Il tracollo del 21 ottobre contro il Como è stato molto più simile a un motore che si ferma che a una spia d’allarme. Per il Manchester United si è trattato del punto più basso della stagione (finora), ma anche del culmine di un periodo sportivamente disastroso: la squadra non vince una partita dal 10 settembre, quando ha massacrato i modesti azeri del Sabah FK, e in Premier League non vede i tre punti addirittura dal 30 agosto, quando ha sconfitto la neopromossa Ipswich Town. E il problema è che i Red Devils si sono già trovati in una situazione simile parecchie volte negli ultimi anni. Di club gloriosi che vivono una lunga crisi ce ne sono e ce ne sono stati molti, ma nessuno è come il Manchester United, che in questi anni ha continuato a spendere cifre esorbitanti per assicurarsi alcuni dei migliori giocatori e allenatori al mondo, senza ottenere nessun concreto miglioramento nelle proprie prestazioni.

Nelle ultime stagioni, contando anche quella attuale, il Manchester United ha speso oltre 1,1 miliardi di euro in nuovi acquisti (a fronte di appena 350 milioni incassati dalle cessioni). Dall’Old Trafford sono passati alcuni dei migliori calciatori in circolazione, come Casemiro, Antony, Mason Mount, Rasmus Højlund, Joshua Zirkzee, Manuel Ugarte, Matthijs de Ligt, Matheus Cunha, Bryan Mbeumo, Benjamin Šeško, Youri Tielemans e Carlos Baleba. Non sono stati da meno gli allenatori: Ralf Rangnick, Erik ten Hag, Ruben Amorim. Figure esperte e giovani promesse. Il club le ha provate tutte, cannibalizzando una buona fetta del mercato internazionale. In cambio, ha ottenuto appena una FA Cup e una Coppa di Lega, cioè due trofei minori, e solamente due qualificazioni alla Champions League nelle quattro stagioni scorse, senza mai superare il terzo posto nella Premier League. La domanda è legittima: come si può spendere tanto e ottenere così poco?

“Colpa della dirigenza”, si può rispondere. Eppure, anche qui, negli ultimi anni si è provato di tutto. Nel 2021 sono arrivate le dimissioni del CEO Ed Woodward, l’uomo di fiducia della famiglia Glazer, proprietaria dal 2005, e da allora il club ha deciso di adottare per la prima volta la figura del direttore sportivo. Se ne sono succeduti tre in cinque anni: John Murtough, che lavorava nel club dal 2013; Dan Ashworth, l’uomo che aveva plasmato il Brighton e poi riportato ai vertici il Newcastle (e che a Manchester è durato la bellezza di cinque mesi); e infine Jason Wilcox, lunga esperienza nelle giovanili del Manchester City e un buonissimo lavoro recente nel Southampton. Sono stati tre dei dirigenti più pagati della Premier League, durante il loro periodo allo United, e hanno tutti ugualmente deluso. Wilcox, in carica dall’aprile 2024, ha già licenziato due allenatori (Ten Hag e Amorim) e sta per fare fuori il terzo (Michael Carrick), in attesa che la falce non si abbatta anche su di lui, al prossimo fallimento.

Per la maggior parte dei tifosi, la responsabilità di tutto questo è, essenzialmente, della scriteriata gestione dei Glazer, che da ventuno anni possiedono lo United e che, in questo periodo, lo hanno lentamente accompagnato verso il disastro attuale. Nel 2005, la loro holding, First Allied Corporation, è diventata la prima società americana ad acquistare un club calcistico europeo di primo piano, attirata dalle enormi potenzialità del brand. Il Manchester United era una delle squadre più forti d’Europa e annoverava alcuni dei più famosi giocatori a livello globale: Ryan Giggs, Paul Scholes, Rio Ferdinand, Wayne Rooney, Ruud van Nistelrooy e l’astro nascente Cristiano Ronaldo. L’allenatore scozzese Alex Ferguson, al timone dal 1986 e sostanzialmente plenipotenziario, era il tecnico di calcio più iconico sul pianeta, la cui figura travalicava addirittura i confini di questo sport. Soprattutto, lo United era il club più ricco al mondo: aveva un fatturato di quasi 250 milioni di euro annui, ed era tra le poche big a essere in attivo. Oggi, ha circa 1,4 miliardi di euro di debiti.

