Il momento in cui ruggì il Senegal

Quando la palla si insaccò – con un’azione che arrivava quasi all’improvviso: pallone teso in area dalla destra, girata e rete che tremò, impazzita – El-Hadji Diouf prese la Storia e la portò a festeggiare con sé sotto la curva dello stadio Léopold Sédar Senghor di Dakar, gonfio di 60mila persone. Senegal 1 Marocco 0: c’erano ancora oltre 70 minuti da giocare, ma les Lions de la Teranga stavano già per viaggiare al loro primo Mondiale della storia.

Continua a leggere “Il momento in cui ruggì il Senegal”

Un torneo di calcio in piena guerra del Vietnam

“È una situazione totalmente sicura, non c’è nulla da temere. Inoltre, è una grande opportunità per tutti noi.” Probabilmente la scusa fu questa, detta in poche parole. Non è la prima volta che i calciatori australiani – non certo i più famosi al mondo – partivano per una tournée all’estero, ma sicuramente questa era la più assurda che la Federazione avesse organizzato. Il Friendly Nations Tournament sarebbe durato dal 4 al 14 novembre 1967, mettendo a confronto i Socceroos con altre sette selezioni, nella “splendida” location di Saigon. Sì, proprio Saigon.

Continua a leggere “Un torneo di calcio in piena guerra del Vietnam”

Pancho Villa, Zapata e il calcio nel Messico rivoluzionario

Non c’era molta gente a festeggiare la rete di Claude Butlin, che consentiva al Reforma Athletic Club di consacrarsi per la quinta volta campione nazionale. In Messico, il calcio non sembrava aver attecchito come in altri paesi americani: quando era stata fondata la Liga Amateur de Football Association, nel 1902, i club partecipanti erano quattro, poi erano saliti fino a cinque ma, otto anni dopo, ci si ritrovava con appena tre squadre. Ci voleva una rivoluzione, per cambiare le cose. E una rivoluzione arrivò.

Continua a leggere “Pancho Villa, Zapata e il calcio nel Messico rivoluzionario”

La contromaledizione di Béla Guttmann

Questa storia la conosciamo tutti: è forse la più famosa leggenda del calcio, che perseguita il Benfica da quasi sessant’anni. Nel 1962, subito dopo aver portato il club di Lisbona ad alzare la sua seconda Coppa dei Campioni, l’allenatore ungherese Béla Guttmann s’incontrò con i dirigenti e chiese un aumento di salario, che gli venne negato. I rapporti tra le parti si ruppero inaspettatamente, e Guttmann decise di licenziarsi, aggiungendo le nefaste parole: “Il Benfica non riuscirà a diventare campione d’Europa per almeno un secolo!” E così fu.

Continua a leggere “La contromaledizione di Béla Guttmann”

Tramonto danubiano

Si dice che il sogno dell’Ungheria si sia infranto prima sulle mani di Toni Turek, nell’estate del 1954, e poi contro l’acciaio dei carrarmati sovietici, nell’autunno del 1956. L’Aranycsapat, la “Squadra d’Oro” allenata da Gusztáv Sebes che aveva conquistato l’oro olimpico di Helsinki e che pareva destinata a vincere in scioltezza i Mondiali del 1954, si sfaldò in seguito alle defezioni eccellenti di Puskas, Kocsis e Czibor, e sparì dai radar del grande calcio internazionale. Poi vai a vedere bene, e le cose sono sempre un po’ più sfumate: ci fu un’altra Ungheria, meno da prime pagine ma a suo modo vincente, che riempì come poté quegli anni crepuscolari.

Continua a leggere “Tramonto danubiano”

Il Barcellona è davvero “più di un club”?

La scritta campeggia sulle tribune del Camp Nou, il “Nuovo Stadio” inaugurato nel 1957 a Les Corts, il distretto occidentale di Barcellona. Més que un club è il motto che incarna lo spirito del FC Barcellona, la sua vocazione a essere simbolo non solo di una città ma di un’intera regione, quella Catalogna che non si è mai del tutto sentita parte della Spagna. Questa storia la si sente ripetere spesso, ma è vera solo in parte: Més que un club, in verità, è soprattutto uno slogan promozionale, una mossa di marketing mascherata da messaggio politico.

