Arancio e nero

“Il Suriname è molto simile al Brasile. C’è molta povertà e molti ragazzini per le strade senza un soldo, che provengono da case fatiscenti e hanno tanto tempo libero. Giocano a calcio in ogni momento e imparano a farlo a piedi nudi.” – Edgar Davids

Quando giocò la sua prima partita con l’USV Elinkwijk, Humphrey Mijnals sapeva di stare facendo la storia. Il paradosso era che la stava facendo dalla parte sbagliata. Aveva ventisei anni, faceva il difensore, e aveva la pelle nera: non si era mai visto un calciatore di colore, in Olanda (e qualche avversario, come Abe Lenstra dell’Enschede, non mancò di ricordarglielo con il puntuale insulto razzista). Ma se quel piccolo club di Utrecht aveva deciso d’ingaggiarlo, qualche abilità ce la doveva avere: era costato 3mila fiorini, ed era arrivato assieme a suo fratello Frank, di ruolo attaccante, al terzino destro Erwin Saprendam, a Michiel Kruin e a Charley Marbach. Tutti e cinque dal SV Robinhood, sito a Paramaribo, Suriname.

Il Suriname è un pugno di terra e giungla stretto tra le due Guyane, il Brasile e l’Oceano Atlantico, nella parte settentrionale del Sudamerica; è il paese più piccolo del continente e conta appena mezzo milione di abitanti, per circa la metà concentrati nella capitale. Nel 1667 gli olandesi lo strapparono agli inglesi, e se lo tennero fino al 1975. Almeno formalmente, perché di fatto, come tante ex-colonie, il Suriname è rimasto sempre dipendente dall’Olanda, che negli anni ne ha depredato non solo le risorse minerarie (la bauxite è il principale prodotto d’esportazione del paese), ma anche quelle sportive: senza lo strapotere politico e culturale dell’Olanda, il Suriname avrebbe potuto schierare una nazionale allo stesso livello delle rivali continentali.

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La leggendaria respinta difensiva in rovesciata di Humphrey Mijnals nel match tra Olanda e Bulgaria del 3 aprile 1960.

Humphrey Mijnals fu solo il primo: esordì negli Oranje nel 1960, giocò solo tre partite e poi tornò di vestire la casacca della sua patria natia. Da allora, i surinamesi iniziarono a migrare verso l’Europa in cerca di lavori meglio pagati: tra i primi a giungere ad Amsterdam ci furono l’attaccante del Robinhood Herman Rijkaard, che in Olanda trovò ingaggio nel Blauw-Wit, e il suo amico insegnante George Gullit, che invece accettò un lavoro in una scuola nel quartiere Jordaan di Amsterdam. I loro figli, nati in Olanda, sarebbero stati i primi fuoriclasse neri olandesi della storia, vestendo le maglie di Feyenoord, Ajax e Milan, e sarebbero stati le colonne del titolo europeo vinto della nazionale nel 1988, primo e finora unico trofeo della storia degli Oranje.

Frank Rijkaard, il figlio di Herman, si era messo in mostra già l’anno precedente come uno dei protagonisti dell’Ajax che era tornato a vincere un titolo internazionale – la Coppa delle Coppe – dopo la fine dell’epoca d’oro dei primi anni Settanta. In quella squadra, allenata da Johan Cruijff, c’erano altri due surinamesi: Stanley Menzo, che era considerato dal suo allenatore uno dei migliori portieri al mondo, e la mezzala Aron Winter, che in futuro avrebbe giocato anche con Lazio e Inter. Entrambi erano nati a Paramaribo, ed erano arrivati in Olanda giovanissimi, per poi entrare nelle giovanili dell’Ajax. L’anno seguente, dopo la partenza di Rijkaard verso Milano, in squadra esordì il giovane Bryan Roy, nato ad Amsterdam da padre surinamese.

Il calcio, in Suriname, stava finalmente esplodendo, con decenni di ritardo rispetto al resto del Sudamerica. E grande merito va dato a Sonny Hasnoe, un assistente sociale che, nel 1986, collaborò con alcuni calciatori neri olandesi per un progetto d’integrazione sorto a Bijlmermeer, il quartiere degli immigrati di Amsterdam: nacque così il Kleurrijk Elftal, l’Undici Variopinto, una sorta di All Stars surinamese che andò in qualche modo a sostituire la nazionale, a cui i giocatori neri olandesi non potevano accedere. Il Suriname, infatti, dal 1980 si trovava sotto la dittatura di Dési Bouterse, che aveva stabilito che tutti coloro che avevano scelto di trasferirsi in Europa avrebbero perso automaticamente la cittadinanza surinamese.

