Soccer e giustizia per George Floyd

Abbiamo visto il messaggio sui social di Jérôme Boateng, difensore del Bayern Monaco e della nazionale tedesca; abbiamo visto Marcus Thuram del Borussia Mönchengladbach inginocchiarsi dopo un gol, citando Colin Kaepernick, e poi Jadon Sancho e Achraf Hakimi, entrambi del Borussia Dortmund, esporre magliette dedicate a George Floyd. Ma un gesto altrettanto importante, ma di cui si è parlato meno a causa della scarsa fama del calciatore, è stato quello di Weston McKennie, 21enne centrocampista in forza allo Schalke 04, sceso in campo con una fascia dedicata a George Floyd.

Importante perché McKennie è statunitense, un paese del cui calcio non si parla spesso, e anche meno spesso se ne parla seriamente. Il mondo del soccer è molto diverso da quello del football europeo: non come regole, ovviamente, ma come spirito. Se nel Vecchio Continente ancora dobbiamo sorbirci le litanie delle istituzioni sulla separazione tra sport e politica, negli Stati Uniti il calcio vive meno queste pressioni. Già qualche tempo fa, Minuto Settantotto aveva pubblicato un lungo approfondimento sul mondo delle tifoserie a stelle e strisce, tra le più politicizzate e socialmente attive al mondo e in questi ultimi mesi sotto attacco da parte della politica, che vorrebbe europeizzare (leggasi: de-politicizzare) il calcio.

George Floyd è stato assassinato il 25 maggio 2020 dalla polizia di Minneapolis, nel sobborgo di Powderhorn; la scena è stata vista e filmata da un’adolescente, anche lei afroamericana, e il video del poliziotto bianco che immobilizza Floyd a terra con un ginocchio sul collo – mentre lui grida “Non respiro!” – ha fatto il giro del mondo. L’agente ripreso è stato licenziato, ma ci sono voluti quattro giorni perché venisse arrestato; nel frattempo, gli altri tre colleghi che hanno partecipato all’arresto (o, se volete, all’omicidio) di Floyd sono ancora ai loro posti.

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Weston McKennie è nato in Texas, ma ha passato parte dell’infanzia a Kaiserslautern, dove il padre serviva in un base americana. Tornato negli USA, è cresciuto nel FC Dallas e a 18 anni è passato allo Schalke 04.

Il 27 maggio, con la città in rivolta, DaMarcus Beasley scriveva: “Non voglio ripostare il video della morte di un altro nero. È oltraggioso vivere in un mondo dove puoi letteralmente uccidere qualcuno mentre ti filmano, e l’unica cosa che ti succede è di essere licenziato! Le persone al potere stanno distruggendo questo paese. Come esseri umani, tutti dobbiamo ribellarci e lottare per la giustizia”. Beasley ha compiuto 38 anni il giorno prima dell’omicidio di Floyd; nell’autunno del 2019 ha chiuso una lunga carriera che lo ha portato a diventare uno dei nomi di punta del calcio nordamericano e un discreto giocatore a livello europeo, destreggiandosi come ala sinistra in PSV Eindhoven, Manchester City e Glasgow Rangers. Lo stesso giorno, anche l’attaccante Jozy Altidore – 30enne promessa mancata del soccer con un passato in Villarreal, Hull City, Bursaspor, AZ Alkmaar e Sunderland, oggi al Toronto FC – condivideva un tweet della tennista Sloane Stephens dedicato a Floyd.

Prima di loro, era stato la stella del basket Lebron James a far sentire la voce dello sport, pubblicando un Instagram un duro ma chiarissimo post: l’immagine del poliziotto che schiaccia a terra George Floyd, e accanto quella di Colin Kaepernick in ginocchio, con la scritta “Questo… è il motivo”. A partire dall’estate 2016, Kaepernick – giocatore di football americano nei San Francisco 49ers – prese a non alzarsi più in piedi durante l’inno nazionale, come forma di protesta per gli abusi e le discriminazioni subiti dalla popolazione afroamericana, inasprite dalla presidenza Trump. Con la conseguenza che, alla fine di quella stagione, Kaepernick non si vide rinnovato il contratto e da allora è senza lavoro.

Tra le persone che più nettamente si sono schierate con Kaepernick – non solo sul momento, ma anche negli anni a venire – c’è stata soprattutto Megan Rapinoe, la stella della nazionale statunitense di calcio femminile, oro olimpico, due volte campionessa del Mondo e Pallone d’Oro 2019. Nei suoi discorsi, Rapinoe attacca il razzismo, il sessismo, l’omofobia; è divenuta in breve una delle grandi nemiche di Trump: a luglio 2019, quando gli USA erano a un passo dal vincere il titolo mondiale e si parlava di un possibile invito alla Casa Bianca, spiegò che lei e le sue compagne avevano discusso e che non erano intenzionate ad accettare, perché non volevano essere usate come trofeo dal Presidente. La USWNT – simbolo dello sport femminile più amato negli Stati Uniti – è a sua volta assurta a punto di riferimento per le battaglie per i diritti delle donne nel paese, grazie alla lotta delle calciatrici per l’equal pay, che le ha portate a fare causa alla Federazione.

