Hasta siempre, futbolista Che Guevara!

che guevara calcio

“Stai tranquillo, Osvaldo: Ernesto era del Central!”

Celia Guevara, a Osvaldo Bayer

Il 16 dicembre 1928, il Rosario Central vinceva la sua seconda Copa Nicasio Vila – il trofeo che si assegnava al tronfatore della Liga Rosarina de Fútbol, il torneo di calcio di Rosario e uno dei più importanti del calcio argentino non ancora professionalizzato – sconfiggendo in finale i rivali del Newell’s Old Boys con un gol di José Podestá. Si sanciva così il periodo d’oro della squadra più amata nei quartieri popolari di Rosario, figlia del sudore degli operai scozzesi che avevano posto la ferrovia sul terreno delle province di Santa Fe e Córdoba, oltre trent’anni prima. Tornando indietro di 185 giorni, a meno di 4 chilometri da dove si era svolta la partita, nasceva il primo figlio dell’imprenditore Ernesto Rafael Guevara Lynch e della sua giovane moglie Celia de la Serna: Ernesto anche lui, che poi sarebbe stato chiamato Che.

In realtà, la sua storia è legata solo di un’incollatura a quella della Ciudad del Fútbol: i genitori erano dovuti scendere a Rosario dalla barca su cui si trovavano per far partorire la madre, ma subito dopo fecero ritorno a Caraguatay, 1.000 chilometri più a nord, al confine col Paraguay. Quando, all’età di tre anni, al giovane Ernesto venne diagnosticata l’asma, i Guevara si spostarono nuovamente, stabilendosi infine in un villaggio di montagna chiamato Alta Gracia, vicino Córdoba. Le fortuite origini rosarine, però, gli rimasero appiccicate, e anche se non aveva modo di sapere i risultati della squadra andava in giro a dire di essere tifoso del Rosario Central, che nel 1939 si iscriveva al nuovo campionato nazionale argentino. Purtroppo, la nuova dimensione era stata un bel salto per il club, che dopo sole due stagioni si trovò retrocesso in seconda divisione.

Tifare Rosario Central fu un po’ un modo per distinguersi nel suo gruppo di amici, più o meno equamente divisi tra le superpotenze River e Boca. Qualcuno potrebbe dire che, in fondo, era già tutto lì: quello spirito ribelle che lo portava a non conformarsi, a cercare strade e miti alternativi e, anche se ancora non lo sapeva, a scegliere una club della povera gente. Spirito che, comunque, era di famiglia: i Guevara erano genitori molto progressisti, nell’Argentina dell’epoca; mama Celia era una femminista anti-clericale, mentre papá Ernesto un convinto antifascista. Una famiglia borghese sui generis, in cui i figli erano spronati a studiare e leggere, ma allo stesso tempo a frequentare anche i bambini delle classi sociali inferiori. E così, nei cortili malandati delle periferie di Córdoba, il giovane Ernesto giocava a pallone, e un po’ perché non era molto bravo e un po’ perché l’asma gli impediva grandi sforzi, risolveva le classiche dispute di inizio match dicendo lui per primo che se ne sarebbe stato in porta.

In Argentina, il Rosario Central è noto con un soprannome ambiguo dall’origine molto antica, las Canallas. Cioè, le Canaglie, né più né meno: la leggenda racconta che, all’inizio degli anni Venti, il club fu invitato a giocare una partita contro il Newell’s per raccogliere fondi per una clinica che curava i lebbrosi, ma si rifiutò di partecipare. È curioso che, nell’aprile del 1952, l’ancora giovane Ernesto si ritrovò a curarli, i lebbrosi, in un fatiscente ospedale di Huambo, in Perù. “Lo stato generale e disastroso – scriveva nel suo diario – in un piccolo complesso grande meno di mezzo isolato due terzi del quale sono destinati agli infermi, scorre la vita di quei trentuno condannati che stanno lì a guardarla finire, aspettando la morte (almeno questa fu la mia impressione) con indifferenza”.

Lui e il suo amico Alberto Granado erano arrivati in Perù seguendo la rotta di un assurdo viaggio in motocicletta attraverso il Sudamerica. Ai primi di giugno raggiunsero un altro lebbrosario, a San Pablo, nel nord del Perù, dove trascorsero diverso tempo assistendo i malati. Poi, a bordo di una zattera, attraversarono il Rio delle Amazzoni arrivando in Colombia, sbarcando nella cittadina di Leticia dove, nel tentativo di tirar su qualche soldo, ebbero l’idea di spacciarsi per calciatori professionisti. In fondo erano argentini, e l’Argentina era patria di grandi calciatori: lo sapevano bene in Colombia poiché, dopo il clamoroso sciopero del fútbol del 1948, i grandi assi del campionato argentino si erano tutti spostati a giocare in Colombia. I tifosi di Bogotà, Cali e Medellín ora impazzivano per Adolfo Pedernera, René Pontoni, Alfredo Di Stéfano, Julio Cozzi e Antonio Báez.

