Soliloquio con Maurizio

“Fatica? Faticoso è alzarsi alle 6 per andare in fabbrica. Qui serve solo armonia di movimenti e di tempi.” – Maurizio Sarri

Ma chi te l’ha fatto fare, Maurizio? No, seriamente: chi? Sei partito dal nulla: tuo padre faceva l’operaio, la famiglia lo doveva seguire in ogni trasferimento perché i padroni continuavano a spostarlo da uno stabilimento all’altro – tant’è vero che sei toscano, nato a Napoli, cresciuto in provincia di Bergamo, e infine tornato ad Arezzo – ma hai studiato e ti sei trovato un buon lavoro in banca. Hai messo su famiglia, una bella famiglia. Hai pure trovato il tempo di dedicarti alla tua passione, il calcio: ti sei addirittura fatto un certo nome, qua tra i dilettantissimi della Toscana. Davvero vuoi mollare il lavoro per provare a fare seriamente l’allenatore?

Chi lo dica non si sa, se un amico fidato, un parente o una voce insicura che gli ronza in testa. Ma Maurizio – uomo dalla testa dura, che avrà pure girato di qua e di là ma toscano lo è fino al midollo – ha deciso: si licenzia, a soli quarant’anni, per andare a inseguire un sogno. Ha già un accordo, neanche troppo lontano da casa, con quelli del Sansovino, che ha sede in una cittadina di 8mila abitanti vicino Arezzo. È il 2000, e la squadra milita in Eccellenza, la quinta serie del calcio italiano.

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Stia (Arezzo), 3000 abitanti e una squadra di calcio: Maurizio Sarri, in completo scuro, negli spogliatoi. È il 1991, la sua prima panchina.

È che lui ci crede fermamente, in quello che fa. È convinto di saperlo fare davvero bene, e che se ancora è un nome da calcio di provincia sperduta lo deve a quel carattere radicale e senza compromessi che lo contraddistingue da sempre. Da quando si è seduto per la prima volta in panchina ha sempre avuto le idee chiare: difesa a zona, possesso palla, preparazione maniacale delle partite – chissene frega se non siamo professionisti! – e tanti schemi da applicare. La categoria gli è sempre andata troppo stretta.

Prima a Stia, poi a Faella, dove passa in tre stagioni dalla Seconda alla Prima Categoria alla Promozione, dal quinto al terzo livello del calcio dilettantistico. Poi al Cavriglia, con la salita in Eccellenza; quindi Antella, Valdema e Tegoleto, con un’altra promozione in Eccellenza. Col Sansovino, invece, oltre alla salita tra i Dilettanti, nel 2003 vince il suo primo trofeo, la Coppa Italia di Serie D. Dai, ti è andata bene, ma ci hai messo tredici anni per arrivare fin qui: ritieniti fortunato, perché non vincerai mai più di questo, Maurizio. Quelli come te, che partono dal fondo del fondo, non la raggiungono mai, la cima.

Ma dev’essere uno abituato a vedere il bicchiere mezzo pieno, e forse molto più realista di quanto non sembri: quanti allenatori, in tredici anni, sono riusciti a risalire cinque categorie? Anzi, sei: il successo in coppa gli garantisce una deroga per allenare in Serie C2 anche senza l’adeguato patentino, e allora trova un nuovo impiego alla Sangiovannese, nel Valdarno. E le divisioni scalate diventano subito sette, perché alla fine della prima stagione in azzurro scatta la promozione in Serie C1, confermata dall’ottavo posto della stagione successiva. Sette categorie in quindici anni: quanti ci sono riusciti, prima di lui?

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Maurizio Sarri solleva la Coppa Italia di Serie D vinta con il Sansovino nel 2003.

Ormai in panchina sta sempre in tuta, come in allenamento o come se fosse a casa sua e non al lavoro: il completo giacca e cravatta appartiene al vecchio impiego in banca, vuole averci a che fare il meno possibile. Arriva la telefonata di Dante Paterna: la proposta è di un anno di contratto al Pescara, in Serie B; detta anche “l’occasione della vita”. Il Pescara è alla terza stagione nella serie cadetta e ha lo storico record di essere teoricamente retrocessa in entrambe le precedenti, ma venendo sempre ripescata a fine stagione: l’annata con Maurizio in panchina, quella 2005-2006, sarà l’unica conclusa stabilmente in Serie B, con l’undicesimo posto. Dopo l’addio dell’allenatore toscano, il club retrocederà, stavolta sul serio, in C1.

Si può dire che ce l’hai fatta, Maurizio? Hai vinto la tua scommessa: cinque anni fa abbandonavi un lavoro sicuro per fare l’allenatore dilettante, e adesso sei un professionista, uno che ci sbarca il lunario. E invece no, tu non ti accontenti: vuoi di più, vuoi la Serie A, magari vuoi addirittura l’Europa. Ti dovrebbero dire che ti sei montato la testa, ma in realtà la testa è sempre quella, fin dall’inizio, ed è talmente dura che sta piegando il mondo attorno a sé, costringendolo ad essere all’altezza delle tue ambizioni. Fin dove vuoi arrivare, Maurizio?

 

Fonti

BINDA Nicola, “Il mio Pescara nato in banca”, La Gazzetta dello Sport

INTORCIA Francesco Saverio, Sarri: “Lavoravo in banca ma non alleno per caso”, La Repubblica

TORRICINI Simone, Le radici del sarrismo, Rivista Undici

2 pensieri riguardo “Soliloquio con Maurizio”

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