Continua a leggere “Il Barcellona è davvero “più di un club”?”

Eintracht e capitalismo

Lo Jägermeister ha una storia di quasi 150 anni, anche se poi hanno iniziato a produrlo veramente solo nel 1934, all’alba del periodo hitleriano, in una cittadina della Bassa Sassonia di nome Wolfenbüttel. È inutile stare a dire che gli ingredienti sono un segreto aziendale, ma la ditta ci tiene a far sapere che in ogni bottiglia trovate 53 erbe miscelate a frutti e spezie, messi a macerare nell’alcol. Il logo è un cervo, perché a qualcuno parve per qualche ragione appropriato un bel riferimento all’agiografia di Sant’Eustachio, un martire del II secolo che aveva avuto una visione di Cristo crocifisso tra le corna di un cervo. Il nome del liquore, tradotto dal tedesco, significa “guardiacaccia”, e su ogni etichetta ci sono dei versi di Oskar von Riesenthal, ornitologo, guardiaboschi e scrittore ottocentesco. Ormai lo trovate praticamente in ogni bar, per cui ora avete qualche aneddoto da raccontare.

Continua a leggere “Eintracht e capitalismo”

Il Brasile sulle rive del Donets

Il pioniere è un lungagnone di 22 anni che fa la punta, ha una buona tecnica e se la cava bene nel gioco aereo: è un centravanti che unisce l’efficacia europea alla tecnica sudamerica, e può dare il giusto mix di concretezza offensiva – che interessa all’allenatore – e spettacolarità – che invece interessa ai tifosi. Evaeverson Lemos da Silva, in arte Brandão è un pioniere perché si tratta del primo brasiliano che sia mai arrivato a Donetsk, vasto insediamento industriale nell’Ucraina orientale a 750 km da Kiev, la periferia della periferia del calcio europeo.

Continua a leggere “Il Brasile sulle rive del Donets”

India 1950: un’occasione mancata

È il 1999: già solo palleggiare in quello stadio, con quella maglia bianca indosso, è un successo storico. Siamo a Bury, Inghilterra e terza serie del calcio locale, in una squadra dal lontanissimo passato glorioso ma appena retrocessa. Baichung Bhutia è uno dei nuovi arrivati, ha 23 anni e fa l’attaccante: viene da una serie di ottime stagioni, condite da valanghe di gol e premi, che lo hanno imposto come il più forte giocatore del suo paese. È indiano, anche se in realtà è un tibetano buddista del Sikkim. Non è realmente il primo indiano a giocare in Europa – Mohammed Salim scese in campo due volte con la maglia del Celtic, nel 1936: altri tempi, altro calcio, di cui ormai nessuno si ricorda più – ma il suo è sicuramente un colpo che fa scalpore. Bury non è Londra, ma Bhutia gioca ad appena 16 km da Old Trafford: una distanza sufficiente per respirare l’aria dei sogni.

Continua a leggere “India 1950: un’occasione mancata”

Whites vs Blacks: Una storia di calcio inglese e razzismo

Len Cantello è un ragazzone di 28 anni, folta chioma bionda e volto squadrato e spigoloso, come certi divi del cinema del decennio precedente. Nelle Midlands occidentali, è un idolo: è uno che ci è praticamente nato, al West Bromwich Albion, anche se la carta d’identità dice Manchester; è entrato nei Baggies a 18 anni, nel 1967, e ne ha attraversato oltre un decennio. Non certo il più brillante dei giocatori, Cantello è un mediano di fatica, di quelli destinati all’anonimato tra il grande pubblico e alla gloria imperitura tra pochi fedelissimi fan. D’altro canto, il suo WBA non è stato certo uno dei più memorabili della storia: Cantello ha fatto in tempo a vincere una FA Cup nel 1968, per poi vivere diverse stagioni d’anonimato e Second Division, fino al 1977 e all’arrivo in panchina di Ron Atkinson e a un clamoroso terzo posto nella stagione appena conclusa, quella del 1978-79. Ma i mediani, a furia di correre per tutti, invecchiano in fretta.

Continua a leggere “Whites vs Blacks: Una storia di calcio inglese e razzismo”