Alla maniera del Nantes

L’11 agosto 1960, Roger Hunt e Kevin Lewis fissavano sul 2-0 il risultato di un’amichevole tra due squadre all’epoca di secondo piano del calcio europeo, il Liverpool e il Nantes. I Reds non vincevano un titolo dal 1947, e da diversi anni stazionavano in Second Division; solo un anno prima, però, in panchina si era seduto lo scozzese ex-Huddersfield Bill Shankly, che avrebbe completamente rivoluzionato il club, riportandolo nella massima serie inglese e, di lì a poco, consacrandolo come uno dei migliori al mondo. Ma a noi non interessa lui, bensì l’uomo che sedeva sull’altra panchina, José Arribas.

Arribas era un basco che a 14 anni aveva dovuto abbandonare Bilbao assieme ai genitori, in fuga dai fanchisti, ed era approdato a Nantes, dopo che La Rochelle e Bordeaux avevano chiuso i porti alle navi degli esuli spagnoli. Dopo una mediocre carriera da giocatore, era divenuto abbastanza noto nelle serie minori francesi con il Noyen-sur-Sarthe, con cui aveva applicato un ultra-offensivo 4-2-4 ispirato al Brasile del 1958. Proprio nell’estate del 1960 aveva ottenuto l’ingaggio come allenatore del Nantes, a cui affiancava già da tempo il lavoro in un caffé della città, e durante quell’amichevole era stato folgorato dal gioco che Shankly stava sperimentando sulle rive del Mersey.

Da quel momento in avanti, iniziò a far giocare il Nantes in maniera più simile al primo Liverpool di Shankly, sganciando i giocatori dalle posizioni fisse in campo e abbracciando l’allora praticamente sconosciuta marcatura a zona. Un radicale cambio tattico che impiegò un po’ a dare i suoi frutti – tanto che nel 1962 les Canaris rischiarono di retrocedere in terza categoria – ma che diede ad Arribas il tempo per affinare la sua strategia. E, nel 1963, il Nantes ottenne la prima storica promozione in Division 1.

A una rosa che già vantava elementi validi, come il mediano Jean-Claude Suaudeau e il giovane bomber argentino Rafael Santos, si erano aggiunti giocatori come il difensore del Lens Robert Budzynski, l’esperto centrocampista Robert Siatka – due volte finalista di Coppa dei Campioni con lo Stade Reims – e il promettente attaccante Jacky Simon. Dopo una prima stagione di assestamento, il Nantes di Arribas sconvolse gli equilibri del campionato francese con il suo gioco dinamico e collettivo: l’insolita linea difensiva a quattro marcava a zona e praticava costantemente il fuorigioco, e il pallone veniva sempre scambiato con passaggi bassi e corti, evitando ai giocatori in giallo, non particolarmente prestanti, gli scontri fisici o il gioco aereo.

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Il Nantes in posa per la stagione 1965-66, a cavallo dei primi due scudetti dell’era di José Arribas. Gli ultimi due in piedi da destra sono Suaudeau e Budzynski; il secondo in basso da sinistra è Simon.

Il gioco rivoluzionario di José Arribas – sviluppo francese degli stessi principi che, separatamente, stavano avvicinando l’Ajax al totaalvoetbal – portò il Nantes a conquistare il campionato nel 1965 e nel 1966, impresa riuscita solamente al Nizza dei primi anni Cinquanta. In occasione dei Mondiali inglesi del 1966, Arribas si sedette anche sulla panchina della nazionale francese, in collaborazione con Jean Snella, tecnico del Saint-Étienne e uno dei suoi grandi rivali dell’epoca. Il suo vero capolavoro, però, fu la struttura che riuscì a dare al club: focalizzò l’attenzione sul settore giovanile e delineò una gerarchia al cui vertice stava un direttore sportivo, ruolo che nel 1970 fu occupato dall’appena ritiratosi Budzynski.

Non potendo competere economicamente con i migliori club di Francia, il Nantes si adeguò a vivere di periodi di riflessione e improvvise fiammate di successo: esaurita l’epoca d’oro di metà anni Sessanta, scivolò verso la metà classifica, mentre Arribas dava il via a un rinnovamento generazionale che portò in squadra giovani talenti come Jean-Paul Bertrand-Demanes, Patrice Rio, Raynald Denoueix, Henri Michel, Bernard Blanchet, Ángel Marcos e Didier Couécou. Così, dopo il ciclo vincente del Saint-Étienne di Albert Batteux, nel 1973 il Nantes tornò a sorpresa a vincere lo scudetto.

