C’era una volta un socialista. Si descriveva così, Arsène Wenger, ex calciatore alsaziano di basso livello con una laurea in Scienze economiche e una brillantissima – quanto inconvenzionale – carriera da allenatore. Tatticamente controcorrente, dopo i primi risultati eccezionali alla guida di Nancy e Monaco, nel 1994 aveva mollato tutto per andare a lavorare in Giappone, poi a sorpresa era rientrato in Europa assumendo la direzione dell’Arsenal, dove costruì un ciclo lungo e di enorme successo. Nel 2013 disse ai media inglesi che nei suoi Gunners, quando si trattava di stipendi, si utilizzava appunto un sistema “quasi socialista”, in cui tutti guadagnavano bene ma nessuno guadagnava esageratamente più degli altri. Nel 2020, intervistato dal Guardian, confermava questa sua visione, dicendo: “Per me, un socialista è chi confida nella connettività per risolvere i problemi di una società“.
Fa strano vederlo adesso al fianco di Gianni Infantino, il controverso presidente della FIFA che ha legato la propria immagine a Vladimir Putin e Donald Trump, al Qatar e all’Arabia Saudita, fino al Re del Marocco. E dire che di tempo ne ha avuto a sufficienza, per capire chi avesse accanto. Invece, anche nei giorni dell’estate del 2026 che hanno visto frammentarsi l’impero politico-economico del dirigente svizzero, Wenger si è chiuso di un lungo silenzio. Chris Wheeler è stato molto duro sul Daily Mail, dicendo che l’alleanza con Infantino ha distrutto la reputazione del tecnico francese, e arrivando addirittura a immaginare (senza alcuna prova, va detto) che possa aver avuto un qualche ruolo nel progetto FIFA Forward Entertainment, ovvero nella cessione di quote del Mondiale a degli investitori privati vicini all’amministrazione Trump.
Martedì 4 agosto ha poi emesso un comunicato in cui ha detto che non ne sapeva nulla (cosa credibile, dato che neppure il Chief Operating Officer della FIFA, Kevin Lamour, ne era stato informato) e ha aggiunto che il ritiro del progetto FFE è stato una cosa “necessaria”. Certo, prendere le distanze da un’iniziativa che è ormai stata cancellata è molto comodo. Bisogna guardare in faccia la realtà, e riconoscere che il Professore, come lo hanno a lungo chiamato, ha sempre brillato per la sua indifferenza di fronte all’operato del presidente della FIFA. Infantino lo ha nominato capo dello sviluppo globale del calcio nel novembre 2019, e in questi sette anni Wenger non ha mai fatto una singola critica pubblica verso comportamenti del tutto contrari a qualsiasi valore il tecnico francese abbia sempre detto di voler difendere. Ha celebrato come un successo l’allargamento del Mondiale a 64 squadre, ha seguito Infantino durante praticamente ogni partita e, addirittura, ha partecipato al suo fianco ad eventi come il World Economic Forum di Davos, a inizio anno. “Gianni è sempre pronto a guardare avanti e a pensare a nuove idee” ha detto, commentando positivamente i dieci anni di Infantino alla guida della FIFA.
Se bisogna dare credito di qualcosa al dirigente svizzero, è per la sua capacità lusinghiera e affabulatoria. Quando, tre anni dopo la sua prima elezione a capo del calcio internazionale, ha richiamato Wenger dalla pensione, lo ha fatto affidandogli l’incarico più ambizioso che il francese avesse mai avuto: definire una strategia per sviluppare il movimento calcistico soprattutto dove era ancora debole. Settori giovanili, formazione degli allenatori, strutture tecniche. Il sogno di un grande innovatore e pianificatore come Wenger, elevato su scala globale e sovvenzionato da una quantità di fondi praticamente illimitata e con la massima libertà d’azione. Al vecchio allenatore socialista e cosmopolita era stato accordato il potere di plasmare il calcio del futuro e potenziare in particolare quei paesi che, per ragioni economiche, storiche e politiche, erano sempre rimasti ai margini del movimento. In cambio di questo lavoro ideale, Infantino ha chiesto una sola cosa: l’anima di Wenger.

Nel 2015 già pensava fosse inevitabile un’espansione del Mondiale (anche se si aspettava che sarebbe salito a 40 squadre, non a 48), a causa della necessità del presidente della FIFA, che non era ancora Infantino, di ottenere voti fuori dall’Europa, in particolare in Africa. In compenso, però, riconosceva l’esistenza di un problema di calendario e di impegni per i giocatori che doveva essere urgentemente affrontato. Questa contraddizione ha finito per acuirsi negli anni alla FIFA: nel 2021, Wenger proponeva di eliminare delle competizioni superflue e accorpare le qualificazioni delle nazionali in un unico periodo, per garantire più riposo ai giocatori, e al tempo stesso di trasformare Mondiale ed Europei in tornei biennali. Due anni dopo, approvava la riforma del Mondiale per Club a 32 squadre voluta da Infantino, ritenendola una grande opportunità per le società di aumentare i ricavi e, per quelle non europee, di accrescere la propria visibilità. Sulle molte polemiche legate ai sempre maggiori impegni per i giocatori, si limitava a dire: “Mi rendo conto che il calendario del calcio è molto denso, ma questa è una competizione che avrà luogo ogni quattro anni”.
