L’oligarchia economico-calcistica di Viktor Orbán

“Per lui, giocare a calcio era un modo per liberare la propria aggressività. Una volta finì col pallone in fallo laterale. Quando tutti si fermarono, Orbán disse ‘Non è fuori’, e andò avanti, e segnò. Stava riscrivendo le regole: ‘Ve lo dico io se è o non è fuori’.”

Zsolt Komáromy, ex-calciatore dilettante

Nel 1985, quando il Videoton raggiungeva a sorpresa la finale della Coppa UEFA, sancendo il canto del cigno del calgio magiaro, Viktor Orbán aveva 22 anni e stava già pensando alla sua tesi in giurisprudenza sull’ascesa di Solidarnosc. Fino a qualche anno prima, era un ragazzino convintamente comunista che da grande si immaginava calciatore di successo: in un mondo parallelo, sarebbe rimasto comunista e avrebbe giocato quella finale di coppa contro il Real Madrid.

L’adolescente Viktor Orbán giocava a calcio nel Felcsút, una piccola società posta in un villaggio a ovest di Budapest e a nord di Székesfehérvár, dove Orbán era nato nel 1963 e dove era di casa proprio il Videoton, che usava il Felcsút come squadra satellite. Nel 2005, il Felcsút si è trasformato nella Puskás Academy, e tra il 2012 e il 2014 ci ha giocato Gáspár, l’unico figlio maschio di Orbán. Ma non è proprio scomparso: nel 2007, proprio Viktor Orbán ha investito personalmente per riportare in vita il club in cui era cresciuto.

Tra il 1985 e il 2005, come potete immaginare, a Orbán sono successe un po’ di cose. Dopo il servizio militare, quando ormai aveva abbandonato le speranze di sfondare nel calcio, aveva scoperto che il comunismo gli faceva schifo, aveva abbracciato le idee liberali e la cultura cosmopolita dell’Europa occidentale; nel 1989, mentre il Muro crollava, lui volava a Oxford per studiare con una borsa di studio della Fondazione Soros. Quindi tornava in patria e si metteva in politica in un partito liberale ed europeista chiamato Fidesz, con cui nel 1998 riusciva incredibilmente, a soli 35 anni, a diventare primo ministro, restando in carica per 4 anni.

Poi, una brusca virata a destra, salendo sul carro dell’emergente populismo nazionalista, la vittoria alle elezioni del 2010, la riconferma del 2014, la seconda riconferma del 2018, le modifiche alla Costituzione, le leggi omofobe, quelle sessiste, quelle anti-migranti, l’allontanamento dalla UE. Insomma, quello che sapete.

Orbán in campo per una partita amichevole negli Stati Uniti, nel 1998, anno in cui è diventato per la prima volta capo di governo in Ungheria.

Donald Trump insegna che ogni buon politico populista che si rispetti debba promettere di rendere qualcosa great again. L’Ungheria, grande, non lo è mai stata, se non nel calcio: a Budapest ancora si raccontano storie sull’Aranycsapat, la Squadra d’Oro capace di vincere l’oro olimpico del 1952, espugnare Wembley e sfiorare il titolo mondiale del 1954. E così, l’obiettivo di Viktor Orbán, calciatore mancato, è divenuto (anche) quello di riportare l’Ungheria a essere grande nel calcio.

In un paese in cui sono stati tagliati i fondi alla sanità e all’istruzione (almeno in questo, Orbán è rimasto liberale), quelli allo sport sono cresciuti a dismisura. Sono stati costruiti nove stadi nuovi di zecca, a partire dalla modernissima Puskás Aréna di Budapest, 68mila posti da 600 milioni di euro, finiti di posare nel novembre 2019. O la Pancho Aréna, lo stadio di livello internazionale di Felcsút, dove giocano la Puskás Academy e il MOL Fehérvár, il nome con cui dal 2005 è noto il Videoton: 3.500 posti per 1.688 abitanti, raggiungibile tramite una nuova linea ferroviaria che non usa nessuno, e per la quale sono stati sprecati 2 milioni di fondi europei. I continui riferimenti a Ferenc Puskás – il più grande calciatore ungherese della storia, che nel 1956 disertò all’Ovest in fuga dall’Armata Rossa, e che in Spagna era soprannominato Pancho – sono l’ossessione dell’Ungheria di Orbán.

Mentre la popolazione è sempre più povera e l’aspettativa di vita è tra le più basse della UE, ogni anno vengono spesi milioni per finanziare le accademie di calcio nei paesi limitrofi come Romania, Slovacchia, Croazia e Serbia, dove sono presenti minoranze etniche magiare che Orbán vuole tenersi ben strette. Già nel 1999, durante il suo primo mandato, aveva fatto approvare una discussa legge di sostegno a queste minoranze, molto criticata dai governi interessati, che la ritenevano un’intromissione nei propri affari nazionali.

