Quando il PSG era “povero”

Il ciclo si spense sul rigore di Ronaldo. Quella del Fenomeno era la prima e sarebbe stata l’unica stagione in blaugrana della sua carriera, terminata con l’impressionante record di 47 reti in 49 partite: l’anno dopo si sarebbe trasferito all’Inter. Ma intanto, con quel gol, regalava al Barça la Coppa delle Coppe e metteva incidentalmente la parola fine al ciclo del Paris Saint-Germain, il club francese con appena ventisette anni di storia alle spalle che era stato tra i dominatori del calcio europeo dell’ultimo lustro.

Chiusa la stagione, in tanti avrebbero fatto le valigie, lasciando Parigi: il portiere Bernard Lama si sarebbe concesso la prima esperienza all’estero della carriera, al West Ham; il mediano Benoit Cauet sarebbe andato a faticare proprio per Ronaldo, all’Inter; la punta panamense Julio Cesar Dely Valdes sarebbe passato alla Liga spagnola con il Real Oviedo; Patrick Mboma avrebbe accettato la ricca offerta dei giapponesi del Gamba Osaka; perfino Leonardo, la stella della squadra, si sarebbe ritrovato a giocare la stagione successiva in Serie A, con la maglia del Milan. Nel giro di un anno ancora, il PSG avrebbe perso gli altri suoi elementi di spicco, come Didier Domi, destinato al Newcastle, Paul Le Guen, ritiratosi a 34 anni, il fuoriclasse brasiliano Raì, campione del mondo del 1994 come Leonardo, e infine anche il difensore Bruno N’Gotty, che nella finale di Coppa delle Coppe del 14 maggio 1997 a Rotterdam era stato l’uomo che aveva atterrato Ronaldo in area, causando il penalty. Ironia della sorte: la stagione precedente, era stato proprio N’Gotty a segnare il gol con cui i parigini avevano vinto il loro primo trofeo europeo, sempre una Coppa delle Coppe.

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Il rigore di Ronaldo nella finale di Coppa delle Coppe 1996-1997 fu il quinto gol del brasiliano nella competizione. Per il suo avversario, Bernard Lama, fu il terzo subìto in tutto il torneo.

Facciamo un salto indietro di quattro anni, all’inizio di tutto: nell’estate del 1993, il Paris Saint-Germain è tornato a vincere un titolo dopo sette anni. Sotto la guida tecnica del portoghese Artur Jorge, il genio del Porto campione d’Europa nel 1987, i parigini hanno raggiunto il secondo posto in Division 1, conteso alla Juventus di Trapattoni una semifinale di Coppa Uefa, e conquistato la Coppa di Francia. Il successo è dovuto a una brillante generazione di talenti locali come Lama tra i pali, Alain Roche e Antoine Kombouaré in difesa, Le Guen, Laurent Fournier e soprattutto David Ginola a centrocampo; si aggiungono tre preziosissimi nomi, i brasiliani Ricardo, di ruolo terzino, e Valdo, trequartista, e la punta liberiana Goerge Weah, un centravanti dalle doti tecniche e atletiche assolutamente fuori dalla norma. Con l’innesto in estate del fantasista Raì, fratello minore dell’ex-centrocampista di Corinthians e Fiorentina Socrates, dal São Paulo, la rosa si rafforza ulteriormente, e termina la stagione 1993-1994 con una semifinale di Coppa delle Coppe (persa contro l’Arsenal) e il ritorno al titolo nazionale francese.

All’apice del successo, Artur Jorge lascia e torna in patria, dove fallirà nel riportare al titolo il Benfica e, da lì, in avanti, la sua carriera entrerà in una spirale discendente. Al suo posto si siede Luis Fernandez, ex-bandiera del Paris Saint-Germain e tra i protagonisti dell’Europeo vinto dalla Francia nel 1984: come allenatore ha appena due anni di esperienza, ma è reduce da un’eccezionale stagione alla guida del Cannes, arrivato fino al sesto posto ed entrato, per la prima volta nella sua storia, nelle coppe europee. I cambiamenti alla rosa sono minimi, e Fernandez si limita a promuovere in prima squadra alcuni giovani promettenti come Domi e il camerunense Mboma, che veniva da un’ottima annata in terza divisione allo Chateauroux. Siamo al momento della rivelazione sul grande palcoscenico della Champions League, dove il club francese raggiunge il suo miglior risultato di sempre, la semifinale: al PSG si arrendono squadre di alto livello come il Bayern Monaco e il Barcellona, prima che il Milan di Fabio Capello ne fermi il cammino. Con 7 reti, George Weah diviene il primo calciatore africano della storia ad essere premiato come capocannoniere della massima competizione europea di calcio, e proprio il Milan se ne assicura le prestazioni future per 11 miliardi di lire; pochi mesi più tardi, diverrà il primo africano e il primo non-europeo a sollevare il Pallone d’Oro.

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George Weah affronta Franco Baresi del Milan nella semifinale di ritorno della Champions League 1994-1995, finita 2-0 per la squadra italiana.

