Abbiamo bisogno di un calcio socialmente consapevole

Il vecchio mantra della governance del calcio – quello per cui “calcio e politica devono restare separati” – non è mai stato così in crisi come in questo momento. Gli Europei e la Copa América dell’estate 2021 hanno dimostrato ancora una volta che questi discorsi non possono essere tenuti separati, e che il calcio ha grande bisogno che giocatori e giornalisti sviluppino una maggiore consapevolezza sociale.

Questi due tornei hanno rappresentato l’apice di un percorso di affermazione dei temi politici all’interno del calcio di oggi, un tema di cui è parlato diffusamente nei primi due episodi del podcast di Pallonate in Faccia (che potete recuperare qui). Tutto è divenuto abbastanza evidente con la disputa tra Germania e UEFA sull’esposizione dei simboli arcobaleno nella sfida contro l’Ungheria: la confederazione europea ha dovuto accettare la fascia arcobaleno di Manuel Neuer e, anche se è riuscita a bloccare l’illuminazione speciale dell’Allianz Arena, ha dovuto ingoiare altri stadi colorati ad hoc e le bandiere arcobaleno alla partita, tra cui quella esposta da un tifoso che ha fatto irruzione durante gli inni nazionali. La UEFA si è accartocciata sulle proprie contraddizioni, arrivando a dire, in un comunicato grottesco, che la lotta all’omofobia nel calcio va portata avanti tranne quando può infastidire dei governi omofobi. E se tutto questo è successo è stato perché dall’altra parte ha trovato una squadra compatta, dai giocatori come Neuer e Goretzka fino al tecnico Löw, consapevole e convinta della propria battaglia.

Tutto l’esatto opposto, invece, di come è apparsa l’Italia. La polemica sull’inginocchiarsi o meno contro il razzismo è passata dalla squadra spezzata in due prima della sfida contro il Galles all’assurdo epilogo di Bonucci che va in conferenza stampa a 24 ore della partita con l’Austria per comunicare che non avevano ancora discusso del gesto da fare prima della partita, per poi fare sapere tramite terzi che non si sarebbero inginocchiati a meno di una decisione degli avversari e che comunque il razzismo si combatte in altro modo (nessuna precisazione su quale esso sia, secondo i giocatori). Strascico ancora più paradossale della vicenda sono state le parole di Chiellini appena prima di affrontare l’Austria, che hanno confermato un totale smarrimento e l’impreparazione nell’affrontare certi argomenti.

Gli Azzurri sono però il perfetto esempio di un movimento calcistico fortemente insensibile alle tematiche sociali. Quanti calciatori si sono inginocchiati, in Serie A, nell’ultimo anno? Parlando di lotta al razzismo nel campionato italiano viene in mente, piuttosto, l’imbarazzante campagna della Lega Serie A con le tre scimmie. L’unica presa di posizione spontanea contro l’omofobia è arrivata da un giocatore come Albin Ekdal, che è svedese. Mentre altre importanti Nazionali europee, nelle prime partite di qualificazione ai Mondiali, scendevano in campo chiedendo il rispetto dei diritti umani in Qatar, l’Italia ha completamente ignorato la cosa.

La campagna contro il razzismo presentata dalla Lega Serie A nel dicembre 2019, un chiaro segnale dell’impreparazione dei vertici del calcio italiano sulla tematica.

Mentre si consumavano queste e altre polemiche in Europa, in Sudamerica alcuni notissimi calciatori prendevano posizione contro le violenze dei rispettivi governi in Cile, Colombia e Perù. Altri – come Cavani, Agüero e addirittura la Seleção brasiliana – hanno pubblicamente criticato l’organizzazione della Copa América in Brasile, un regalo della CONMEBOL al governo Bolsonaro che sta mettendo a rischio la salute dei tifosi e dei giocatori stessi. In Italia, così come anche in altri paesi d’Europa, il calcio non riesce a raggiungere questa consapevolezza politica, e continua a mantenersi isolato dal mondo reale.

