Banksy e il calcio

È difficile, oggi, vedere un disegno su un muro e non pensare “Banksy!”. Non si sa neppure bene cosa significhi, quel nome, e ancor meno si sa cosa nasconda: Banksy è la figura più enigmatica della contemporaneità, l’artista di strada più famoso al mondo ma di cui nessuno conosce l’identità. La notorietà e il suo opposto che convivono nello stesso soggetto, e l’una alimenta costantemente l’altra.

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Come la politica del Golfo influenza il calcio europeo

Sembrava tutto fatto: Mohammad bin Salman Al Sa’ud, principe ereditario dell’Arabia Saudita, era a un passo dall’acquistare il Newcastle United da Mike Ashley. Un’operazione che avrebbe fatto del club del North-East una delle società di calcio più ricche al mondo. Invece, il passaggio di proprietà è sfumato, e secondo diverse fonti dietro questo intoppo ci sarebbero gli evidenti riflessi della politica del Golfo Persico sul mondo del calcio europeo.

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La sentenza sul Manchester City è la conseguenza del sistema in cui viviamo

Ci si può stupire del modo in cui è finita la vicenda del Manchester City? Il club inglese era accusato di aver falsificato i bilanci per aggirare le norme del Fair Play Finanziario, ed era inizialmente stato condannato a due anni di esclusione dalle coppe europee e a 30 milioni di euro di multa; poi, il 13 luglio, la sentenza della Corte Arbitrale per lo Sport di Losanna ha ribaltato tutto, riammettendo i Citizens alle competizioni internazionali e riducendo la multa a soli 10 milioni. Ci si può stupire? Ragionevolmente, no.

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“Possiamo giocare, ma non allenare”

“Ci sono circa 500 giocatori in Premier League, e un terzo di loro sono neri. Eppure non abbiamo qualcuno che ci rappresenti nelle istituzioni, o negli staff tecnici.” Lo ha detto alla BBC Raheem Sterling, attaccante del Manchester City e della nazionale inglese da sempre molto attento alle problematiche razziali nel calcio. Fa un certo effetto, specialmente se implicitamente siamo portati a considerare il calcio come un ambiente meritocratico. Ma il dato è inequivocabile: i massimi campionati europei sono da anni pieni di calciatori neri, eppure pochissimi di questi riescono a trovare lavoro come allenatori ad alti livelli.

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Soccer e giustizia per George Floyd

Abbiamo visto il messaggio sui social di Jérôme Boateng, difensore del Bayern Monaco e della nazionale tedesca; abbiamo visto Marcus Thuram del Borussia Mönchengladbach inginocchiarsi dopo un gol, citando Colin Kaepernick, e poi Jadon Sancho e Achraf Hakimi, entrambi del Borussia Dortmund, esporre magliette dedicate a George Floyd. Ma un gesto altrettanto importante, ma di cui si è parlato meno a causa della scarsa fama del calciatore, è stato quello di Weston McKennie, 21enne centrocampista in forza allo Schalke 04, sceso in campo con una fascia dedicata a George Floyd.

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Il fútbol spagnolo e il neofascismo

Qualcuno forse si è sorpeso, qualcuno meno, leggendo il recente tweet di Pepe Reina – ex-portiere di Barcellona, Villarreal, Liverpool, Napoli e Milan – in favore della manifestazione di Vox tenutasi lo scorso sabato a Madrid contro il governo socialista spagnolo e le misure anti-coronavirus. Reina non è nuovo a posizioni di estrema destra: in passato aveva criticato l’indipendentismo catalano, e più volte si era espresso a sostegno di Vox, mettendo like a post social di suoi esponenti di spicco come Santiago Abascal, Iván Espinosa de los Monteros e Cristina Seguí.

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La guerra nei Balcani non cominciò al Maksimir

È una storia che abbiamo letto spesso: 13 maggio 1990, stadio Maksimir, la Dinamo Zagabria ospita la Stella Rossa di Belgrado in un match fondamentale in ottica scudetto. La tensione è alta, non solo per motivi sportivi, e alla fine esplode in scontri che arrivano anche in campo; un calciatore della squadra di casa, il 21enne Zvonimir Boban, colpisce con un calcio un poliziotto che sta aggredendo un tifoso. Un fotografo è lì e scatta la foto del momento. La Jugoslavia si dissolverà nel turbinio delle guerre civili, e la battaglia del Maksimir diverrà nota come la bomba che fece esplodere il paese.

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1898: Il calcio a Torino, i morti a Milano

È un solare e fresco giorno di primavera come tanti altri, l’8 maggio a Torino. Se non fosse che una discreta folla si è riunita al Velodromo intitolato al re Umberto I per assistere a un quadrangolare di questo sport nuovo arrivato dall’Inghilterra e che affascina molto i piemontesi. Meno di un mese prima è stata fondata la Federazione Italiana del Football, che ha subito deciso di organizzare il torneo il cui vincitore si potrà fregiare del titolo di campione d’Italia 1898.

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Il calcio dopo il coronavirus

 

Qualche giorno fa, su Twitter, l’account ufficiale della Roma condivideva la foto, tratta dal Corriere della Sera, di un bambino che gioca a calcio in una strada deserta. Il post recitava: “Ritorneremo. Tutti”. Da qualche giorno, infatti, si sta iniziando a parlare del dopo, di come il mondo ritornerà a vivere dopo il coronavirus. Concentrarsi sulla ripresa del calcio potrebbe sembrare superficiale, ma non è così: immaginare il calcio post-coronavirus significa anche immaginare, per estensione, la società che verrà.

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