E se la NATO dominasse il calcio?

Per chiunque si interessi di storia arriva, prima o poi, quel momento in cui ci si vuole confrontare con la sensuale perversione dell’ucronia. Ecco, quella che state per leggere è una provocazione ucronica tra calcio e politica. Spesso si leggono articoli che fantasticano su “come sarebbe la Nazionale dell’URSS oggi”, o quella della Jugoslavia, o della Cecoslovacchia, o della Germania Est; ma perché non pensare invece a una Nazionale della NATO (organizzazione peraltro tornata di moda nell’ultimo periodo, dopo aver rischiato di finire quasi dimenticata)?

Partiamo dalla più immediata delle domande: perché? La principale replica potrebbe benissimo essere: perché no? D’altronde viviamo in un’epoca di grande sfiducia verso FIFA e UEFA, e il flop dell’esperimento Superlega sembra aver messo in chiaro che un requisito fondamentale per attentare al potere politico sia averne un pezzo dalla propria parte. I 12 club ribelli dell’aprile 2021 si sono trovati contro tutto il governo del calcio e anche alcuni governi nazionali – tra cui anche il più temibile di tutti, il Qatar -, la loro operazione non poteva aver alcun successo. Ma immaginate un polo alternativo del calcio costruito sul Patto Atlantico, un’alleanza talmente coriacea da essere riuscita a sopravvivere anche alla fine del mondo comunista, e cioè del motivo stesso della propria esistenza, sfruttando il collante più potente che ci sia: l’inerzia!

A ben vedere, una NATO del calcio avrebbe decisamente senso a livello economico e strategico, avvicinando l’Europa agli Stati Uniti. Che è poi quello che, in un certo senso, sta già succedendo da qualche anno: le proprietà statunitensi nel calcio europeo vanno aumentando rapidamente, ed è probabile che ve ne siate accorti. Nell’ultima Premier League erano 5 su 20 (più due in parte americane, Aston Villa e Crystal Palace), ce n’era una in Liga e due in Ligue 1, e ben otto in Serie A. Nel 2008, il Manchester United dei Glazer è divenuto il primo club in mani statunitensi a vincere la Champions League; undici anni dopo lo ha eguagliato il Liverpool di Tom Werner, che quest’anno potrebbe rimettere la coppa in bacheca.

Si è parlato tanto, negli anni, del calcio europeo sempre più in mano ad arabi, russi e cinesi, e invece la realtà dei fatti è che il nostro football più che guardare a Est guarda a Ovest. Anzi, negli ultimi tempi i capitali orientali hanno fatto tendenzialmente dei passi indietro, tra il ridimensionamento dei cinesi e l’estromissione causa guerra dei russi (e comunque, pure prima di allora solo Chelsea e un pochino l’Inter avevano raccolto trofei), mentre sul fronte arabo City e PSG continuano a spendere cifre folli per mantenere finora “solo” un saldo dominio domestico. Dei sette sponsor ufficiali della Champions League, quattro sono società americane, e il pubblico degli Stati Uniti rappresenta una fetta sempre più consistente dei fan della massima competizione UEFA. Il football – o soccer, che dir si voglia – è già in gran parte un affare tra Europa e Nordamerica, e proprio come nella NATO sono soprattutto i secondi a mettere i soldi necessari a tenere in piedi la baracca.

Il norvegese Jens Stoltenberg, segretario generale della NATO dal 2014, si complimenta con i paesi membri Croazia e Francia per aver raggiunto la finale dei Mondiali 2018.

Fin da ragazzino sognavo un’epoca in cui, per riempire quegli anni di vuoto tra Europeo e Mondiale, venisse inventata una nuova competizione per continenti. Oggi sono più grande e consapevole, e rispetto a quei tempi mi interesso molto più di geopolitica, per cui so che più che parlare di continenti avrebbe senso parlare di sfere d’influenza internazionale. Di fronte a un’Unione Europea sempre più incasinata, che perde il Regno Unito – ma forse, tra qualche anno, guadagnerà Irlanda del Nord e Scozia – e deve vedersela con membri bizzarri come Ungheria e Polonia, che ci stanno dentro con la stessa convinzione di Beppe Civati quando stava nel PD, in questo momento sembra molto più coesa la NATO, per indubbia grazia di Putin. E quale momento migliore, allora, per gli Stati Uniti per dare scacco alla mai del tutto amata UE e riproporre il Patto Atlantico come vera incarnazione dell’Occidente? E quale modo migliore per farlo che usare la cosa più sacra per gli alleati del Vecchio Continente?