Ovviamente, anche Rapinoe si è esposta sui social in favore delle proteste di Minneapolis, condividendo diversi messaggi, tra cui uno di Michelle Obama e uno della sua compagna di nazionale Becky Sauerbrunn, difensore dello Utah Royals: “Smantellate i sistemi oppressivi. Supportate la comunita nera. Alzate la voce. Parlate chiaramente. Siate anti-razzisti. Siate degli alleati: imparate, ascoltate, agite.” L’altra stella del soccer nordamericano, Alex Morgan, ha postato invece una foto completamente nera accompagnata dall’acronomo “BLM”, e la sua collega Carli Lloyd ha pubblicato un altro messaggio di sostegno alla causa antirazzista: “Mi sento devastata per la comunità nera che continua a essere vittima di razzismo, ingiustizia, paura e pregiudizio in America. Tutto questo deve finire”. Le loro parole sono ancora più forti se si considera che sono bianche, ed è sempre estremamente difficile trovare calciatori bianchi che prendano chiaramente posizione contro il razzismo, da entrambi i lati dell’oceano.

“Justice for George Floyd” e “Black Lives Matter” sono temi che si ritrovano nei post sui social di calciatori statunitensi come Maurice Edu, ex-Glasgow Rangers, oggi al Philadelphia Union, o Ike Opara, che gioca proprio a Minneapolis con il Minnesota United. Fino a ieri, giorno in cui su Instagram si è svolta l’iniziativa #BlackoutTuesday, non avreste trovato nulla sulle bacheche social dei più noti calciatori bianchi americani come l’ex-romanista Michael Bradley o l’ala del Chelsea Christian Pulisic, oggi probabilmente il più forte calciatore del paese. Per contro, quasi tutte le più note calciatrici del paese hanno preso posizione, come l’ex-centravanti della nazionale Abby Wambach o la centrocampista Julie Johnston Ertz.

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Crystal Dunn, 27enne difensore del North Carolina Courage e campionessa del mondo nel 2019, è tra le più note calciatrici afroamericane in attività. “Sono veramente disgustata dalla morte di George Floyd e da quelle di molti altri le cui storie non fanno notizia. Finché tutti non capiremo che il razzismo e la violenza della polizia sono un problema di ognuno di noi, il cambiamento sarà una battaglia in salita” ha scritto su Twitter.

Questo è un ottimo ritratto di cos’è il cosiddetto “privilegio del maschio bianco etero”: ai sempre più frequenti cori razzisti negli stadi è facile trovare una risposta da parte dei calciatori neri, molto più difficile trovarla da parte dei bianchi (e, quando c’è, rischia di essere come quella di Bonucci sui cori rivolti al compagno Moise Kean). Diversamente, la lotta per i diritti (contro il sessismo e l’omofobia, per esempio) è un tema centrale nel calcio femminile, a prescindere dal colore della pelle. Nessuna di queste questioni tocca direttamente il calciatore (e l’uomo) bianco eterosessuale, che quindi semplicemente può decidere di ignorarle, considerandole lontane dal suo mondo. Il privilegio è quello di non avere più bisogno di lottare per ottenere qualcosa, perché già possiede ciò che gli occorre. Molti calciatori bianchi sono stati spinti a schierarsi solo quando la situazione negli Stati Uniti è divenuta mediaticamente dominante, o per iniziativa dei propri club, o addirittura in seguito a un evento sui social.

Al di là di tutto questo, è evidente che la società americana –  che per anni abbiamo ritenuto politicamente apatica e indolente – almeno a livello sportivo dimostra di essere molto più attenta alle dinamiche sociali del proprio paese rispetto a quanto non fanno gli atleti europei. E non da oggi: Muhammad Ali che rifiuta di andare a combattere in Vietnam, dato che nessun vietcong lo ha mai chiamato “negro”, o il simbolo del Black Power mostrato sul podio olimpico dei 200 metri piani da Tommie Smith e John Carlos, dimostrano che lo sport statunitense ha una lunga relazione con la politica, specialmente quando si tratta della questione afroamericana. Negli ultimi anni – in particolar modo dalla fine dell’era di George W. Bush, delle guerre in Medio Oriente e della crisi economica, a cui seguì l’elezione di Barack Obama – questo rapporto si è consolidato ulterioemente, mentre qua in Europa prevaleva una “linea della pacificazione”, in cui la politica veniva ripulita dalla dialettica dello scontro e standardizzata in slogan e iniziative rituali comandante dalle federazioni.

Col risultato che, in un’epoca in cui l’inerzia politica sembra pendere maggiormente a destra, è più facile vedere un calciatore esprimersi in favore di Salvini (vedi Luca Toni) o esaltare Mussolini (come ha fatto Sergio Pellissier), che condannare i cori razzisti verso un compagno di squadra. Abbiamo dirigenti che negano o minimizzano i cori razzisti (vedi il presidente del Cagliari Giulini o l’allenatore del Verona Jurić), e giornalisti che prendono le distanze da un ospite che parla contro il razzismo, in difesa di un misterioso “equilibrio”. Non deve stupire allora che il gesto di McKennie potrebbe portare a una sanzione per il calciatore, visto che la Bundesliga vieta i messaggi politici in campo. “Se vedi questo come un atto politico, non so che dirti. Nel calcio si predica ‘no al razzismo’, così quando l’arbitro mi disse di togliermi la fascia, gli ho risposto di no” ha spiegato il giocatore dello Schalke 04.

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