Al progetto di Hasnoe aderirono diversi calciatori professionisti, tra cui Stanley Menzo, il capitano dell’Under-21 olandese Andy Scharmin, terzino sinistro del Twente, e la promettente punta del Volendam Steve van Dorpel. Le prime partite furono disputate in Europa, principalmente contro il SV Robinhood, la squadra simbolo del calcio surinamense, ma nel 1989 si decise di fare il grande passo e portare il Kleurrijk Elftal a giocare un torneo proprio in Suriname, il paese delle origini che da tre anni era bloccato in guerra civile. In quel momento, quando pareva di essere arrivati alla svolta per il calcio surinamese, tutto svanì: il 7 giugno, l’aereo che trasportava la squadra si schiantò nei pressi dell’aeroporto di Paramaribo, e solo tre di loro sopravvissero. Menzo, che non aveva potuto unirsi ai compagni a causa di impegni con l’Ajax e sarebbe dovuto volare per conto suo su un altro aereo, provò in seguito a rifondare il progetto nel 1993 con i Suriprofs, ma non era più la stessa cosa.

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Un articolo di un giornale olandese riporta la notizia della tragedia aerea di Paramaribo del 1989.

Nel 1991, il Suriname si era aperto a libere elezioni, ma l’isolamento sportivo del paese sudamericano, dopo la tragedia del Kleurrijk Elftal, divenne irreversibile. I primi anni Novanta videro invece consolidarsi la fama dei più grandi calciatori surinamesi di tutti i tempi, ma con la maglia arancione: nel 1990 esordiva nell’AZ Alkmaar il centravanti Jimmy Floyd Hasselbaink, che sarebbe stato una bandiera di Leeds, Atletico Madrid e Chelsea; nel 1991 scendeva per la prima volta in campo, con la maglia dell’Ajax, il mediano Edgar Davids, in futuro uno dei più forti giocatori d’Europa con Milan, Juventus, Barcellona e Inter; nel 1992, era il turno di un altro eccezionale centrocampista dell’Ajax, Clarence Seedorf, che oggi è l’unico calciatore della storia ad aver vinto quattro Champions League con tre squadre diverse (Ajax, Real Madrid e Milan). Tutti e tre nativi di Paramaribo, ovviamente.

Accanto a loro, si aggiungono alla conta Winston Bogarde, difensore approdato all’Ajax nel 1994 dallo Sparta Rotterdam; il compagno di reparto Michael Reiziger, anche lui all’Ajax e poi al Barcellona; e ovviamente Patrick Kluivert, punta di Ajax, Milan e Barcellona e figlio di Kenneth, considerato il più grande giocatore della storia del SV Robinhood. Loro, invece, sono tutti nati in Europa. Questi ragazzi dalla pelle scura saranno i protagonisti del nuovo grande ciclo dell’Ajax di Louis van Gaal, iniziato con la conquista della Coppa UEFA nel 1992 e proseguito fino a quella della Coppa dei Campioni del 1995.

Furono i figli del Suriname, a riportare la nazionale olandese nel calcio che conta: dopo un decennio d’assenza, la generazione di Rijkaard, Gullit, Roy, Winter e Menzo riportò l’Olanda ai Mondiali nel 1990, arrivando fino agli ottavi di finale, e poi fino alle semifinali degli Europei del 1992. A USA ’94 – con solo Rijkaard, Roy e Winter, più gente meno conosciuta come Ulrich van Gobbel – disputarono i quarti di finale. La generazione di Reiziger, Seedorf, Davids, Bogarde e Kluivert centrò prima i quarti degli Europei del 1996, e poi raggiunse un clamoroso quarto posto ai Mondiali del 1998. Fu un nuovo decennio oranje, non eccezionale come quello degli anni Settanta, ma pur sempre di grande livello.

Un lungo percorso per l’integrazione che, però, ha fin da subito dovuto fare i conti con il razzismo dei calciatori e dei tifosi bianchi: è noto che lo stesso Mijnals sarebbe stato escluso presto dagli Oranje per via di dissidi con lo staff tecnico, dovuti proprio a questioni razziali. I primi anni della carriera di Stanley Menzo furono costellati da episodi in cui doveva schivare le banane che gli venivano tirate dalla curva avversaria. Prima dei Mondiali del 1990, addirittura, la Federazione liquidò a sorpresa il ct Thijs Libregts per aver insultato Gullit e Rijkaard, e la stessa cosa avvenne, a livello di club, quando l’allenatore dell’Heerenveen Fritz Korbach insultò Bryan Roy nel 1991. A quel punto, la Federazione iniziò a prendere provvedimenti contro il razzismo nel calcio, ma con risultati altalenanti, se è vero che, nel 1996 e ancora nel 1998, giocatori come Davids e Kluivert accusarono di sentirsi poco rispettati in nazionale e che avrebbero preferito di gran lunga vestire la maglia del Suriname.

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1996, la foto della discordia: il ct Guus Hiddink (che solo quattro anni prima, da allenatore del Valencia, aveva fatto rimuovere una svastica dallo stadio) in mezzo ai calciatori bianchi della nazionale, con i neri relegati a un altro tavolo.

