Il Brasile sulle rive del Donets

Il pioniere è un lungagnone di 22 anni che fa la punta, ha una buona tecnica e se la cava bene nel gioco aereo: è un centravanti che unisce l’efficacia europea alla tecnica sudamerica, e può dare il giusto mix di concretezza offensiva – che interessa all’allenatore – e spettacolarità – che invece interessa ai tifosi. Evaeverson Lemos da Silva, in arte Brandão è un pioniere perché si tratta del primo brasiliano che sia mai arrivato a Donetsk, vasto insediamento industriale nell’Ucraina orientale a 750 km da Kiev, la periferia della periferia del calcio europeo.

La squadra di calcio locale è stata a lungo ai margini del calcio sovietico, fatte salve alcune affermazioni – negli anni Sessanta e Ottanta – nella coppa nazionale; poi, con la caduta del Muro e la nascita di un campionato ucraino totalmente autonomo, ha iniziato a farsi notare come seconda forza dietro la storica potenza Dinamo Kiev. Quindi, il progressivo declino economico del calcio dell’Est, sempre più in sofferenza in confronto ai capitali occidentali, e l’arrivo in società del ricco (e controverso, per essere gentili) magnate Rinat Akhmetov hanno posto le basi per ribaltare i rapporti di forza. All’inizio degli anni Duemila, Akhmetov trasforma lo Shakhtar in un ricettacolo di alcuni dei migliori giocatori dell’Europa dell’Est, e tenta di alzare il livello ingaggiando alcuni prospetti del calcio africano, come i nigeriani Isaac Okoronkwo, scovato in Moldavia, e Julius Agahowa, pescato a Tunisi. Così, con l’ex-Parma Nevio Scala in panchina, nel 2002 conquista il primo scudetto e l’accesso alla Champions League. Da qui parte la suggestione brasiliana, e il primo rinforzo è appunto Brandão, sconosciuto giocatore reduce da una buona stagione nel São Caetano.

Dopo un inizio non brillantissimo, le prestazioni di Brandão vanno in crescendo e diventano molto preziose per una squadra che si riempie di talenti individuati con grande sagacia manageriale: Stipe Pletikosa e Darijo Srna dallo Hajduk Spalato, Răzvan Raț dal Rapid Bucarest, Ciprian Marica dalla Dinamo Bucarest, Anatoliy Tymoshchuk dal settore giovanile. Lo Shakhtar investe soprattutto sugli allenatori, perché dopo Scala arriva Bernd Schuster, e poi, nel 2004, il maestro rumeno Mircea Lucescu. L’idea che dà la svolta alla storia del club di Donetsk – un tempo simbolo dei minatori della regione – è sua: trasformare Brandão in un modello, investendo sistematicamente nella ricerca e nell’ingaggio si talenti a basso costo in Brasile, alzando notevolmente il tasso tecnico della squadra, per poi rivenderli per ottenere grande profitto. Sua e del suo fidato collaboratore Franck Henouda, un francese che lavorava nel turismo e a fine anni Novanta si era riciclato come agente di calciatori in Turchia, iniziando a consigliare brasiliani al Galatasaray, dove conobbe Lucescu.

Il piano è molto promettente: si individuano dei giovani di buone prospettive, ma fuori dal grande giro del calcio brasiliano, e gli si offre un ottimo stipendio e la possibilità di mettersi in mostra nelle coppe europee, aggirando la solita trafila. Lo Shakhtar non è il tipico club dell’Est in cerca del mediocre brasiliano d’ordinanza, ma vuole essere un trampolino di lancio per il calcio dei piani alti. Può sembrare una strategia al risparmio, ma non lo è, perché ciò che Akhmetov non spende in giocatori lo fa nelle strutture, il cui livello cresce vertiginosamente per adeguarsi a quello dei grandi club, agevolando l’inserimento e la crescita dei suoi giovani e convincendone di nuovi a sposare il progetto.

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Brandão ha passato gli inizi della carriera in squadre minori dello stato del Paraná come Galo Maringá, União Bandeirante e Iraty, prima di passare nel 2002 al São Caetano.

Arrivano subito il terzino sinistro Ivan e il mediano Jádson dall’Atlético Paranaense, il regista Matuzalém – promessa mancata dopo alcune stagioni in Italia – e il centrocampista Elano, rimasto oscurato al Santos da quella generazioni di fenomeni che annovera Alex, Diego, Robinho, Renato e Ricardo Oliveira. Lo Shakhtar di Lucescu torna a vincere il campionato, e in Champions League chiude terzo in un girone con Milan e Barcellona, ottenendo due clamorose vittorie, per 3-0 sul Celtic e per 2-0 sugli spagnoli; quindi elimina lo Schalke 04 in Coppa UEFA e raggiunge per la prima volta gli ottavi di finale di una competizione europea.