Poteva sembrare il punto più alto che una squadra così giovane potesse raggiungere, e invece c’era ancora spazio per migliorarsi. Fernandez ne approfittò per rinnovare la rosa, complice anche la partenza dell’altra stella dei parigini, David Ginola, passato al Newcastle: al posto di Weah fu prelevato dal Cagliari Dely Valdes, un altro raro caso di attaccante che abbinava velocità, forza fisica e controllo di palla; a centrocampo subentrò il franco-armeno del Monaco Youri Djorkaeff, una mezzala dall’ottima tecnica e molto portata negli inserimenti, in grado di fungere pure da punta aggiunta; il difensore dell’Olympique Lione N’Gotty e l’attaccante del Nantes Patrice Loko completarono il mercato. La cavalcata in Coppa delle Coppe, alla quale il PSG partecipava in virtù della vittoria della Coppa di Francia dell’anno prima (a cui si era aggiunto anche il primo trionfo nell’altra coppa nazionale, la Coppa di Lega), mietette vittime illustri come Celtic, Parma e Deportivo La Coruña, fino alla finale in cui i francesi ebbero la meglio per 1-0 dei sorprendenti austriaci del Rapid Vienna.

Fernandez riteneva di aver fatto ciò che doveva: il club aveva raggiunto il punto più alto della sua storia, aveva saputo rinnovarsi e migliorarsi rispetto alla stagione precedente; sarebbe andato in Spagna, coi baschi dell’Athletic Bilbao reduci da una delle peggiori stagioni della loro storia e, in quattro annate, seppur senza vincere alcun titolo li avrebbe portati fino a sfiorare la conquista dello scudetto. Al suo posto, la dirigenza scelse la strana coppia composta da due ex-glorie del club, il brasiliano Ricardo e l’ex-estremo difensore Joel Bats, che si era ritirato nel 1992 ed era divenuto prima allenatore dei portieri e poi vice di Fernandez. L’obiettivo era quello di cambiare il meno possibile, di scegliere in panchina qualcuno che conoscesse l’ambiente, e in campo innesti giusti e non troppo costosi per mantenere alto il livello senza strafare. Cauet, che a Nantes aveva giocato con Loko, fu individuato come perfetto elemento per gli equilibri della metà campo, ma fu l’acquisto del trequartista brasiliano Leonardo ad attirare il maggiore interesse: Leonardo era stata una promessa del calcio verdeoro, ma nei primi anni Novanta aveva fallito l’esperienza al Valencia e, dopo essere rientrato in patria (e aver vinto una Coppa Intercontinentale con il São Paulo contro il Milan), aveva scelto la via del Giappone, accasandosi ai Kashima Antlers per sostituire il connazionale Zico, appena ritiratosi.

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Leonardo Nascimento de Araujo, in gol contro il Metz in Division 1 nel 1997. Quattordici anni dopo sarebbe tornato a Parigi come direttore sportivo, portando a termine gli acquisti di giocatori come Thiago Silva, Ezequiel Lavezzi e Zlatan Ibrahimovic, e Carlo Ancelotti come allenatore.

Fu quella l’ultima grande annata, conclusa in finale di Coppa delle Coppe contro il Barcellona e con il secondo posto in campionato dietro il sorprendente Monaco allenato da Jean Tigana, che aveva rivelato il talento di Fabien Barthez, Emmanuel Petit, David Trezeguet e Thierry Henry. Non fu la fine, in realtà: la stagione seguente la squadra fece un’altra volta l’accoppiata Coppa di Francia-Coppa di Lega, e poi un secondo posto nell’annata 1999-2000 e una Coppa Intertoto nel 2001. Da Parigi transitarono ancora giocatori di talento, da Marco Simone a Jay-Jay Okocha, da Mauricio Pochettino a Mikel Arteta, da Nicolas Anelka a Ronaldinho. Furono i successi, piuttosto, a farsi sempre più radi.

Alla fine degli anni Novanta, Canal+, la ricca emittente televisiva francese che nel 1991 aveva rilevato il club da Francis Borelli, diminuì considerevolmente gli investimenti nel calcio, a partire dalla sostituzione del presidente Michel Denisot nel 1998, passato a dirigere la sezione sportiva della rete. Solo qualche anno più tardi sarebbero emersi i debiti che la dirigenza aveva generato per garantire i successi sportivi dell’epoca d’oro, e che avrebbero portato al cambio societario nel 2006; cinque anni dopo, il PSG finiva nelle mani della Qatar Sports Investments ed entrava prepotentemente, almeno per potenziale economico, tra le grandissime del calcio mondiale. I risultati migliori, però, specialmente a livello europeo, sono rimasti fermi agli anni Novanta.

 

Fonti

Coppa delle Coppe 1995/1996: Paris Saint-Germain, Storie di Calcio

FURLAN Michele, La favola del Paris Saint-Germain negli anni ’90 con Nike, SoccerStyle24

Le jour de gloire est arrivé!, PSG70

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