Non c’è mai stato nulla di divertente in Massimo Ferrero

Bene o male, il mondo dei media italiani sembra essersi accorto che Massimo Ferrero è un delinquente. Alla buon’ora, verrebbe da dire. L’arresto avvenuto in settimana ha costretto tutti a parlare degli affari sporchi del proprietario della Sampdoria, imprenditore immerso nei debiti e già accusato di sottrarre soldi alle casse del club per coprire le perdite delle sue altre aziende. Verrebbe da chiedersi perché non ce ne si è resi conto prima, visto che letteralmente lo stesso giorno in cui acquistava la Samp (12 giugno 2014) patteggiava un anno e dieci mesi di reclusione per bancarotta fraudolenta. In questi setti anni nel calcio, che lo hanno portato da un relativo anonimato alla ribalta nazionale, è stato coccolato acriticamente dalla stampa e dalle televisioni, bisognosi delle sue bizzarre trovate necessarie a catalizzare l’attenzione del pubblico.

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Pablo Escobar Football Club

Per arrivare al campo da gioco, bisognava farsi trovare a Medellín. Lì arrivava un’auto blindata a recuperarti, di quelle coi finestrini scuri e robusti figuri armati alla guida. L’automobile attraversava la città diretta a sud, tagliando a metà il barrio di Envigado e iniziando a salire su per sentieri di montagna, fino a raggiungere una cima sovrastata da una villa bassa, affiancata da un campo da calcio recintato. Tutta la struttura era stracolma di guardie: arrivando lì, Diego Armando Maradona si domandò se non fosse stato arrestato da qualche corpo di polizia segreta colombiano. Gli spiegarono che il posto era davvero una prigione, costruita per una persona sola, la stessa che lo pagava per venire lì a giocare. Tutti chiamavano quell’eremo La Catedral.

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Perón, il calcio come politica

Al momento dell’inaugurazione, il 3 settembre 1950, il nuovo stadio di Avellaneda era uno dei più grandi e moderni d’Argentina, con una capienza di ben 60.000 spettatori. Quando erano iniziati i lavori, quattro anni prima, la squadra di cui sarebbe presto divenuto la casa, il Racing Club, era in lotta per tornare al vertice del calcio nazionale, in quel momento occupato dalla Maquina del River Plate. Per via della sua forma, a base rotonda ma dalle pareti molto alte, la gente del posto prese subito a chiamarlo El Cilindro; ma il suo vero nome era Estadio Juan Domingo Perón, il nome del presidente in carica dell’Argentina, l’uomo grazie a cui quell’edificio era stato costruito.

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Abbiamo bisogno di un calcio socialmente consapevole

Il vecchio mantra della governance del calcio – quello per cui “calcio e politica devono restare separati” – non è mai stato così in crisi come in questo momento. Gli Europei e la Copa América dell’estate 2021 hanno dimostrato ancora una volta che questi discorsi non possono essere tenuti separati, e che il calcio ha grande bisogno che giocatori e giornalisti sviluppino una maggiore consapevolezza sociale.

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Il conflitto israelo-palestinese e il calcio – Parte 2

Continua dalla prima parte

Il debutto, nel 1963, di Hassan Bastuni era un evento destinato a fare storia: non perché come calciatore fosse particolarmente promettente, ma perché era un arabo che vestiva la maglia di una nota squadra di prima divisione, il Maccabi Haifa. I primi decenni di vita dello Stato di Israele sono stati segnati, nonostante i conflitti con il mondo arabo, da vari tentativi di integrazione sostenuti dalla sinistra, al governo interrottamente dal 1948 grazie al partito Mapai, che dal 1968 si trasformerà nel Partito Laburista. E tra i primi deputati della Knesset eletti con Mapai negli anni Cinquanta c’era anche Rostam Bastuni, primo politico arabo-israeliano e zio di Hassan Bastuni.

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Il conflitto israelo-palestinese e il calcio – Parte 1

Nel 1972 la Nazionale di calcio non c’era: era la grande favorita delle qualificazioni – aveva vinto la Coppa d’Asia del 1964, preso parte al torneo olimpico del 1968 e ai Mondiali del 1970 – ma era stata clamorosamente eliminata ai calci di rigore dalla Thailandia. E i giocatori, col senno di poi, poterono dirsi felici di quel risultato: a quelle Olimpiadi, 11 loro colleghi di altre discipline furono uccisi da un gruppo di terroristi palestinesi. Nel settembre 1972, a Monaco di Baviera, il conflitto israelo-palestinese entrava violentemente nella storia dello sport internazionale.

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Ma ve la ricordate la Superlega?

Chissà in futuro come verranno raccontati i due giorni che avrebbero dovuto cambiare il mondo (del calcio) e invece no. Chissà se verranno ricordati, soprattutto. Anche perché il fallimento della Superlega, tanto quanto la sua eventuale nascita, non ha causato alcun significativo mutamento allo stato del calcio europeo. Anzi, mai rivoluzione o controrivoluzione sono state così avare di conseguenze concrete.

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La Grande Serie A era una truffa

Che fine ha fatto la bella Serie A di una volta?, si chiede ogni tanto qualche nostalgico. Persiste ancora, nel nostro calcio, il ricordo mitico di quel periodo tra gli anni Novanta e i primi Duemila in cui il campionato annoverava i migliori calciatori del mondo e le squadre più competitive e vincenti d’Europa, prima che la crisi ci trascinasse nel purgatorio degli ultimi tempi. Crisi deriva da un termine greco, krisis, che significa “scelta, decisione”: la crisi è la diretta conseguenza di una decisione – degli eccessi dell’epoca d’oro – è il suo doposbornia.

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