Il modello Shakhtar diventa quasi una riproposizione in piccolo dell’utopia degli Zidanes y Pavónes che pochi anni prima aveva stregato Florentino Pérez: nei ruoli difensivi giocatori locali – o meglio, europei dell’Est, come Tymoshchuk, Chygrynskiy, Srna, Hübschman, Raț – e i brasiliani a ricoprire tutti i ruoli offensivi. Nel giro di poco, alla colonia verdeoro si uniscono l’ex-Santos Leonardo, il ventenne regista dell’Atlético Paranaense Fernandinho e la rapida punta Luiz Adriano, partner d’attacco dei ben più celebrati Nilmar e Pato all’Internacional. Nel 2008 arriva anche la prima cessione illustre: Elano, affermatosi come un centrocampista dalla grande visione di gioco, passa al Manchester City e ne diventa una pedina fondamentale delle successive due stagioni. Il riscontro positivo ottenuto da Elano in Premier League è una forte testimonianza del funzionamento del progetto Shkahtar: arrivano veramente giocatori di talento, il club ne aiuta davvero la crescita, e le occasioni di trasferirsi in un top club europeo sono concrete.

Il secondo tassello fondamentale per la consacrazione del modello ucraino arriva un anno dopo. In estate, Lucescu ha messo sotto contratto altri due giovani talenti, gli esterni Ilsinho e Willian. Ormani dominante in patria – dall’arrivo del tecnico rumeno, ha vinto tre titoli nazionali – lo Shakhtar inizia una cavalcata in Coppa UEFA che lo porta a prevalere su Tottenham, CSKA Mosca, Olympique Marsiglia, Dinamo Kiev e, infine, Werder Brema. La formazione che si aggiudica la coppa – primo titolo europeo per una squadra ucraina dopo 23 anni di attesa – rappresenta al meglio la filosofia del club: portiere, difensori e centrocampista difensivo sono tutti originari dell’Europa dell’Est, e tre di loro sono ucraini; regista, trequartisti e punta sono brasiliani, e due di loro – Luiz Adriano e Jádson – decideranno la partita con un gol a testa.

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Lo Shakhtar Donetsk vincitore della Coppa UEFA nel 2008-2009.

Il regno di Lucescu traghetta così lo Shakhtar Donetsk dall’anonimato alla vetta del calcio nazionale e a una posizione di grande rispetto in ambito europeo. Al momento del suo addio, nel 2016, ha aggiunto in bacheca altri cinque scudetti (consecutivi), i quarti di finale di Champions League raggiunti nel 2011 (dopo aver sconfitto l’Arsenal nel girone e la Roma agli ottavi) e una semifinale di Europa League alla sua ultima stagione. Nessun altra squadra dell’ex-Unione Sovietica è riuscita a raggiungere e mantenere risultati simili, neppure il ricchissimo Zenit San Pietroburgo foraggiato da Gazprom. Dalle rive del Donets, il fiume che bagna la città quasi omonima, hanno spiccato il volo Willian, divenuto una pedina fondamentale del Chelsea, di cui proprio nel 2016 sarà giocatore dell’anno; Fernandinho, cervello del Manchester City prima di Pellegrini e poi di Guardiola; e Luiz Adriano, che però faticherà a imporsi al Milan. Per queste tre cessioni, lo Shakhtar ha incamerato complessivamente 89 milioni di euro.

Negli anni che seguono, la colonia brasiliana si è ulteriormente allargata: Alex Teixeira, Douglas Costa, Ismaily, Taison, Maicon, Bernard, Fred, Fernando, Wellington Nem, Alan Patrick, Dentinho. Non tutti lasciano il segno, alcuni esplodono – Douglas Costa nel 2015 viene acquistato dal Bayern Monaco per 30 milioni, e un anno dopo Alex Teixeira passa in Cina allo Jiangsu Suning per 50 milioni – quelli che restano formano la base su cui costruire lo Shakhtar del futuro. Sì, perché il successo del modello brasil-ucraino ha permesso alla squadra di Donetsk di farsi un’ottima reputazione non solo in Europa – dove è il club da cui comprare alcuni potenziali fuoriclasse già adattatisi al calcio del Vecchio Continente – ma anche nello stesso Brasile: ormai, non è così scontato che un calciatore accetti di passare anche diversi anni in Ucraina, vincere titoli nazionali e competere ai massimi livelli del calcio continentale. Non è più solo un trampolino di lancio, ma a volte è già un punto di arrivo.