Ma lo strappo tra Suriname e Olanda non è mai stato ricucito. La nazionale dei Paesi Bassi che ha preso parte all’ultima Nations League annovera numerosi giocatori di colore con le origini più disparate – dall’ivoriano Nathan Aké al ghanese Mamphis Depay, dall’angolano Tonny Vilhena ai caraibici Patrick van Aanholt, di Curaçao, e Pablo Rosario, della Repubblica Dominicana – ma la componente surinamense resta ancora in netta maggioranza, e sempre con giocatori determinanti: Virgil van Dijk, Georginio Wijnaldum, Ryan Babel, Quincy Promes.

Per il paese sudamericano resta ancora difficile accettare gli olandesi nella propria nazionale, specialmente da quando, nel 2010, è stato sorprendentemente eletto presidente l’ex-dittatore Dési Bouterse, evento che ha reso ancora più tesi i rapporti con i Paesi Bassi, che nel 1999 lo avevano condannato in contumacia per traffico di cocaina. Nel 2012, l’Olanda ha ritirato il proprio ambasciatore dopo che il governo di Bouterse ha deciso di concedere un’aministia per l’omicidio di quindici oppositori politici commesso nel 1982, all’epoca del regime militare. Attualmente, le foreste del Suriname sono state trasformate in un grande laboratorio per la costruzione di mini-sommergibili per il traffico internazionale di droga: con il paese in bancarotta, il presidente ha deciso di allearsi con i narcotrafficanti colombiani, e oggi il Suriname è “un narcostato al servizio dei boss”, come sostenuto da Massimiliano Sfregola su EastWest.

In una situazione del genere, è facile intuire come mai giovani come Ricardo Kishna – il trequartista della Lazio che ha fatto tutta la trafila nelle formazioni giovanili olandesi – ancora preferisca ignorare le sirene del paese d’origine della sua famiglia. Perfino Jeremain Lens, ala del Besiktas e figlio dell’ex-Fortuna Sittard Sigi Lens, uno dei tre soli sopravvissuti all’incidente aereo del Kleurrijk Elfstal, si è limitato a disputare appena tre match non ufficiali con la nazionale sudamericana, a fronte degli oltre 34 con l’Olanda. Questo perché, inoltre, la legge nei Paesi Bassi non prevede ancora la possibilità della doppia cittadinanza: optare per una differente nazionalità significa rinunciare a quella olandese, e quindi a un passaporto europeo, e solo di recente si è iniziato a pensare di porre rimedio al problema.

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La formazione dei Suriprofs durante un’amichevole contro le giovanili dell’Ajax, nel 2015. Si riconoscono i giovani Jairo Riedelwald e Ricardo Kishna (rispettivamente, primo e secondo in piedi da sinistra), e le vecchie glorie Clarence Seedorf (quinto in piedi da sinistra) ed Edgar Davids (terzi accovacciato da sinistra).

Il sogno della nazionale fantasma del Suriname è forse destinato a rimanere tale. Le possibilità sociali ed economiche offerte dall’Europa sono, al momento, infinitamente migliori rispetto a ciò che può offrire la nazione americana. I grandi appassionati di calcio continuano a tramandarsi il romantico ricordo dell’amichevole disputata nel 1991 tra una selezione surinamese – con Gullit, Rijkaard e Bogarde – e una olandese – forte di giocatori come Danny Blind, Jan Wouters e Ronald Koeman – destinata a raccogliere fondi per le famiglie delle vittime del disastro aereo di due anni prima, in cui i giocatori di Paramaribo s’imposero con un netto 3-1 sugli europei.

Ma i surinamesi hanno cambiato il calcio olandese: giocatori come Rijkaard, Gullit, Seedorf e Davids hanno rivoluzionato il modo di giocare a calcio, e aperto finalmente la strada al multiculturalismo negli Oranje e in tutta la società, nonostante la recente ascesa di movimenti razzisti e anti-immigrazione come il PVV di Geert Wilders, secondo partito alle elezioni del 2017. Bogarde ha detto che, ai suoi tempi, un calciatore nero doveva giocare almeno due volte meglio di un bianco, se voleva emergere; nel resto della società, alla fine, è ancora così.

 

Fonti

CARMICHAEL Charlie, How Surinamese migrants revolutionised Dutch football, These Football Times

GABRIELLI Fabrizio, Perduti, L’Ultimo Uomo

-GHIRPELLI Lamberto, Che razza di calcio, Edizioni Gruppo Abele

MASTROLUCA Alessandro, SV Robinhood, i padri caraibici del calcio olandese, Fanpage

MOLINELLI Edoardo, Suriname, la nazionale più forte che non avete mai visto, Minuto Settantotto

VALISI Tommaso, Olanda: calcio ed integrazione nel paese dei tulipani, Soccer Illustrated

2 pensieri riguardo “Arancio e nero”

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