Wenger, proprio come le FIFA Legends – ex giocatori di fama globale trasformati in ambasciatori del calcio a livello internazionale – è prima di tutto il volto pulito del governo di Infantino, colui che serve a dargli legittimità. Il suo Talent Development Scheme, di per sé, è un grande e importante progetto, in cui è impossibile non vedere quell’approccio per certi versi “socialista” che Wenger rivendicava ai tempi dell’Arsenal: aiutare i paesi più piccoli e sportivamente meno sviluppati a ridurre il divario con l’Europa. Non è comunque un piano privo di criticità ideologiche, dato che di fatto comporta l’imposizione di uno specifico modello di sviluppo (anche tecnico e tattico) di derivazione europea a tutto il mondo. Da un lato si “decolonizza” il calcio, permettendo al resto del mondo di progredire e riconoscendo il valore e l’importanza del movimento anche al di fuori dell’area UEFA, ma dall’altro si usa per “colonizzare”, perché il calcio europeo viene usato come standard di riferimento per tutti.
E, se questi dettagli vi sembrano comunque poco rilevanti, c’è un tema ancora più controverso: fin dove ci si può spingere per una “buona causa”? Perché, pur di portare avanti il suo progetto, Wenger ha chiuso più di un occhio sulle discutibili frequentazioni politiche di Infantino e sul sistema di corruzione messo in piedi dal presidente della FIFA. Sempre più competizioni e partecipanti, nuovi sponsor e spazi pubblicitari da vendere, così da raccogliere sempre più soldi da distribuire alle associazioni membri per ottenere in cambio i voti, ma anche denaro da investire in piani ambiziosi come il Talent Development Scheme: l’utopia calcistica di Wenger sta venendo costruita con i soldi sporchi del sistema Infantino. E all’ex allenatore francese sembra importare poco, dato che ormai il suo sogno ha completamente sovrastato ogni lettura della realtà che lo circonda. Così non sorprende che, come riportato dal giornalista del Times Martyn Ziegler, negli ultimi giorni Wenger abbia detto ad amici che non intende dimettersi, in quanto “ha ancora una missione da compiere nello sviluppo del calcio giovanile”.
Parliamo di un investimento da 200 milioni di dollari approvato dalla FIFA nel 2022 e destinato ad almeno 180 paesi membri su 211, che mira ad aprire 75 scuole calcio d’élite entro il 2027. Allo stesso tempo, Wenger ha convinto la FIFA a trasformare il Mondiale U17 in un torneo annuale a 48 squadre (era biennale e a 24 squadre fino al 2023), con la scusa di dare maggior impulso al calcio giovanile e di favorire la circolazione del talento e dell’esperienza globale dei giocatori. Questo sulla carta, perché nei fatti il nuovo Mondiale U17 si sposa perfettamente con la politica di Infantino: più competizioni, più squadre, più sponsor. E, siccome non è semplice trovare ogni anno nuovi paesi in grado di ospitare tornei del genere in maniera adeguata, tutte le edizioni fino al 2029 sono state assegnate al Qatar. C’è lo zampino di Wenger anche nel nuovo FIFA U15 Festival, una specie di Mondiale U15 che debutterà a settembre in Azerbaijan: sarà aperto alle selezioni di tutti i 211 membri della FIFA e, dal 2027, coinvolgerà anche le femmine.

Insomma, in questi anni il Professore socialista ha pensato molto al calcio, e ha fatto finta che tutto il resto attorno non ci fosse. Come del resto aveva detto durante il Mondiale del 2022 in Qatar, quando aveva sottolineato che le squadre che stavano facendo meglio nel torneo erano quelle “concentrate sulla competizione e non sulle proteste politiche”. Un bel cambiamento, per una persona che appena due anni prima parlava del calcio in relazione alla società. Viene da domandarsi se il suo sia stato solo un comunissimo cambio d’idea, o se invece sia stato suggerito dal fatto che, per portare avanti il suo progetto, servivano i soldi di Qatar Airways, così come prima erano serviti quelli di Gazprom e, dopo, quelli di Aramco.
Ecco perché, quando Wenger dice di credere “fermamente in una FIFA indipendente, che serva il calcio con impegno, trasparenza e integrità”, non può essere preso sul serio. Ciò che descrive non assomiglia in alcun modo a quello che abbiamo visto negli ultimi anni, sotto la presidenza Infantino, e lui più di tutti, per via dei suoi valori e del ruolo che ha rivestito in questo periodo, dovrebbe saperlo. Questa timida presa di distanza è arrivata troppo tardi, quando ormai gran parte del mondo del calcio, specialmente quello occidentale, non vede più un futuro per la FIFA con Infantino presidente. Non essere riuscito nemmeno in questo momento a prendere una posizione netta rappresenta in maniera chiara il fallimento di una figura per anni ritenuta moralizzatrice e che, invece, una volta trovatasi dentro alla macchina del potere vi si è omologata con una facilità sconcertante.
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