Eventi esterni intervengono a turbare la pax shakhtariana: nell’aprile del 2014, nell’Ucraina orientale scoppia un’insurrezione finanziata dalla Russia, con gruppi paramilitari che prendono il controllo degli oblast’ di Lugansk e Donetsk, formandovi delle repubbliche indipendenti. Lo Shakhtar decide di spostarsi, prima a Lviv e poi a Kharkiv, ma alcune delle stelle spingono per trasferirsi in luoghi più sicuri; in tanti iniziano a pensare che, con la complicata situazione nel Donbass, Akhmetov non potrà più permettersi di spendere le solite cifre e si dovrà tagliare la rete di ricerca, in più sarà difficile convincere nuove promesse sudamericane a trasferirsi ai confini di una zona di guerra. Soprattutto perché ora lo Shakhtar gioca in uno scenario molto meno avveniristico rispetto alla sua nuova Donbass Arena, inaugurata nel 2009, e con pochissimi tifosi. La concomitanza di tutto questo con la fine del ciclo di Lucescu pone il club ucraino davanti alla necessità di un rinnovamento.

Il nuovo ciclo riparte da Paulo Fonseca: è un tecnico giovane, che sposa un calcio tecnico e offensivo in continuità con quello di Lucescu e perfetto per esaltare il talento della rosa, e inoltre parla portoghese e si può intendere bene con i brasiliani. Nonostante tutti i problemi, il club trova un buon compromesso tra la sua tradizione e la necessità: i nuovi verdeoro provengono tutti dal campionato ucraino. Márcio Azevedo e Marlos dal Metalista Kharkiv (da cui in passato è stato prelevato Taison), Júnior Moraes dalla Dinamo Kiev. E la crisi viene abilmente aggirata: dopo due secondi posti, lo Shakhtar riconquista il campionato e, nel 2018, torna agli ottavi di finale di Champions League, dopo aver eliminato il Napoli. Fonseca consacra inoltre altri due gioielli, i centrocampisti Bernard, che poi passa all’Everton, e Fred, per cui il Manchester United sborsa 59 milioni.

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Frederico Rodrigues de Paula Santos, o semplicemente Fred, è arrivato a Donetsk dall’Internarcional nell’estate del 2013, per sostituire Fernandinho. Cinque anni dopo, è divenuto la più remunerativa cessione della storia dello Shakhtar.

E, a questo punto, si torna a costruire sui giovani: dal 2018 vengono ingaggiati nuovi ragazzi tra i 21 e i 19 anni direttamente dal campionato brasiliano – Dodô, Marcos Antônio, Maycon, Fernando dos Santos, Marquinhos Cipriano, Tetê, Vitão – e, nel 2019, uno nuovo allenatore – Luís Castro, esperto portoghese ex-Vitória Guimarães – per sostituire Fonseca, che firma per la Roma dopo tre scudetti, tre coppe e una Supercoppa d’Ucraina.

In questo momento, la storia dello Shakhtar-Brazilè ancora in corso di svolgimento. Alla sua stagione d’esordio, scombussolata a causa del coronavirus, Castro ha conquistato il quarto campionato consecutivo del club con un vantaggio siderale sulla Dinamo Kiev e trascinato dalle reti di Júnior Moraes, arrivando anche alla semifinale di Europa League. In rosa, i brasiliani sono dodici (anche se due, Júnior Moraes e Marlos, hanno cittadinanza ucraina e giocano in nazionale), e uno di loro è capitano: Taison, ala sinistra di 32 anni, in squadra dal 2013.

Ma che fine ha fatto lui? Lui, il pionere: Brandão, da cui tutto era partito, quasi in sordina. Ha disputato sette stagioni in Ucraina, di cui cinque in doppia cifra (91 goal in 220 partite complessive) e nel 2009, appena prima del trionfo europeo, si era trasferito a Marsiglia, vincendo uno scudetto e due Coppe di Lega. Ha fatto un po’ di avanti e indietro tra la Francia e il Brasile, un altro acuto – tra il 2012 e il 2014 – con il Saint-Étienne, poi più sottotono al Bastia; infine il ritorno a casa, nel modesto Londrina, e nel 2017 un’ultima avventura europea, negli sconosciuti greci del Levadeiakos. Si è ritirato esattamente quindici anni dopo che la sua carriera aveva preso il volo, rendendolo protagonista di una delle più iconiche realtà del calcio del Nuovo Millennio. Eppure non è stato protagonista dei traguardi internazionali raggiunti dallo Shakhtar; è stato il primo brasiliano, ma non il primo dello Shakhtar-Brasil. Nella sua carriera, ha sempre giocato d’anticipo.

 

Fonti

ALBANESE Matteo, Perché ci sono tanti brasiliani allo Shakhtar?, Footbola

HEMMER-HILTENKAMP Niklas, Shakhtar Donetsk and the Brazilians – recruitment analysis, Total Football Analysis

LAW Joshua, How Shakhtar Donetsk became Europe’s top landing spot for Brazilian footballers, Give Me Sport

RASO Federico, Shakhtar do Brasil, Rivista Undici

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