C’era un re, a Stamford Bridge

“Osgood! Osgood! Born is the King of Stamford Bridge!” – Coro dei tifosi del Chelsea

Se uno scende sul prato di Stamford Bridge, si volta verso la Shed End – il settore sud, alle cui spalle stanno il museo del Chelsea e il muro dedicato alla memoria dei tifosi defunti – e inizia a camminare in direzione della porta, fin dentro l’area, noterà il dischetto del rigore. Non si accorgerà, però, che sotto quel dischetto, mescolata con erba e terra, c’è della cenere: tutto ciò che resta di Peter Osgood, che tra il 1964 e il 1974 fu il re di Stamford Bridge.

Tutto ciò è curioso, se si pensa che fino a pochi anni prima di essere sepolto lì, Osgood era stato bandito dallo stadio londinese per volontà del presidente Ken Bates, arrivato alla guida del Chelsea appena tre anni dopo il ritiro di Ossie, nel 1982. Bates aveva rilevato il club in condizioni finanziarie infernali, pagandolo la simbolica cifra di una sterlina appena, e già retrocesso in Second Division. La sua gestione ventennale si caratterizzò per diverse polemiche, in primis contro la tifoseria, e secondariamente contro i politici e altri dirigenti della società, e infine anche contro ex-giocatori come Osgood, rei di aver criticato pubblicamente il suo operato. Quando Bates, nel 2004, cedette il Chelsea a Roman Abramovich, la scomunica venne stralciata.

Osgood fece parte della prima epoca d’oro del Chelsea, quella successiva allo storico scudetto del 1955 e di molto precedente ai fortunati anni Novanta del Chelsea italiano di Vialli, Zola e Di Matteo, vincitore di due FA Cup, una Coppa di Lega, un Charity Shield, la sua seconda Coppa delle Coppe e la prima Supercoppa europea. Come terminale offensivo, Osgood andava a esaltare una squadra che vantava giocatori di livello come il portiere Peter Bonetti, i difensori Ron Harris ed Eddie McCreadie, e i centrocampisti John Hollins, Charlie Cooke e Peter Houseman: nel decennio di Osgood, il Chelsea passò da squadra mediocre a vincente, assicurandosi la prima Coppa di Lega (1965), la prima FA Cup (1970) e la prima Coppa delle Coppe (1971).

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La statua di Peter Osgood, fuori dal West Stand di Stamford Bridge e inaugurata nel 2010.

Ma la storia di quel Chelsea iniziò qualche anno prima, in Second Division, quando la squadra era nelle mani del giovane tecnico Tommy Docherty. Scozzese di nascita e di mentalità, Docherty si era formato filosoficamente nelle idee di calcio moderno e offensivo portate avanti da Jimmy Hogan, Matt Busby e Ron Greenwood, e in breve trasformò il suo Chelsea in una delle squadre più interessanti e belle da vedere in Inghilterra, partecipando in maniera determinante al rinnovamento del calcio britannico degli anni Sessanta, accanto a nomi oggi ben più noti come lo stesso Busby, Bill Nicholson e Bill Shankly.

Docherty dovette fare fronte a una difficile fase di transizione, seguita all’esonero del tecnico dello scudetto del 1955 Ted Drake e alla cessione al Milan della promessa Jimmy Greaves, oltre che ovviamente alla retrocessione. Promuovendo in prima squadra molti dei ragazzi che avevano vinto due FA Cup giovanili in quegli anni – come Bonetti o Terry Venables, che pochi anni dopo sarebbe divenuto un protagonista nel Tottenham di Nicholson – Docherty stravolse il gioco del Chelsea, lavorando su un 4-3-3 ispirato al Brasile del 1958 e del 1962, impostando la costuzione dal basso e lungo le fasce laterali. Nel 1963, i Blues vincevano la Second Division e tornavano nella massima serie, affermandosi subito come una delle formazioni più innovative del campionato.

