I campioni dimenticati di Madiba

“Era venticinque anni fa, quando hanno portato via quell’uomo / Ora la libertà si avvicina ogni giorno di più.” – Simple Minds

Quando si chiede qual è lo sport nazionale sudafricano, l’unica risposta possibile è il rugby. E così è perché il calcio era divenuto sostanzialmente impraticabile e marginale nel sistema sportivo del Sudafrica novecentesco: il mondo del rugby ha sempre chiuso un occhio sull’apartheid, limitandosi alle critiche composte e a un blando tentativo di isolamento che non impedì mai al Sudafrica di disputare match in giro per il mondo o di accogliere in casa propria avversari di blasone (che di volta in volta accettavano le regole locali, che vietavano a qualsiasi giocatore di colore di scendere in campo, quale che fosse la sua squadra). Quando, invece, il Sudafrica si stava preparando per disputare la sua prima Coppa d’Africa, nel 1957, pretendendo di convocare solo calciatori bianchi, l’organizzazione lo escluse dal torneo; successivamente, la Fifa squalificò gli Springboks dalle competizioni internazionali.

Il calcio sudafricano sostanzialmente scomparve dalla vista del mondo, venendo confinato nei ghetti di Johannesburg e Soweto, praticato ormai in netta prevalenza da giocatori di colore. La Federazione era stata fondata nel 1892, una delle più antiche del mondo, ma dovette attendere cent’anni esatti prima di entrare nel mondo del calcio: la caduta del regime nel 1991 riportò il Sudafrica a disputare un incontro ufficiale, a quarant’anni esatti dalla sua affiliazione alla Fifa; nel 1994, Nelson Mandela fu eletto presidente – il primo tramite voto a suffragio universale – e due anni dopo il paese ospitò la Coppa d’Africa. Nel frattempo, nessuno parlava più di Springboks: la nazionale era quella dei Bafana Bafana (“ragazzi”, in lingua zulu), a sottolineare come il calcio fosse ormai lo sport della popolazione nera.

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1994: Nelson Mandela posa assieme ai giocatori del Liverpool, venuti in Sudafrica per una tournée di amichevoli.

E tuttavia, il nuovo Sudafrica di Nelson Mandela aveva scelto la via dell’integrazione e non dell’odio: la nazionale di calcio avrebbe annoverato calciatori di colore (come le punte Shaun Bartlett – un’ottima carriera e tanti gol prima negli Stati Uniti, e poi nello Zurigo e nel Charlton Athletic – e Philemon Masinga – che dopo il Leeds ebbe modo di giocare anche in Salernitana e, soprattutto, Bari – il difensore Lucas Radebe, una leggenda del Leeds, e il centrocampista Teophilus Khumalo, il più amato dai tifosi) ma anche giocatori bianchi (il centrocampista Eric Tinkler, che giocò anche con Cagliari e Burnsley, e i centrali difensivi Mark Fish – che vestì le maglie di Lazio, Bolton e Charlton Athletic – e Neil Tovey, nominato capitano della nazionale). Una generazione d’oro che porterà i Bafana Bafana a conquistare la coppa, e a ottenere due storiche qualificazioni mondiali consecutive, in Francia e in Corea e Giappone.

Divenuto padrone di casa all’ultimo, dopo che il Kenya aveva rinunciato agli oneri organizzativi, la Coppa d’Africa era arrivata al momento giusto: generazioni di calciatori cresciuti sotto la segregazione razziale e costretti a giocare in maniera quasi clandestina, senza alcuna possibilità di emergere e di trasformare la passione in un mestiere, d’improvviso catapultate su uno dei più importanti scenari mondiali, con la grande spinta di essere i primi sudafricani a giocare un torneo internazionale nella storia, e di poterlo giocare in casa. Un anno prima, proprio il rugby aveva aperto le danze, vincendo, sempre in casa, il suo primo Mondiale, anche in quel caso da esordiente. La storia la conoscete: diversi anni dopo, Clint Eastwood ci ha dedicato un film.

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1996: Mark Williams, attaccante del Wolverhampton, festeggia coi compagni uno dei due gol con cui il Sudafrica piega la Tunisia in finale di Coppa d’Africa.

Ma oltre a questo, il momento era propizio anche per la debolezza delle altre squadre africane. Il Camerun, regina delle nazionali del continente nero, era ormai giunta al culmine del suo periodo d’oro, quello andato dal 1982 al 1990 e incarnato da Thomas Nkono e Roger Milla. La Nigeria – che era la squadra del momento, deteneva il titolo continentale ed era ormai da qualche tempo un nome noto del calcio mondiale, e che ad agosto avrebbe vinto l’oro olimpico – era scivolata dalla guerra civile alla dittatura militare di Sani Abacha, e aveva preferito rinunciare alla partecipazione, visti i non idilliaci rapporti tra il generale e Mandela. Restavano poche squadre competitive, che si affidavano per lo più al talento dei singoli, come l’emergente Ghana di Abedi Pelè, lo Zambia dell’esperto Kalusha Bwalya e la Tunisia del giovane Adel Sellimi, che infatti arrivò in finale.

Quel Sudafrica di bianchi e neri finalmente uniti, che nel 1996 riappacificò una nazione divisa grazie allo sport, vedeva nel tecnico Clive Barker uno dei suoi simboli più perfetti: lui, che fin dai primi anni Settanta, in barba all’apartheid, aveva scelto di allenare squadre di calcio – dopo una carriera finita prematuramente per infortunio – composte solo da neri. Il mondo ricorda gli Springboks di François Pienaar, il Sudafrica ricorda i suoi Bafana Bafana.

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La formazione del Sudafrica campione continentale nel 1996.

 

Fonti

AA VV, Quando il Sudafrica sconfisse l’apartheid e vinse la Coppa, Crampi Sportivi

CABRIO Pietro, La parità e il rugby in Sudafrica, Il Post

GARGANO Antonio, Coppa d’Africa, ma senza Sudafrica: una storia di apartheid e vittorie, Fox Sport

RICCI Filippo Maria, Calcio – Sudafrica, Enciclopedia dello Sport Treccani

SEMERARO Stefano, Mandela, l’uomo che con lo sport ha cambiato il mondo, La Stampa

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