Un isolamento che sembra però aver colpito anche i nostri media sportivi, parte di un sistema che è purtroppo da tempo già scaduto al livello dei più infimi tabloid britannici. Se l’incapacità di trattare con rispetto la notizia del malore che ha colpito Eriksen ha fatto scalpore, il disagio è invece il sentimento che dovrebbe aver accompagnato le dirette da Budapest. I radiocronisti non hanno fatto che esaltare la bellezza del pubblico allo stadio senza restrizioni, senza fare il minimo accenno al fatto che, se la Puskás Aréna è l’unica struttura con la capienza al 100%, è per una strategia di propaganda politica del presidente ungherese Orbán, un uomo che ha consolidato il proprio potere attorno al calcio. È mancata completamente la capacità di contestualizzare quelle immagini con la realtà sanitaria che viviamo da oltre un anno, e come se non bastasse spesse volte le telecamere della regia internazionale andavano a pescare la curva magiara in maglia nera, quella della Carpathian Brigade, un gruppo ultras dichiaratamente neonazista, che durante le tre partite giocate finora si è messo in mostra per un saluto col braccio teso, striscioni contro i calciatori che s’inginocchiano e striscioni omofobi.

La Gazzetta della Sport, prima di Ungheria – Francia, ha addirittura pubblicato sul proprio sito un video-reportage in cui seguiva la marcia di questi tifosi verso lo stadio, celebrando la vivacità del gruppo e definendone i componenti come “scatenati”. Nessun riferimento agli episodi di violenza, razzismo, omofobia e antisemitismo che ne caratterizzano la storia; solo un accenno rapido a un simbolo nazista esposto contro il Portogallo, trattato però come se fosse un caso isolato. È veramente possibile raccontare il calcio ungherese, oggi, senza parlare del suo contesto politico?

Ma non si tratta solo dell’Ungheria, sia chiaro: la stessa considerazione si potrebbe fare sulla Turchia di Erdoğan o la Russia di Putin. Nessun grande media si è preoccupato di spiegare cosa ci facessero gli Europei a Baku, in una sede scomoda e calcisticamente irrilevante (se n’è parlato, invece, nell’ultimo numero di Linea Mediana). Nessuno sembra capire che sulla sede della finale del torneo si sta combattendo una battaglia politica, perché ogni governo la vuole per dimostrare al resto d’Europa che da lui il Covid è sotto controllo, e di conseguenza l’economia e il turismo possono ripartire tranquillamente: ognuno vuole essere il simbolo della ripartenza; non si tratta solo di una partita di calcio.

Boris Johnson ha puntato tantissimo sul calcio come strumento di propaganda: ha ottenuto che la maggior parte delle partite si giocassero nel Regno Unito, ha cercato di farsi assegnare dalla UEFA la finale di Champions League dopo il ritiro di Istanbul, ha proposto il Paese come sede dei Mondiali del 2030. E ovviamente non vuole rinunanciare alla finale di EURO 2020 a Wembley, nonostante la variante Delta.

Oggi il calcio soffre le contraddizioni di un sistema che nega di voler essere politico ma che con la politica si confronta quotidianamente. Le campagne contro il razzismo hanno un senso solo se inserite in un discorso politico più ampio; se no è solo un divieto, un allontanare il problema dagli stadi perché si concentri altrove. L’idea della pacificazione e della neutralità è una chimera: non è possibile avere uno sport (o una società) senza discriminazioni senza un duro scontro politico, non basta mettersi a parlare e trovare un accordo tra tutti. Il caso Germania – UEFA e quello dell’inginocchiamento dell’Italia rappresentano due tentativi di voler sostenere delle cause tranne nel caso in cui queste scontentino qualcuno, così si ricerca una posizione intermedia che, purtroppo, non esiste.

Contestare l’esposizione di simboli arcobaleno se si gioca davanti all’Ungheria non significa restare neutrali, ma riconoscere implicitamente che i diritti LGBT+ valgono meno del diritto all’omofobia del governo di Orbán. Così come dire che l’Italia non si inginocchia a meno che non lo fa anche l’altra squadra non è un gesto di rispetto e sensibilità verso una causa a cui gli avversari tengono, ma un’implicita presa di distanza da una battaglia sociale. Ma per capire queste cose serve appunto una consapevolezza che in molti settori ancora manca: al nostro calcio mancano le chiavi di lettura della realtà di cui fa parte.

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