Fin lì, però, il vero cruccio di Arribas e della dirigenza erano stati i risultati praticamente nulli a livello europeo: les Canaris avevano cambiato il modo di giocare il calcio in Francia, ma fuori dai confini nazionali stentavano ad affermarsi. Principalmente per sfortuna: alla loro prima partecipazione alla Coppa dei Campioni, nel 1965-66, si trovarono contro al primo turno il Partizan di Belgrado, che quell’anno avrebbe conteso la finale al Real Madrid; la stagione seguente, dopo aver avuto la meglio dei modesti islandesi del KR Reykjavik, il Nantes venne eliminato agli ottavi dal Celtic, che a maggio avrebbe sconfitto in finale la Grande Inter; nel 1971-72, era stato il Tottenham di Bill Nicholson a spedirlo fuori dalla Coppa UEFA, poi vinta proprio dai londinesi. C’erano però anche state eliminazioni più inaspettate e brucianti, come quella della Coppa delle Coppe 1970-71 agli ottavi, ad opera del Cardiff City; quella della Coppa Campioni 1973-74, al primo turno contro i danesi del Vejle; e quella della Coppa UEFA 1974-75, occorsa ai sedicesimi di finale con il Banik Ostrava. Così, dopo il quarto posto in campionato del 1976, il presidente Louis Fonteneau decise che l’epoca di Arribas, durata bene sedici anni, fosse giunta al termine: propose al tecnico un rinnovo di contratto di un solo anno – una formalità provocatoria, perché non si dicesse che l’aveva voluto licenziare – e Arribas, indispettito, rifiutò, e si accasò all’Olympique Marsiglia.

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Jean Vincent in posa tra i giocatori del Nantes, all’inizio della stagione 1977-78, iniziata da detentori del titolo nazionale francese.

A questo punto, la nostra storia abbandona il tecnico basco a un prosieguo di carriera che non sarà all’altezza del sua esperienza bretone. La dirigenza decise per un’inversione di rotta, rinunciando a promuovere in panchina l’allenatore delle giovanili Suaudeau, allievo prediletto di Arribas, per prefererirgli invece l’emergente Jean Vincent. Rafforzata la squadra con la stella del Legia Varsavia Robert Gadocha e con tre prodotti del settore giovanile come Bruno Baronchelli, Éric Pécout e Loïc Amisse, Vincent aprì un nuovo ciclo che condusse il Nantes al suo primo acuto internazionale, la semifinale di Coppa delle Coppe 1979-80, persa contro il Valencia allenato da Alfredo Di Stéfano, poi vincitore ai rigori contro l’Arsenal.

Eppure, il periodo di Jean Vincent fu stranamente controverso, e ancora oggi viene ritenuto in un certo senso un usurpatore o un “falso erede” di Arribas, nonostante due campionati vinti, nel 1977 e nel 1980, e un’impressionante striscia d’imbattibilità casalinga durata quasi cinque anni. Al suo arrivo a Nantes, Vincent prese tra le mani la macchina offensiva di Arribas ma decise di razionalizzarne il gioco, semplificando i movimenti collettivi e dedicando maggiore attenzione alla solidità difensiva. Un cambiamento che finì per renderlo presto inviso ai tifosi, rimasti fedeli all’impronta moderna e rivoluzionaria del predecessore basco, e che non gli risparmiarono aspre critiche non appena i risultati vennero meno, con il sesto posto in campionato nel 1982, che significò la fine della sua esperienza in Bretagna. Quell’estate, comunque, Vincent avrebbe guidato il sorprendente Camerun ai Mondiali spagnoli.

La restaurazione arribasiana prese il via nella stagione seguente, con il tanto sospirato arrivo in panchina di Jean-Claude Suaudeau. Nel corso del decennio precedente, l’Olanda aveva imposto il gioco di posizione come la grande rivoluzione del calcio mondiale, e Suaudeau prese spunto dagli Oranje per evolvere il calcio del Nantes verso una dimensione più dinamica e veloce. Contemporaneamente alla fine della carriera di una leggenda come Henri Michel, in squadra ascendevano alcuni del talenti che il nuovo allenatore aveva cresciuto nel settore giovanile, come i difensori Michel Der Zakarian e Antoine Kombouaré, il robusto mediano di origine ghanese Seth Adonkor, e l’eccellente fantasista José Touré, figlio dell’attaccante maliano Bako Touré, che aveva giocato nel primo Nantes di Arribas e vinto lo scudetto del 1965.

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I giocatori del Nantes nella stagione 1982-83, che porterà al primo titolo di Suaudeau allenatore. Adonkor è il terzo in piedi da sinistra; Touré terzo in basso, e alla sua destra c’è Halilhodžić.

La cigliegina sulla torta della nuova rosa fu il centravanti bosniaco Vahid Halilhodžić, stella del Velež Mostar che negli anni Settanta era salito alla ribalta in Jugoslavia proponendo un gioco offensivo non troppo distante da quello olandese o nantese. Le 27 reti che mise a segno in Division 1 furono decisive per riportare immediatamente il Nantes sul tetto di Francia, decretando la rinascita del calcio di Arribas. Ma rispetto al suo maestro, Suaudeau prediligeva una manovra più veloce, con una rete di passaggi spesso di prima e una strategia difensiva basata sul pressing continuo, per recuperare palla non appena veniva persa.

