Lassù dove osava Silenzi

Un metro e 91, naso invadente, fisico longilineo, predisposizione per le acrobazie aeree, per i tifosi Pennellone. Andrea Silenzi incarnava l’attaccante vecchio stampo, quello che piaceva tanto agli inglesi, che nel 1992 avevano visto sorgere la Premier League e avevano fame di stelle straniere per un campionato ora veramente internazionale. Gli anni Novanta volevano cambiare tutto, nel calcio e nel mondo che ci stava fuori, e solo in seguito ci si sarebbe accorti che erano stati solo un abbaglio. Silenzi fu uno dei simboli di quell’abbaglio.

Era partito dalla provincia, era esploso nelle leghe minori a Reggio Emilia e si era guadagnato un posto – quello di riserva di Careca – nel grande Napoli di Maradona. Una sera di settembre aveva umiliato la Juventus in Supercoppa, 2 gol e un assist in 70 minuti in campo, ma a Napoli aveva trovato poco spazio. E allora era emigrato al Nord, al Torino di Mondonico, che all’epoca giocava nelle coppe europee. Furono le tre stagioni decisive della sua carriera, condite da ventiquattro reti e una Coppa Italia, l’ultimo trofeo della storia del Toro. E una convocazione in Nazionale, alla vigilia dei Mondiali del 1994, tanto per non farsi mancare nulla.

Torino_Calcio_1992-93_-_Coppa_Italia
Il Torino di Emiliano Mondonico solleva la Coppa Italia 1992-1993. Oltre a Silenzi (ben visibile, in basso, non molto distante dalla coppa), di quella squadra facevano parte Luca Marchegiani, Daniele Fortunato, Sandro Cois, “Pato” Aguilera, Walter Casagrande e Vincenzo Scifo.

Nell’estate del 1995 divenne il primo italiano a giocare nel campionato inglese. Di più, il primo calciatore italiano a trasferirsi in un importante campionato straniero: prima di lui, il calcio italiano all’estero era fatto di poche vecchie glorie che migravano in cerca di soldi e vita comoda in Nordamerica (come Giorgio Chinaglia ai New York Cosmos di Pelé, e Roberto Bettega ai Toronto Blizzard) o in Giappone (Totò Schillaci e Daniele Massaro si erano appena trasferiti, rispettivamente, a Shimizu S-Pulse e Jubilo Iwata). Il Muro di Berlino era caduto, e si era trascinato dietro l’intero blocco comunista dell’Est Europa, la politica italiana veniva rivoltata come un calzino da Mani Pulite e dalla crisi della lira, e il mondo pareva entrato in una nuova era di modernità, pace e stabilità. La Premier League, intanto, raccoglieva sponsorizzazioni ricchissime e si poneva come il campionato di calcio per eccellenza, una sorta di Nba del football: nel 1991 Andrej Kanchelskis aveva lasciato l’Ucraina per il Manchester United, aprendo una porta che avrebbe condotto in Inghilterra Eric Cantona, Peter Schmeichel, Jurgen Klinsmann, David Ginola, Ruud Gullit, e anche allenatori come Arséne Wenger.

L’Indipendent salutò l’arrivo di Silenzi al Nottingham Forest come il segno dei tempi che cambiavano; Frank Clark, manager dei britannici, lo descriveva come “un eccellente giocatore a un prezzo ragionevole”, a causa delle difficoltà finanziarie del Torino, e “un tipico centravanti inglese” per la sua altezza e forza fisica a cui sapeva affiancare un discreto bagaglio tecnico, aggiungendo inoltre con sicurezza che “non ci sono molti giocatori più forti di Andrea, in questo campionato”. Cinque anni dopo, il Guardian lo inseriva tra i dieci peggiori acquisti della storia del campionato inglese: ci vollero 1,8 milioni di sterline per portarlo nel Nottinghamshire, più 30mila sterline al mese d’ingaggio, giocò una sola stagione, dodici partite e due sole reti; “era l’immagine del disinteresse”, secondo David Hills. Tornò in Italia, non segnò quasi più, e si ritirò nel 2001.

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Andrea Silenzi, durante una delle sue poche apparizioni con il Nottingham Forest, batte il cinque all’ala sinistra Steve Stone. Nella stessa squadra giocavano anche Stuart “Psycho” Pearce, Scot Gemmil (figlio del leggendario Archie), e l’ex-Foggia Bryan Roy.

Di Andrea Silenzi si deve dire che fu un pioniere, anche se quasi nessuno sembra ricordarsi di lui. La sua superficiale esperienza in Premier League fece da apripista per l’approdo di numerosi giocatori italiani di alto livello in Inghilterra: Fabrizio Ravanelli, Benito Carbone, Francesco Baiano, Nicola Berti, Paolo Di Canio, Attilio Lombardo, Stefano Eranio. Il Chelsea, in particolare, si affermò come il club degli italiani sotto la guida di Ruud Gullit, che acquistò nel 1996 Gianluca Vialli (che due anni dopo divenne il primo italiano ad allenare una squadra della Premier), Gianfranco Zola e Roberto Di Matteo, e in seguito vide in maglia blue Pierluigi Casiraghi, Carlo Cudicini e Christian Panucci, fino ai tempi più recenti con Emerson Palmieri, Davide Zappacosta e Jorginho; senza dimenticare i tecnici che hanno seguito l’esempio di Vialli, Claudio Ranieri, Di Matteo, Carlo Ancelotti – primo allenatore italiano a vincere la Premier League – Antonio Conte e ora Maurizio Sarri. Tutti a cercare gloria lassù al Nord, dove un tempo per primo osò Andrea Silenzi.

 

Fonti

AA VV, Andrea Silenzi, il granata dell’ultimo trofeo, Toronews

CAROTENUTO Angelo, Silenzi e quei gol alla Juve: “La mia notte da Maradona”, La Repubblica

COLEMAN Joe, England v Italy: Ranking the 15 best italian players in Premier League, including Zola, Balotelli and Di Matteo, TalkSport

GRASSI Simone, Italians: Andrea Silenzi e il peso del primato, TuttocalcioEstero

HILLS David, The 10 worst foreign signings of all time, The Guardian

LAMBERT Sid, Back to the 90s: From hero to zero – The story of Stan and Silenzi, Classic Football Shirts

MARPLES David, Transfer Tales: Andrea Silenzi – Nottingham Forest, The Football Pink

SHAW Phil, Silenzi signals a changed world, The Indipendent

WHOOLEY Declan, JOE’s forgotten footballers: Andrea Silenzi, JOE

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