I colombiani di Leticia abboccarono, e li vollero immediatamente per un torneo locale che stava per iniziare: il piano originale era quello di fare gli allenatori, per evitare di scendere in campo a fare figuracce che avrebbero svelato l’inganno, ma i giocatori dell’Independiente Sporting si rivelarono così scarsi che i due argentini si convinsero che non c’erano rischi. Alberto prese il controllo del centrocampo, e col suo tocco brillò a tal punto da meritarsi l’appellativo di Pedernerita; Ernesto, invece, tornò a rivestire il ruolo del portiere, e per la sua spregiudicatezza tra i pali si conquistò il soprannome di Fúser, contrazione di Furibondo Serna. Il piccolo club, considerato il più debole della competizione, arrivò fino alla finale, perdendo solo ai calci di rigore. “Il vero eroe di quella sera fu Fúser. – racconterà Alberto – Ai rigori, ci fu un tiro all’angolo superiore destro e lui, con un gesto formidabile, spedì il pallone sopra la traversa”. “Parai un rigore che resterà per sempre nella storia del Leticia” scherzerà invece Ernesto, nel suo diario di viaggio.

Con i soldi messi assieme grazie alle loro imprese calcistiche, i due proseguirono fino a Bogotà, arrivando proprio nel giorno in cui al Campín si teneva un’amichevole di lusso: il Millonarios, famosissima squadra locale detentrice del titolo nazionale, ospitava il Real Madrid. Al di là dei valori tecnici in campo, la partita era innanzitutto un’occasione diplomatica per ribadire la vicinanza tra i due rispettivi governi di estrema destra, quello di Roberto Urdaneta (appena succeduto per motivi di salute al filonazista Laureano Gómez) da una parte e quello di Francisco Franco (a cui il presidente del Real Madrid Santiago Bernabeu era molto legato) dall’altra. Gli eventi di Leticia avevano risvegliato in Ernesto e Alberto la passione per il calcio, e i due provarono così ad entrare allo stadio anche senza i biglietti, e senza la minima intenzione di pagarne un paio. Quanto segue, è in bilico tra la realtà e la leggenda: pare che a un certo punto, sentendoli discutere con i poliziotti all’ingresso e avvertendo il loro marcato accento argentino, un loro connazionale si avvicinò alla guardia e ordinò di lasciarli passare. Era un ragazzo giovane, biondo e dal fisico atletico. I due argentini lo rividero in campo poco dopo, con la maglia blu del Millonarios: il pubblico lo chiamava la Saeta Rubia, il suo nome era Alfredo Di Stéfano.

Verità o fantasia? Ian Hawkey, biografo di Di Stéfano, sostiene che l’incontro avvenne davvero, anche se in maniera meno rocambolesca: in un modo o nell’altro, Ernesto e Alberto riuscirono a conoscere il calciatore a pranzo, gli raccontarono del loro viaggio e lui offrì loro i biglietti per il match del giorno seguente. Che probabilmente non fu contro il Real Madrid, nonostante quanto scritto dallo stesso Ernesto: i due argentini si trovarono a Bogotà tra il 2 e il 10 luglio, mentre il torneo che vide il Millonarios affrontare il club spagnolo iniziò solo il 12. Ma i rapporti tra le due società erano molto noti: si erano già affrontati a marzo in Spagna, con una netta vittoria dei colombiani, e ci sarebbero state altre partite in seguito. Soprattutto, un anno dopo l’incontro con quei due suoi bizzarri connazionali, Di Stéfano avrebbe firmato proprio con il Real Madrid, diventando uno dei più noti e vincenti calciatori del mondo.

Ernesto e Alberto, invece, tornarono a casa, a Córdoba. Prima di lasciare la Colombia, Ernesto scrisse una lettera alla madre Celia per il compleanno, raccontandole: “In questo paese le garanzie individuali sono soppresse più che in tutti gli altri finora conosciuti, la polizia pattuglia le strade col fucile in spalla e chiede di continuo il passaporto, e non manca chi lo legge alla rovescia, il clima è così teso da far immaginare un’insurrezione entro breve tempo”. Meno di un anno dopo quella lettera si laureò, ma non divenne mai medico: riprese invece a viaggiare, visitando le regioni più povere e instabili del Sudamerica. Poi, un giorno, in Guatemala conobbe un avvocato cubano che lo convinse a prendere parte a un tentativo di rivoluzione sull’isola caraibica, e da qui la storia la conoscete già.

Una storia che terminò il 9 ottobre 1967, quando Ernesto venne assassinato dai soldati del governo fascista della Bolivia nel villaggio di La Higuera. Fosse vissuto solo pochi anni di più, avrebbe potuto assistere all’epoca d’oro del suo Rosario Central: nel 1970, Las Canallas arrivavano secondi nel campionato nazionale, e un anno dopo, allenate da Ángel Labruna, conquistavano il loro primo scudetto, segnato da una straordinaria vittoria in semifinale sul Newell’s decisa da un gol formidabile di Aldo Poy. Bissarono il titolo nel 1973, chiusero secondi nel 1974 e nel 1975 raggiunsero la semifinale di Copa Libertadores. In questi ultimi anni si era affermato un giovane attaccante di nome Mario Kempes: nel 1978, quando trascinò l’Argentina a vincere il suo primo Mondiale nel momento politicamente più drammatico nella storia del Paese, si rifiutò di stringere la mano al dittatore Videla alla cerimonia di premiazione. Forse sarebbero andati d’accordo, Ernesto e Mario.

Fonti

-CHE GUEVARA Ernesto, Latinoamericana, Feltrinelli

DI SALVO Marcos, El Che Guevara: de Rosario… ¿y de Central?, Fútbol Rebelde

GALASSI Pablo, Che Guevara, el ataja penales, Revista Libero

HAWKEY Ian, La Saeta y el Che Guevara, Revista Libero

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