La sua esperienza a Nantes è divisa in due momenti: il primo va dal campionato del 1983 e, passando per il quarto di finale di Coppa UEFA perso contro l’Inter nel 1986, arriva fino all’esonero due anni dopo. Si trattò di un periodo di gioco eccezionale quanto sfortunato: Suaudeau aveva costruito una generazione straordinaria che aveva come perni Adonkor, prototipo del mediano moderno che si sarebbe standardizzaro in Europa solo vent’anni dopo, e Touré, attaccante fantasioso e con un controllo di palla fuori dal comune; già nel 1984, però, un tragico incidente d’auto si portava via il mediano ghanese. Nel 1986, durante la partita di coppa contro l’Inter, Touré subì un gravissimo infortunio al ginocchio, da cui iniziò il suo declino, dovuto anche a una vita notturna più intensa di quella diurna, fino al ritiro a soli 29 anni.

Suaudeau dovette quindi far fronte anche a questi problemi, ricostruire nuovamente l’ossatura della squadra, puntando su altri giovani come i mediani Didier Deschamps e Marcel Desailly, fratellastro del compianto Adonkor. Nel 1988, lasciò la panchina a Miroslav Blažević, che visse un periodo poco proficuo in cui però riuscì a continuare l’opera di rinnovamente generazionale, introducendo in squadra Patrice Loko, Reynald Pedros e Christian Karembeu. Nel 1991, Suaudeau – che, da vero uomo-Nantes, non aveva cercato nessun altro ingaggio dopo l’esonero – venne richiamato come allenatore, iniziando così il suo secondo momento alla guida del Nantes. Fu allora che Patrick Dessault coniò sulle pagine de L’Équipe la definizione di jeu à la nantaise, uno stile di gioco tipico dei Canaris e sorto negli anni Sessanta con José Arribas: la tradizione dei gialli di Bretagna smetteva di essere un mito locale e veniva finalmente riconosciuta sulla stampa specializzata.

Altre cose erano cambiate, nel calcio mondiale. In quegli anni di vita privata, Suaudeau aveva studiato – in particolare il Milan di Sacchi – e al suo ritorno al lavoro aveva scelto di puntare su un gioco più diretto e verticale, con meno passaggi per velocizzare ulteriormente la manovra offensiva. Gli arrivi di altre due promesse come Claude Makélélé e Japhet N’Doram donarono alla rosa un nuovo equilibrio tra difesa e attacco, che iniziò a dare i suoi frutti già nel 1993, con la finale di Coppa di Francia persa contro il Paris Saint-Germain, e un quinto posto in campionato, il miglior piazzamento del club dal 1986. Su questa spinta, il Nantes tornò nel 1995 a vincere la Division 1 e, l’anno successivo, ottenne il suo miglior risultato in Europa, la semifinale di Champions League, persa ovviamente contro la squadra che poi avrebbe vinto il titolo: la Juventus di Marcello Lippi.

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Il secondo Nantes di Suaudeau, campione di Francia nel 1995: si notano, nella fila sotto, Makélélé (primo da sinistra) e Karembeu (quarto da sinistra).

L’epoca di Suaudeau è forse la più importante dell’intera storia del Nantes. È quella in cui si dimostra che il gioco posizionale di Arribas è riapplicabile nel tempo, sempre attuale e, anzi, sempre moderno. È ancor di più l’epoca del trionfo della Jonelière, l’avveniristico campo d’allenamento voluto da Arribas, dove vengono istruiti i giovani ai principi del gioco nello spazio e alla riaggressione per recuperare palla: qui, a partire dalla fine degli anni Settanta, sono stati formati alcuni dei più grandi centrocampisti della storia del calcio, da Seth Adonkor fino a Makélélé a Toulalan.

Nel 1997, dopo un terzo posto in campionato, Jean-Claude Suaudeau chiudeva la sua carriera d’allenatore, indicando come successore Raynald Denoueix, difensore dell’ultimo Nantes di Arribas e di quello di Vincent, e poi direttore delle giovanili del club. Era stato lui a forgiare la generazione che, sotto al guida tecnica di Suaudeau, aveva tirato fuori il Nantes dalla crisi economica e di risultati di inizio anni Novanta, ma al momento di salire in prima squadra si era ritrovato a fare i conti con una situazione nuovamente rivoluzionata: nell’ultimo anno, gran parte della formazione titolare era stata ceduta, e occorreva fare ancora una volta affidamento sul settore giovanile.