Il vero problema potrebbe essere piuttosto quello relativo agli avversari: chi mai potrebbe affrontare una selezione del genere? Una squadra della NATO, oggi, potrebbe schierare le stelle di Belgio, Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Spagna, più un fenomeno come Alphonso Davies del Canada. Stiamo parlando di cinque delle ultime sei finaliste mondiali e letteralmente di tutte le finaliste degli Europei post-1988. Sostanzialmente, la NATO sarebbe di fatto una all-star globale a cui mancano qualche sudamericano e giusto un paio di attaccanti africani del Liverpool. Il che ci ricorda anche come, negli ultimi anni, il baricentro del calcio si sia spostato ben più che in passato verso l’Europa. La crisi del Sudamerica dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti, dato che è dal 2002 che una nazionale CONMEBOL non vince il titolo mondiale.

Una bella soluzione per dare una senso alla competizione sarebbe quella di stabilire delle quote convocati nella squadra NATO in base agli investimenti nell’organizzazione, che se non lo sapete sono nettamente sproporzionati dalla parte degli Stati Uniti. C’è da dire che, negli ultimi anni, il livello medio del soccer è andato crescendo, e oggi molti giocatori nordamericani giocano in top club europei. E questo incredibilmente è merito anche della NATO: nel corso degli ultimi decenni, un contributo non da poco alla diffusione del calcio negli Stati Uniti è arrivato dai figli dei militari di stanza nelle numerose basi in Germania, decisive durante la guerra fredda per sorvegliare il confine con il Patto di Varsavia. Una linea ininterrotta che va da Erwin Kostedde, primo nero a vestire la maglia tedesca, fino a Weston McKennie: non ci vuole molto a verificare che praticamente tutti i migliori giocatori statunitensi degli ultimi trent’anni sono transitati dalla Bundesliga, impostatasi come meta prediletta dei calciatori d’oltreoceano.

Ma torniamo al punto: quali avversari potrebbe affrontare una selezione del genere? Se guardiamo alla geopolitica, l’antitesi della NATO dovrebbe essere l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, quell’alleanza misconosciuta che di fatto mette assieme Cina, India e Russia (e pochi altri stati più marginali, almeno calcisticamente parlando), e in cui di recente è entrato anche l’Iran. Una potenza economica e produttiva, ma abbastanza pietosa sul rettangolo verde: con una buona approssimazione, sarebbe la Nazionale russa (che già non è che sia proprio una corazzata) con Azmoun e Taremi a fare da spalle a Dzyuba, più un paio di giocatori di rappresentanza da Cina e India. I tempi del Patto di Varsavia, che avrebbe potuto mettere in campo uno squadrone in un’epoca in cui le nazionali dell’Est facevano il bello e il cattivo tempo a livello giovanile e olimpico, sono ormai alle spalle: lo smembramento del mondo comunista ha spaccato l’Est Europa lungo quella linea che va da Černigov a Mariupol’, e che oggi conosciamo benissimo; da un lato la Russia, dall’altro tutti gli altri.

Un giovanissimo Weston McKennie: nato a Little Elm, in Texas, all’età di 6 anni si è trasferito con la famiglia a Kaiserslautern, dove il padre andò a lavorare nella Ramstein Air Base, sede del Comando Centrale dell’aviazione della NATO.

Paradossalmente, rischia di essere ben più interessante vedere giocare una squadra della Lega Araba, che abbraccia giocatori dal Nordafrica alla penisola arabica. Il che significa Achraf Hakimi, Youssef En-Nesyri, Riyad Mahrez e Mohamed Salah, solo per citare i più noti, con il sostegno economico e organizzativo di colossi come Qatar (PSG), Emirati Arabi Uniti (Manchester City) e Arabia Saudita (Newcastle), che ora stanno anche tornando in buoni rapporti. Non parliamo della scontatissima formazione del Mercosur, fondamentalmemte un’all-star sudamericana, che nel frattempo sogna di tornare a essere anche politicamente alternativa alla NATO, come lo era ai tempi dell’asse bolivariano Chávez-Morales-Correa (con alle loro spalle Lula, Néstor Kirchner e Tabaré Vázquez). Oggi, la sinistra sta vivendo una nuova fase in America Latina, e se da un lato il tridente bolivariano degli anni Duemila affronta ormai il declino, nuove forze sono uscite vincitrici dalle elezioni in Argentina, Cile e Perù, mentre Lula punta a ribaltare Bolsonaro in Brasile e Gustavo Petro ha le stesse mire in Colombia su Iván Duque.

In questo momento più che mai un torneo per organizzazioni geopolitiche del genere riproporrebbe nel calcio gli equilibri politici internazionali, rappresentando il miglior connubio tra sport e politica esistente. Ma, come dicono Infantino e Čeferin, calcio e politica dovrebbero restare separati, per cui temo che il sogno del NATO-football sia ancora molto di là da venire.

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