare nessuno. Il sospetto che il caso Football Leaks sia scoppiato solamente come conseguenza di un’estorsione finita male, invece di essere un coraggioso atto a beneficio del calcio, resta però forte.

Come (non) finisce questa storia
Nel settembre 2018, tre anni dopo la pubblicazione online dei primi documenti segreti di Doyen Sports, la rivista portoghese Sábado esce con in copertina il volto anonimo di un ragazzo di non più di trent’anni: “Il pirata che ha rubato i segreti del Benfica” recita il titolo. È portoghese, disoccupato, uno studente fuoricorso di storia che risiede a Budapest. Il suo nome è Rui Pinto. La polizia lusitana lo collega almeno a un altro caso di frode informatica: tra settembre e ottobre 2013 avrebbe sottratto oltre 250.000 euro in due tranche alla Caledonian Bank, un piccolo istituto finanziario con sede alle Isole Cayman. Pinto era stato identificato e denunciato, ma alla fine aveva raggiunto un accordo con la banca, potendo tenere per sé circa 17.000 euro e restituendo il resto. In seguito disse che non era sua intenzione rubare nulla o ricattare qualcuno, ma solamente esporre i segreti bancari dei clienti della Caledonian Bank.
C’è chi pensa che non sia giusto descrivere Pinto come un delinquente: è semplicemente uno dei tanti ragazzi travolti dalla crisi economica portoghese, impossibilitati a trovarsi un lavoro decente e costretti a ricorrere a espedienti per sopravvivere. Di sicuro, quello che ha raccolto con Football Leaks è sconcertante. Grazie al suo lavoro, testate internazionali come Der Spiegel, Mediapart, L’Espresso ed El Mundo hanno scoperchiato l’universo nascosto della gestione finanziaria del calcio europeo. C’è tutto il sommerso delle TPO, ci sono i dettagli delle violazioni del Fair Play Finanziario da parte del Manchester City e del Paris Saint-Germain. Ci sono addirittura dei documenti relativi a un accordo extragiudiziale raggiunto dall’attaccante del Real Madrid Cristiano Ronaldo per far ritirare un’accusa di violenza sessuale.
Ma la giustizia portoghese ritiene che Rui Pinto sia colpevole di 147 capi d’imputazione per tentata estorsione, violazione della segretezza e accesso illegale a informazioni private. Nel gennaio 2019 viene arrestato a Budapest e, in seguito, estradato in Portogallo. Per molti, è l’Edward Snowden del calcio, e non a caso come avvocato assumerà il francese William Bourdon, che ha difeso proprio Snowden e, in precedenza, anche Julian Assange. Ad aprile, il gruppo della Sinistra Europea GUE/NGL gli conferisce un premio, congiuntamente ad Assange e a Yasmine Motarjemi. Nel 2020, quando inizia il processo ai suoi danni, il Portogallo gli riconosce anche lo status di testimone e lo include in un programma di protezione speciale, in cambio della sua collaborazione con la giustizia. Tre anni più tardi, verrà condannato a quattro anni di prigione con sospensione condizionale della pena.
Nel settembre 2026, i documenti di Football Leaks porteranno alla condanna del Manchester City per violazione delle regole finanziarie della Premier League. Negli stessi giorni, le autorità portoghesi decideranno di revocare la protezione speciale per Rui Pinto, con una decisione che creerà molte preoccupazioni riguardo alla sicurezza dell’ormai trentottenne hacker. Il 9 ottobre dello stesso anno, la decisione verrà sospesa e la protezione ripristinata.
Nel frattempo, l’impero di Doyen Sports è collassato. La messa al bando delle TPO da parte della FIFA ha sostanzialmente distrutto il modello di business della società di Nélio Lucas, che è progressivamente scomparsa dal calcio internazionale. Ha provato a contestare la decisione, ma nel dicembre 2019 la Corte d’Appello di Bruxelles ha dato ragione alla FIFA, chiudendo definitivamente la questione. Doyen esiste ancora, ma non è chiaro cosa faccia. Lo scandalo ha inoltre fatto fallire le trattative per l’acquisizione del Milan: con il ritiro di Bee Taechaubol, i rossoneri sono stati ceduti nell’aprile 2017 a un controverso imprenditore cinese, Li Yonghong. Ma questa è un’altra storia.
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Fonti
–GEREVINI Mario, Capo turco, società a Panama. Lo strano «animale» Doyen, Il Corriere della Sera
–KNIGHT Sam, The Final Whistle, The New Yorker
–PHILIPPIN Yann, EIC Network, Football Leaks: The Dirty Tricks of Doyen Sports, The Black Sea


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