I nuovi nomi avevano tutti tra i 17 e i 21 anni, e tra essi spicavvano l’eccellente portiere Mickaël Landreau, il giovanissimo mediano camerunense Salomon Olembé, l’attaccante di origine polinesiana Marama Vahirua e il fantasista Olivier Monterrubio. Qualche anno prima avevano già esordito l’ala destra Frédéric Da Rocha e soprattutto il regista Éric Carrière, due delle pedine fondamentali del nuovo ciclo di Denoueix. Nel 1999, il Nantes tornò a vincere la Coppa di Francia, a vent’anni dalla prima affermazione; successivamente, l’allenatore rinforzò la rosa con i difensori Sylvain Armand, dal Clermont Foot, e Nicolas Laspalles, dal Paris Saint-Germain, e con la punta rumena Viorel Moldovan; il ritorno di un ex-prodotto del vivaio come Stéphane Ziani – che aveva girovagato per qualche anno tra Francia e Spagna – portò ulteriore classe al centrocampo, rinforzato ulteriormente con la promessa Mathieu Berson.

Il gioco di Denoueix era più simile a quello di Arribas che a quello di Suaudeau, predilegendo il gioco corto alle verticalizzazioni rapide, ma alla fine si trattava del medesimo concetto di gioco collettivo, che prendeva il meglio dei due approcci precedenti. E il suo periodo sulla panchina dei Canaris fu il più denso di risultati: nel 2000 arrivarono un’altra Coppa di Francia e la Supercoppa, nel 2001 l’ottavo scudetto, e nel 2002 la terza Supercoppa.

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La marea gialla che invase il campo di La Beaujoire per celebrare la conquista del campionato nel 2001.

Ma le cose stavano cambiando. Il campionato francese si ristrutturava nella nuova Ligue 1, sfruttando l’eco dei grandi successi della nazionale, mentre un nuovo modello manageriale andava affermandosi: quello dell’Olympique Lyon di Jean-Michel Aulas, che iniziava una serie impressionante di sette campionati consecutivi, monopolizzando il calcio francese degli anni Duemila grazie a una grande abilità di gestione e allo strapotere economico. Il trasferimento di Carrière al Lyon nell’estate del 2001 segnò il primo passo verso il tramonto della grande epoca del Nantes. Per sostituirlo, Denoueix puntò sui giovani Éric Djemba-Djemba e Jérémy Toulalan, ma era tutto il club a essere in mezzo a un rimescolamento generale.

Nel 2002, Denoueix si accasò alla Real Sociedad – con cui sfiorerà la conquista della Liga nel 2003 – e al suo posto venne chiamato l’ex-bomber dei Canaris degli anni Settanta Ángel Marcos: sulla carta era un tentativo di restare legati alla tradizione del club, ma nei fatti l’argentino non era un vero allievo di Arribas, e la gestione tecnica iniziò a discostarsi dalla via del maestro, diluendo l’identità sportiva nantese. Djemba-Djemba lasciò prematuramente il club bretone per il Manchester United nel 2003, iniziando un esodo che vedrà, nel 2004, andarsene Berson (Aston Villa), Armand (PSG), Moldovan (Servette) e Vahirua (Nizza); nel 2006, anche Landreau (PSG) e Toulalan (Lyon) lasceranno Nantes, mentre in panchina si alterneranno, senza successo, altri nomi noti della storia del club, come Amisse, Le Dizet, Der Zakarian e N’Doram. Infine, al termine della stagione 2006-07, chiusa all’ultimo posto, il Nantes retrocesse in Ligue 2 dopo 44 anni di successi nella massima divisione. A suggellare la triste fine di un’epoca, Robert Budzynski rassegnò le dimissioni da direttore sportivo, mentre la società passava per la prima volta in mani straniere, acquistata dal controverso imprenditore polacco Waldemar Kita.

Può sembrare concludersi in maniera triste, questa storia. Eppure, dopo un po’ di anni passati a fare su e giù tra la prima e la seconda divisione, e poi adeguandosi a una condizione di medio bassa classifica in Ligue 1, il Nantes sta vivendo oggi una piccola resurrezione, e dopo dieci partite si trova al secondo posto in campionato dietro la corazzata PSG. Merito di un allenatore dallo stile offensivo come Christian Gourkuff, che pur non provenendo dalla scuola di Arribas punta comunque a seguirne l’esempio, e provare così a rivitalizzare il jeu à la nantaise.

 

Fonti

BRAVO Chema R., Nantes, la danza amarilla, Ecos del Balón

MONTIER Sebastien, Les principes du jeu à la nantaise, Youtube

PENTAYUS, La era de José Arribas, el Nantes de los años 60 y 70, La Soga

THOMAS Dimitri, L’âge d’or nantais: le FCN de Coco Suaudeau 1994-1996, La Grinta

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