Peter Osgood esordì nel Chelsea in quel periodo, dopo che Docherty, in rotta con alcuni dei senatori, decise di far fuori la punta Barry Bridges e scommettere su quel diciassettenne di Windsor. Ma, mentre la stella di Ossie cresceva, quella del tecnico scozzese declinava, e nell’ottobre del 1967 lasciò l’incarico al suo vice Dave Sexton, che avrebbe proseguito il lavoro portando i Blues al loro primo titolo internazionale, quattro anni più tardi. Per la cronaca, Docherty gironzolò un po’ senza particolare successo, infine nel 1975 riportò il Manchester United in Premier Division e, due anni dopo, alla conquista della FA Cup; quindi, ritiratosi, fu nuovamente sostituito da Sexton, la cui gestione fu però molto meno soddisfacente. Ma questa è un’altra storia.

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Osgood segna il gol del pareggio nella finale di FA Cup del 1970 contro il Leeds, portando il match ai supplementari, dove poi il Chelsea s’imporrà con rete di David Webb.

La Coppa delle Coppe vinta ad Atene nel 1971, superando in due partite – non erano previsti i supplementari, e al 1-1 del primo match dovette seguire una ripetizione, in cui i Blues s’imposero 2-1 – il Real Madrid allenato da Miguel Muñoz, in cui ancora facevano bella mostra Francisco Gento e Amancio, fu per il Chelsea come la chiusura di un conto aperto con la storia. Nel 1955, subito dopo aver vinto il primo campionato, il club londinese fu invitato a prendere parte alla prima edizione della Coppa dei Campioni, ma la Football League ne vietò la partecipazione, chiudendosi nel solito isolazionismo del calcio britannico; solo per l’edizione successiva fu consentito ai campioni d’Inghilterra di giocare in Europa, ma a quel punto l’occasione dei Blues era già sfumata.

I gol di Osgood, sempre decisivi e sempre spettacolari – andò a segno in entrambe le finali di Coppa delle Coppe – ne avevano fatto un’icona del calcio londinese di quegli anni: giovane in una squadra giovane che già da anni era molto amata anche dal pubblico femminile oltre che da quello maschile, Osgood aveva un atteggiamento da playboy che lo aveva reso molto popolare, quasi quanto il rivale George Best del Manchester United. Appariva nelle pubblicità, faceva il modello, frequentava i locali di King’s Road, ed ebbe anche una chiacchierata relazione con l’attrice americana Raquel Welch. E tutto questo, a Sexton, non piaceva molto.

Nel 1974, l’allenatore inglese decise di liberarsene, e Ossie si trasferì al Southampton per la cifra record di 275mila sterline. Era un tale idolo, tra i tifosi, che fu organizzato un picchetto di protesta fuori da Stamford Bridge per convincerlo a restare, ma senza successo. Il suo ascendente sui compagni era così forte che la maggior parte di loro erano divenuti, col tempo, suoi compagni di bevute, e non presero bene il suo addio; Sexton ne approfittò per fare piazza pulita di tutte le teste calde, come Alan Hudson e Tommy Baldwin. Alla fine di quella stagione, il Chelsea retrocesse dopo tredici stagioni nella massima serie.

Pure il Southampton militava in Second Division, ma ciò non impedì a Osgood di trascinare il club dell’Hampshire a una incredibile FA Cup nel 1976, primo e finora unico trofeo dei Saints. Con il suo stile di vita, però, a trent’anni la sua carriera era già al capolinea: raccattò qualche minuto al Norwich, nuovamente in First Division, e poi disputò una stagione da bella statuina nel Philadelphia Fury. Nell’estate del 1978 tornò a casa e chiuse la carriera al Chelsea, come il più classico figliol prodigo.

 

Fonti

MCPARLAN Paul, The emperors of Athens: How Chelsea won the Cup Winners’ Cup in 1971, These Football Times

ORLANDI Edoardo, Peter Osgood: la prima leggenda del Chelsea, Passione Premier

TURNER Georgina, ‘King of Stamford Bridge’ dies, The Guardian

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