Dieter Eilts si recò negli uffici della Federcalcio tedesca DFB, all’inizio di ottobre 2007, con una notizia piuttosto spinosa: uno dei suoi giocatori aveva chiesto di essere escluso da una partita contro Israele per “ragioni personali”. L’incontro doveva disputarsi a Tel Aviv ed era valido per le qualificazioni al prossimo Europeo Under-21. Il calciatore in questione si chiamava Ashkan Dejagah ed era un centrocampista offensivo di 21 anni da poco trasferitosi dall’Hertha Berlino al Wolfsburg. Dejagah era cresciuto in Germania da quando aveva un anno, ma era nato a Teheran e la sua famiglia era iraniana: l’Iran, dalla salita al potere degli ayatollah nel 1979, vietava ai propri cittadini di entrare in Israele, e l’opinione pubblica del paese era molto ostile allo Stato ebraico, a causa della situazione in Palestina. Considerato tutto questo, la DFB stabilì che lo si poteva dispensare dall’incontro. Quella decisione, però, diede subito inizio a un vortice di polemiche.

Anche come conseguenza del suo ruolo nella Shoah, la Germania aveva una solida relazione diplomatica con Israele, e la politica locale non vedeva di buon occhio le posizioni filo-palestinesi, spesso accostate a quelle antisemite. Charlotte Knobloch, presidentessa del Consiglio Ebraico Centrale Tedesco, fu la prima figura pubblica a scagliarsi apertamente contro il calciatore, accusato di comportamento “antisportivo”. Da lì, la contestazione si era rapidamente estesa ai politici conservatori come Friedbert Pflüger, esponente della CDU, che aveva definito “del tutto inaccettabile” il rifiuto di Dejagah, aggiungendo che, se le sue idee politiche gli impedivano di rispettare gli impegni della Nazionale, allora avrebbe dovuto rinunciarci. Il giovane centrocampista del Wolfsburg, che stava disputando un buon inizio di stagione in tandem con le punte Grafite ed Edin Džeko, si ritrovò immediatamente catapultato dentro un caso politico e mediatico al quale non era certamente preparato.

Deciso a chiarire la vicenda, accettò di parlare con i media, a partire dal noto quotidiano conservatore Bild. “La mia decisione ha motivazioni politiche: tutti sanno che ho origini iraniane” spiegò Dejagah, finendo però solo per alimentare ulteriori polemiche: all’inizio aveva parlato di ragioni personali, e ora ammetteva che erano in realtà politiche. Le due cose, di per sé, non erano autoescludenti, ma ciò era bastato per dare occasione ai suoi detrattori di pretenderne l’esclusione dalle selezioni tedesche. Così, Dejagah parlò con un altro giornale, il Berliner Zeitung, ma ancora una volta i suoi tentativi di placare gli animi finirono per peggiorare la sua situazione. “I miei genitori sono iraniani; nelle mie vene ho più sangue iraniano che tedesco” disse, incautamente. I critici ne trassero ulteriore linfa vitale: Dejagah ammetteva di non sentirsi tedesco, almeno non quanto si sentiva iraniano, per cui chiedere che non rappresentasse il paese era legittimo.

Poco importava che, nella seconda intervista, avesse aggiunto motivazioni molto più pratiche al suo rifiuto: “Non ho nulla contro Israele, ma sono preoccupato per i problemi che potrei avere in futuro se dovessi andare in Iran”. Buona parte della sua famiglia viveva ancora a Teheran, compreso il fratello maggiore, Ardeshir, che giocava come centravanti per un club locale. “È anche cittadino iraniano, e la legge gli impedisce di entrare in Israele: rischierebbe fino a due anni di carcere. – spiegava a Taz Omid Nouripour, deputato dei Verdi nato anche lui a Teheran – Dejagah non è responsabile delle leggi sbagliate dell’Iran”. La polemica aveva superato i confini tedeschi, e su Arab News era stato sollevato un altro elemento non da poco: l’unica vera colpa di Dejagah era stata quella di essere troppo onesto sulle sue motivazioni. Da anni capitava che giocatori di origini iraniane o arabe s’infortunassero opportunisticamente prima di dover affrontare squadre israeliane, mentre militavano in club europei. Un paio d’anni prima, per fare l’esempio più celebre, era accaduto con l’attaccante iraniano del Bayern Monaco Vahid Hashemian, in occasione di due partite di Champions League contro il Maccabi Tel Aviv.