Gli incentivi fiscali ai club magiari hanno reso il calcio un business in cui è molto vantaggioso investire, e subito c’è chi si è tuffato. Gli chiamano gli “oligarchi”, gli uomini più ricchi d’Ungheria, tutti amici di Orbán, tutti con la stessa storia misteriosamente fortunata. Ne basti uno per tutti, Lőrinc Mészáros: amico d’infanzia del primo ministro, ha lavorato a lungo come operaio, per poi fondare una piccola azienda che produce impianti a gas; fino al 2010 era un piccolo imprenditore locale, oggi Forbes stima il suo patrimonio in 1,5 miliardi di dollari. Nel 2005, ha acquistato il Felcsút e lo ha trasformato nell’odierna Puskás Academy.

Lőrinc Mészáros con Viktor Orbán, ovviamente allo stadio.

È la nuova politica magiara. “Anche se odi il calcio, devi andare alle partite – rivela Gyula Mucsi, che collabora con l’associazione anti-corruzione Transparency International – È l’unico luogo in cui l’èlite è disposta a fraternizzare con chi viene da fuori della propria ristretta cerchia. I grandi progetti edilizi e infrastrutturali vengono praticamente decisi nelle skybox degli stadi”.

Quasi tutti i club della Nemzeti Bajnokság I, la prima divisione ungherese, in questi ultimi vent’anni sono stati acquistati da amici di Viktor Orbán. Nel maggio 2010, giusto un mese dopo il ritorno al potere, il suo ex-Ministro dello Sport Tamás Deutsch acquistava il MTK Budapest, uno dei club storici d’Ungheria. Nello stesso periodo, Sándor Csányi, ricchissimo banchiere e molto amico del primo ministro, diventava presidente della Federcalcio e sponsor principale del campionato locale. Sempre nel 2010, un altro esponente di spicco di Fidesz, Gábor Kubatov, diventava presidente del Ferencváros, ceduto da un imprenditore inglese direttamente allo Stato magiaro.

Nel 2016, il Ferencváros è tornato a vincere lo scudetto dopo 12 anni grazie alla guida in panchina di Thomas Doll, ex-Nazionale tedesco (prima dell’Est, poi della Germania unificata) e già allenatore del Borussia Dortmund. Nel 2019 è arrivato un altro titolo, il 30° della storia del biancoverdi, stavolta allenati da Serhij Rebrov, la partecipazione ai gironi di Europa League, la riconferma nazionale della scorsa stagione e il ritorno ai gironi di Champions League, pochi mesi fa.

“Virtualmente, ogni presidente di club è anche un esponente di Fidesz o ha una stretta vicinanza con il partito” spiega il giornalista Bence Bocsak. La diretta conseguenza è che, per fare fortuna nel calcio ungherese, bisogna essere legati a Orbán e alla sua cricca. Così può capitare che un giocatore assolutamente mediocre come Bence Deutsch possa fare una carriera più che buona come terzino sinistro perché suo padre è uno dei massimi esponenti del partito e proprietario del MTK Budapest. O che l’ex-attaccante della Nazionale e del PSV Eindhoven Balázs Dzsudzsák possa girare con un passaporto diplomatico senza avere incarichi ufficiali, solo perché è intimo amico di Péter Szijjártó, Ministro degli Esteri e del Commercio dal 2014.

Péter Szijjártó, all’epoca (2012) a capo di diverse commissioni economiche governative, si scambia regali con Balázs Dzsudzsák, appena trasferitosi alla Dinamo Mosca.

O che un buon allenatore a livello giovanile come Zsolt Szoboszlai, dopo aver perso il suo posto al Videoton, abbia dovuto fondare una propria squadra juniores, lavorando in strutture fatiscenti e senza fondi, poiché non aveva conoscenze in Fidesz. E nonostante questo, è riuscito a crescere quello che è oggi il più importante calciatore ungherese degli ultimi trent’anni, suo figlio Dominik Szoboszlai, che è dovuto espatriare a Salisburgo per affermarsi e che oggi viene sventolato dal governo come il frutto dei grandi invesiementi degli ultimi dieci anni.

I risultati del calcio magiaro, comunque, sono innegabili. L’Ungheria è tornata nel 2016 a qualificarsi per un torneo internazionale, gli Europei, che mancava dal 1986, e prenderà parte anche all’edizione della prossima estate. In panchina siede un italiano, Marco Rossi, che vive in Ungheria dal 2012, dove prima allenava la Honvéd. A proposito del muro anti-migranti costruito da Orbán, parte di un più vasto programma politico razzista e di violazioni dei diritti umani, Rossi ha commentato: “La tendenza del Governo ungherese è di proteggere la propria autonomia nazionale, cercando di verificare chi può venire a lavorare qui. Bussi alla mia porta ma, prima di aprire, voglio vedere chi sei”.

Fonti

ECKNER Constantin, What Dominik Szoboszlai’s rise says about the state of Hungarian football, DW

GOLDBLATT David, NOLAN David, Viktor Orbán’s reckless football obsession, The Guardian

Il Ferencvaros non è una semplice squadra ungherese, Il Post

QADRAKU Gezim, Ungheria: Viktor Orbán e il calcio come arma politica, East Journal

1 commento su “L’oligarchia economico-calcistica di Viktor Orbán”

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