È una storia molto nota in tutto il mondo. Matthias Sindelar era il più grande calciatore in Europa negli anni Trenta: era la stella dell’Austria Vienna che vinse la Coppa Mitropa nel 1933 e nel 1936, e della Nazionale austriaca che vinse la Coppa Internazionale nel 1931-32. Per la sua eleganza in campo, lo chiamavano “il Mozart del calcio”; per la fragilità del suo fisico, “l’Uomo di Carta”. Quando ci fu la partita dell’Anschluss, nel 1938, si rifiutò di fare il saluto nazista, portò l’Austria alla vittoria e festeggiò un gol ballando davanti ai gerarchi tedeschi. Un anno dopo fu trovato morto in circostanze misteriose assieme alla fidanzata, un’infermiera ebrea italiana conosciuta in ospedale durante il Mondiale del 1934: forse suicida, forse assassinato. È una storia molto nota in tutto il mondo, ma è una storia completamente falsa.
Attorno a Sindelar e alla sua tragica vicenda – quella di un eroe popolare unico nel suo genere, morto ancora giovane e all’improvviso, mentre il suo paese sprofondava nell’incubo del Nazismo – è sorto fin da subito un mito, che ha finito per consolidarsi nel dopoguerra. Una storia funzionale a un’Austria che voleva raccontarsi come vittima della Germania, e non come complice dei suoi crimini. Sindelar rappresentava un ideale puro, grazie al fatto di essere stato un brillante calciatore amato da tutti e di essere pure morto prima dell’inizio della guerra. Il mito si è rivelato talmente forte e convincente che alla fine tutti hanno finito per crederci senza verificare se fosse fondato. Solo negli ultimi anni, in Austria, alcuni storici hanno iniziato a indagare questa storia, ma la verità attorno a Sindelar resta ancora quasi del tutto sommersa sotto un mare di leggende che hanno trovato spazio sulle pagine di importanti libri e giornali. Anche perché è una bella storia, molto romantica e, soprattutto, molto comoda.
Partiamo dalla fine: la morte, avvenuta il 23 gennaio 1939 in un appartamento in Annagasse, nel centro di Vienna. L’autopsia dirà che si era trattato di un avvelenamento da monossido di carbonio, causato da una stufa difettosa. L’appartamento non era di Sindelar, ma della sua compagna, Camilla Castagnola. O meglio, Camilla Durspect: non era italiana, ma viennese; il cognome italiano lo aveva preso dal marito, un immigrato di nome Mario Castagnola da cui si era ormai separata. Durspect era stata infermiera per un breve periodo, ma aveva conosciuto l’ormai ex calciatore solo qualche settimana prima, e non nel 1934 in Italia. Era proprietaria del ristorante Zum Weißen Rössel ed era un po’ più anziana di Sindelar, il quale al momento della morte aveva quasi 36 anni. La leggenda riguardo alla loro relazione potrebbe essere nata in Italia: qualcuno, scoprendo che la donna aveva un cognome italiano ed era un’infermiera, doveva aver concluso che si fossero conosciuti all’ospedale di Milano, dopo che il calciatore si era infortunato nella semifinale contro gli Azzurri.
Non risulta da nessuna parte che fosse ebrea, così come non risulta che lo fosse lo stesso Sindelar. La voce che circola al riguardo è dovuta al fatto che aveva legato praticamente tutta la sua carriera all’Austria Vienna, il club della borghesia ebraica viennese. Ma Sindelar non era di Vienna: era nato a Kozlov, in Moravia (oggi Repubblica Ceca), in una famiglia sicuramente cattolica. L’idea che si fosse suicidato per timore che venissero scoperte le sue origini o quelle della compagna è dunque priva di fondamento. Così come l’idea che avrebbe potuto essere ucciso dalla Gestapo, la quale avrebbe poi diffuso un’autopsia falsa: Sindelar era un simbolo per il popolo austriaco, e i nazisti non avevano alcun interesse a ucciderlo. Soprattutto perché, come vedremo tra poco, non era affatto un oppositore politico. Si era effettivamente rifiutato di rappresentare la Germania al Mondiale del 1938, ritirandosi subito dopo l’Anschluss, ma questo aveva più a che fare con la sua età avanzata e con i frequenti problemi fisici che non con motivazioni politiche.