Ashkan Dejagah Wolfsburg
Ashkan Dejagah con la maglia del Wolfsburg, club con cui ha giocato per sei stagioni, con 160 partite e 20 gol all’attivo.

Nel giro di pochi giorni, il presidente della DFB, Theo Zwanziger, prese la parola, ammettendo che l’associazione aveva acconsentito alla richiesta di Dejagah senza approfondire adeguatamente la questione. “Non tollereremo che un giocatore della Germania si rifiuti di partecipare a una partita ufficiale per via della sua visione del mondo” dichiarò, lasciando intendere che Dejagah avrebbe subito gravi ripercussioni se non avesse fatto marcia indietro. Ma in Germania questo caso non riguardava più solamente Israele e la questione ebraica, bensì anche un problema più profondo interno a un paese che accoglieva molti immigrati da varie parti del mondo, stuzzicando reazioni razziste e islamofobe. Assieme a Dejagah, nella Nazionale U21 c’erano anche giocatori come Jérôme Boateng dell’Amburgo, Sami Khedira dello Stoccarda e Mesut Özil dello Schalke 04, rispettivamente di origini ghanesi, tunisine e turche. Non erano in pochi a pensare che, in fondo, questi non fossero ‘veri’ tedeschi.

Nelle sue dichiarazioni sul caso Dejagah, Zwanziger arrivò a mettere in discussione il principio stesso del doppio passaporto: “Oggi iraniano, domani tedesco. Questa cosa non può funzionare”. Si trattava di un sentimento non poco diffuso in Germania, specialmente dopo la contestata riforma della legge sulla cittadinanza realizzata pochi anni prima dal governo di sinistra di Gerhard Schröder. Ma, sempre parlando di opinione pubblica, la popolazione tedesca non sembrava in realtà condividere la stessa severità della stampa e dei politici conservatori nei confronti del centrocampista del Wolfsburg. Un sondaggio realizzato dall’emittente televisiva Sat.1 aveva evidenziato che il 62,9% dei tedeschi era contrario a un allontanamento di Dejagah dalla Nazionale. Un’opinione che non era però condivisa dalla DFB, che alla fine aveva l’ultima parola. Anche il team manager Oliver Bierhoff aveva sostenuto che i giocatori della Germania dovevano “identificarsi con i valori del paese”, altrimenti non ci poteva essere posto per loro in squadra.

Meno netta era stata la presa di posizione di Joachim Löw, l’allenatore della Nazionale maggiore: “Conosco il problema politico, ma mi aspettavo che, per ragioni sportive, un giocatore della Germania facesse una scelta differente”. Finito al centro del dibattito nazionale e internazionale, Dejagah rilasciò così un’ulteriore intervista al settimanale di sinistra Stern, nell’ennesimo tentativo di spiegare la sua non semplice posizione. “Ad oggi, il governo iraniano non riconosce Israele e vieta ai cittadini di entrarvi: si rischiano diversi anni di carcere. – ribadì – Non vado in Iran da cinque o sei anni, ma i miei genitori ci vanno spesso, perché abbiamo ancora molti parenti a Teheran. Non riguarda affatto me: l’ho fatto per la mia famiglia“. In generale, la stampa progressista tedesca aveva cercato di sottolineare come la richiesta di Dejagah fosse una conseguenza delle leggi iraniane e non che non avesse nulla a che vedere con l’antisemitismo.

Il centrocampista del Wolfsburg si era trovato a dover rispondere di questioni che spesso non lo riguardavano, come ad esempio una testata sportiva iraniana che lo aveva definito un “eroe”. Dejagah spiegò che lui il persiano lo parlava soltanto, ma non sapeva né leggerlo né scriverlo: “Ho letto di queste cose solamente sulla stampa tedesca”. A chi voleva sapere della sua fede religiosa – come se essere musulmano potesse rappresentare una prova di colpevolezza – rispose che credeva in Allah, ma non era praticante, pregava di rado e non rispettava il Ramadan. Negò che suo padre avrebbe preferito che giocasse per l’Iran piuttosto che per la Germania, e ritrattò le sue dichiarazioni iniziali, secondo cui aveva più sangue iraniano che tedesco, parlando invece di due metà. Alla fine, questa difesa ebbe successo: dopo un colloquio con Zwanziger, la DFB annunciò che Dejagah non sarebbe stato convocato per la gara contro Israele, ma sarebbe tornato regolarmente a disposizione in quelle successive. “Ha chiarito che la sua richiesta è legata alle preoccupazioni per la sua famiglia, e non ha mai dimostrato alcun sentimento antisemita” disse Zwanziger, chiudendo la vicenda.

Ashkan Dejagah Iran
Dejagah ha poi vestito la maglia dell’Iran per 59 partite, tra il 2012 e il 2019, segnando 11 reti e venendo incluso nella Top 11 della Coppa d’Asia del 2019.

In seguito, nessuno – né in Germania né all’estero – parlò più di quella vicenda. Ashkan Dejagah terminò la sua prima stagione al Wolfsburg con 9 gol complessivi all’attivo, confermandosi come uno dei giovani calciatori tedeschi più promettenti. Nella stagione successiva fu tra i protagonisti della vittoria della Bundesliga, e in estate conquistò anche il titolo europeo U21 con la Nazionale tedesca. Tuttavia, confermarsi sul lungo periodo si rivelò più complicato del previsto, specialmente dopo l’addio di Felix Magath alla panchina del Wolfsburg. Con i nuovi allenatori, Dejagah trovò meno spazio, e questo gli impedì di mettersi in mostra per un posto nella Nazionale maggiore, con la quale non aveva ancora debuttato. Anche per queste ragioni, nel 2012 accettò infine la richiesta del tecnico portoghese Carlos Queiroz di rappresentare l’Iran a livello internazionale.

Per alcuni conservatori tedeschi, che ricordavano il caso dell’ottobre 2007, fu una sorta di conferma di molti pregiudizi che circolavano attorno al giocatore. In realtà, il prosieguo della carriera e della vita di Ashkan Dejagah indicherà qualcosa di differente. Nel marzo 2018, mentre giocava nel Nottingham Forest, fece di nuovo notizia per aver fatto una foto assieme a Maor Buzaglo, attaccante della Nazionale israeliana e del Maccabi Haifa, che aveva incontrato a Londra in un centro medico dove entrambi si erano recati per curarsi da degli infortuni. Nonostante alcune preoccupazioni iniziali, Dejagah non subì alcuna conseguenza per quel gesto; anzi, rimase capitano dell’Iran e, nei mesi successivi, si trasferì a giocare nel Tractor di Tabriz. Nel gennaio 2026, durante le proteste popolari a Teheran, pubblicò sui social un messaggio di supporto per i manifestanti: “Da 100 ore, 90 milioni di persone combattono contro gli oppressori più spietati del mondo, senza alcuna connessione internet. A mani nude. Nessuno ha notizie di loro”.

Se questo articolo ti è piaciuto, aiuta Pallonate in Faccia con una piccola donazione economica: scopri qui come sostenere il progetto.

Fonti

–DOWLING Siobhán, German-Iranian Footballer ‘Typical Example of Failed Integration’, Der Spiegel

–GASSEL Steffen, DI GRAZIA Giuseppe, “Das habe ich für meine Familie getan”, Stern

–KNOTT Thilo, “Dejagah muss doch kein Held sein”, Taz

–KURDI Iman, Should a Footballer Refuse to Play in Israel?, Arab News

Lascia un commento

LEGGI ANCHE