La storia del suicidio di Sindelar, comunque, si diffuse immediatamente, ed è possibile anche risalire ai due autori della leggenda. Il primo fu Alfred Polgar, un critico letterario austriaco, che per primo raccontò che l’ex calciatore si fosse tolto la vita per “lealtà alla Patria” occupata dai tedeschi. Subito dopo arrivò lo scrittore Friedrich Torberg, che a Sindelar dedicò una commossa poesia, in cui si alludeva simbolicamente a una morte causata dai nazisti, o in maniera diretta (così come l’Austria veniva “uccisa” dalla Germania) o, indirettamente, dovuta allo sconforto per le sorti del suo paese. A dispetto del fatto che Polgar e Torberg fossero entrambi connazionali e contemporanei di Sindelar, è improbabile che avessero informazioni precise su quello che gli era successo. Torberg, che era di origini ebraiche, nel 1938 era scappato in Francia e, da lì, a New York. Polgar, invece, al momento dell’Anschluss si trovava assieme alla moglie a Zurigo, in Svizzera, da dove poi sarebbe emigrato a Parigi.
A questa storia si lega anche la leggenda della partita dell’Anschluss, il match organizzato dalle autorità tedesche e austriache tra le due rispettive nazionali, il 3 aprile 1938 a Vienna. L’Austria vinse 2-0 con reti di Sindelar e Karl Sesta (anche lui, in seguito assurto erroneamente a eroe antinazista), ma non c’è alcuna prova del fatto che il campione moravo avesse ballato davanti ai gerarchi. Gli storici austriaci Georg Spitaler e David Forster hanno visionato tutte le fotografie e i filmati esistenti di quella partita, e tutto ciò che si vede al momento della rete di Sindelar è il calciatore che festeggia alzando un braccio al cielo, per poi tornare diligentemente a centrocampo. Si potrebbe pensare che, se un simile gesto di scherno fosse stato effettivamente compiuto, le autorità tedesche ne avrebbero fatto sparire le prove. Ma resta il fatto che nessuno storico è mai riuscito a individuare a un testimone diretto del balletto.
Non si sa come si sia originato questo racconto, ma secondo Forster nessuno ne avrebbe mai fatto menzione prima della fine degli anni Settanta. Di sicuro, è falso che Sindelar e Sesta si fossero rifiutati di fare il saluto nazista prima e dopo l’incontro: ci sono immagini di quel momento, e tutti i giocatori austriaci salutano regolarmente. Numerosi articoli riportano che Sindelar non avesse mai “fatto segreto” delle sue simpatie socialdemocratiche, ma ancora una volta sembra piuttosto vero il contrario: se sosteneva il SPÖ (Sozialdemokratische Partei Österreichs), non lo aveva mai detto pubblicamente. Forster tende anzi a escluderlo, limitandosi a dire che, forse per le sue origini operaie, Sindelar avrebbe potuto avere solo inizialmente delle tendenze di sinistra. Ma, una volta diventato un personaggio famoso, seppe riciclarsi politicamente con grande abilità: aveva connessioni con i conservatori del Partito Cristiano Sociale e le ebbe in seguito con il governo del Fronte Patriottico, che era esplicitamente fascista. Ebbe, infine, rapporti piuttosto proficui con i nazisti.
L’annessione dell’Austria alla Germania aveva avuto ripercussioni molto significative sul calcio locale: il campionato austriaco, diventato professionistico nel 1924, tornava a essere dilettantistico, come quello tedesco. I calciatori dovettero quindi trovare nuovi lavori per sopravvivere, e molti acquistarono delle attività commerciali. Le autorità naziste aiutarono in vari modi gli atleti più noti a risolvere questi problemi, e Sindelar fu tra quelli che più beneficiarono della situazione. Nel marzo 1938, subito dopo l’Anschluss, la politica viennese lo mise a dirigere la compagnia incaricata di rinnovare il celebre parco Prater. Ma, soprattutto, i nazisti lo favorirono nell’acquisto della caffetteria Annahof, che rientrava nei locali da “arianizzare”, cioè da sottrarre a proprietari ebrei per darli a tedeschi e austriaci “ariani”. L’Annahof apparteneva a un ebreo di nome Leopold Drill: per costringerlo a cedere il locale, i nazisti ne arrestarono il figlio e lo deportarono a Dachau. A quel punto subentrò SIndelar, che il 15 giugno 1938 rilevò l’attività per 15.000 marchi, sebbene Drill la valutasse 54.000. In seguito, l’ex calciatore invitò più volte i gerarchi nazisti locali a bere nel suo locale. Drill, invece, fu deportato a Theresienstadt e morì in un lager nel 1943.

Sindelar aveva inoltre firmato un appello in favore di Hitler e dell’Anschluss assieme alla grande stella del calcio tedesco, Fritz Szepan, che era stato pubblicato il 10 aprile sul Völkischer Beobachter. È indiscutibile che la vita dell’ex capitano dell’Austria fosse rimasta molto agiata anche dopo l’inizio dell’epoca nazista: oltre alla caffetteria, Sindelar aveva potuto acquistare un negozio di alimentari, il che dimostra che avrebbe potuto benissimo rilevare un locale senza dover ricorrere alle “arianizzazioni”, o perlomeno pagare a Leopold Drill la giusta cifra per la sua attività. La salita al potere dei nazisti aveva portato anche alla rimozione dell’ebreo Emanuel Schwartz dalla carica di presidente dell’Austria Vienna: Sindelar, che aveva sempre avuto con Schwartz un rapporto di amicizia, gli scrisse un’affettuosa lettera di commiato. Ma questo non gli impedì di accettare un ruolo nella nuova dirigenza del club, passato completamente nelle mani di persone fedeli a Hitler.
Non si può certo sostenere che Sindelar fosse nazista o antisemita, ma analizzando la sua (vera) storia è impossibile descriverlo come un antinazista. Più semplicemente, fu una persona che, capita l’aria aria che tirava a Vienna, non si fece il minimo scrupolo a sfruttare il nuovo corso politico per il proprio tornaconto personale. Morì per un banalissimo incidente con una stufa; cosa che, a quanto pare, era molto comune nella Vienna della fine degli anni Trenta. Alcuni austriaci antinazisti che avevano lasciato il paese rimasero talmente sconvolti dalla notizia della sua morte da ricamarci attorno una narrazione mitica: l’ultimo simbolo positivo dell’Austria che avevano conosciuto era scomparso. Dopo la guerra, il paese alimentò il mito di Sindelar per nascondere le proprie responsabilità nei crimini nazisti. Per fare finta che non fosse vero che buona parte degli austriaci fosse dalla parte di Hitler, nel 1938, e che il governo rovesciato dai nazisti fosse perfettamente allineato con il Fascismo italiano.
E Sindelar rappresenta solo il caso più noto di questa narrazione autoassolutoria. Il suo compagno di squadra Karl Sesta, che segnò l’altro gol austriaco nella partita dell’Anschluss, venne a sua volta celebrato come un simbolo di resistenza contro il Nazismo. In realtà, si allineò tranquillamente al nuovo corso e, tra il 1941 e il 1942, giocò anche tre partite con la maglia della Germania. Proprio come Sindelar, approfittò delle “arianizzazioni” per rilevare un’attività (nel suo caso, una panetteria) e, dal maggio 1939, fu arruolato nella Wehrmacht, l’esercito nazista (anche se, ovviamente, non fu mai inviato al fronte). Fritz Durlach, che verso la fine della guerra giocò alcune partite come difensore nel Rapid Vienna, si era occupato delle indagini su presunti casi di automutilazione da parte di cittadini viennesi che volevano evitare la chiamata alle armi. Dopo la fine del conflitto, fu riconosciuto colpevole di numerosi casi di tortura, ma venne condannato ad appena un anno di lavori forzati.
La storia di Sindelar doveva servire a collocare l’Austria dalla parte giusta della Storia, e nessuno si preoccupò mai di cosa avesse realmente fatto. Il mito circolò, e ogni volta che veniva ripreso si arricchiva di ulteriori dettagli, diventando sempre più solido. E metterlo in dubbio diventava sempre più difficile: parlando al podcast The Assistant Professor of Football, lo storico David Forster ha spiegato che, a causa delle sue ricerche, è stato praticamente ostracizzato dall’Austria Vienna, che incidentalmente è pure il club per cui tifa. Nel 2019, nell’ottantesimo anniversario della morte di Sindelar, l’Austria Vienna accennava a non meglio precisati comportamenti fuori dal campo, negli ultimi anni di vita, che hanno suscitato “polemiche, contraddizioni e libere interpretazioni, che spesso hanno portato a conclusioni errate”. Non una parola sulla caffetteria Annahof e su Leopold Drill.
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Fonti
-ARAF Jo, Generazione Wunderteam. Ascesa e caduta della squadra delle meraviglie, Urbone Publishing
-FORSTER David, SPITALER Georg, Viennese football and the German Wehrmacht – between “duty” and evasion, Historical Social Research, 40(4), 310-330 (2015)
–KESSLER Martin, Dancing Before The Nazis: A Soccer Star’s (Supposed) Act Of Defiance, WBUR


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