Paul Pogba Manchester United
Nessun giocatore incarna il disastro del Manchester United quanto Paul Pogba: acquistato a costo zero a 16 anni; lasciato andare alla Juventus tre anni dopo, sempre a parametro zero; riacquistato per 105 milioni di euro dopo quattro stagioni, diventando il calciatore più pagato al mondo. Con i Red Devils ha vinto una Europa League e una Coppa di Lega, svincolandosi nel 2022.

Il fallimento nella gestione economica è chiaramente un aspetto separato da quello sportivo: i debiti non hanno impedito al Manchester United di continuare ad avere giocatori e allenatori di primo piano, per cui i mancati successi non sono da addebitare a una mancanza di fondi. Questo, però, evidenzia un problema ancora più grande. Che i Glazer non fossero degli esperti di calcio era noto già vent’anni fa, ma era legittimo aspettarsi che, essendo la finanza la loro specialità, il club sarebbe finito per diventare via via sempre più ricco. Invece, già nel 2012 Reuters rivelava che i debiti erano arrivati a 544 milioni di euro. In parte erano dovuti al fatto che i figli del proprietario, Malcom Glazer, prendevano in prestito grandi somme di denaro dai conti del club, applicando un tasso d’interesse di molto inferiore rispetto a quello che avrebbero ottenuto chiedendo un prestito bancario. I Glazer non avevano acquistato il club più ricco al mondo per garantire solidità economica e successo sportivo nel tempo, ma per usarlo come salvadanaio. Secondo la BBC, i Glazer sono costati ai Red Devils 1,4 miliardi di euro nei primi vent’anni della loro gestione.

Il paradosso dei conti del Manchester United è lo specchio delle contraddizioni della finanza contemporanea: in vent’anni, il fatturato del club è più che triplicato (788 milioni di euro nel 2026, secondo i dati riportati lo scorso settembre da Calcio e Finanza), ma ha fatto registrare il settimo bilancio consecutivo in rosso e i debiti complessivi sono quasi il doppio dei ricavi. Mentre i risultati continuano a scarseggiare e le spese per gli acquisti dei giocatori sono sempre superiori agli introiti per le cessioni, nelle ultime stagioni la dirigenza si sta impegnando a ridurre i costi operativi. In che modo? Riducendo i costi del personale, in particolare licenziando numerosi dipendenti. Secondo l’ultimo studio di Deloitte, il Manchester United è il decimo club più ricco al mondo, eppure negli ultimi due anni ha licenziato 322 persone, pari a circa il 30% dei suoi dipendenti totali. La domanda è legittima: è possibile guadagnare così tanto, spendere così tanto in giocatori e allenatori, e far pagare questa crisi alle persone che hanno meno responsabilità nel disastro sportivo ed economico della società?

I tagli al personale portano la firma di Jim Ratcliffe, il magnate della chimica che alla fine del 2023 ha acquisito una quota di minoranza dello United. Si tratta di un’altra operazione che dovrebbe accendere un riflettore su un mondo completamente schizofrenico: Ratcliffe ha pagato 1,3 miliardi di dollari ai Glazer per il 25% del club. La famiglia statunitense lo aveva comprato per quasi 1,5 miliardi di dollari nel 2005, poi lo ha usato per prendere in prestito denaro a basso interesse, e nel frattempo ha riempito di debiti la società e ne ha compromesso lo status sportivo internazionale. Nonostante questo, è riuscita a vendere un quinto delle quote del club a una cifra esorbitante. Quella che viene generalmente descritta dai media come una “gestione fallimentare” sembra invece un grande successo finanziario. Il Manchester United dei Glazer rappresenta, in un certo senso, un’azienda too big to fail: anche senza vincere e anche indebitandosi, il suo valore ha continuato a crescere.

Ma torniamo a Ratcliffe. Arrivato a Manchester come salvatore della patria e messo a capo delle operazioni sportive, finora non è riuscito ad avere alcun impatto né sul piano tecnico né su quello finanziario. La squadra continua ad andare male e i debiti sono ulteriormente aumentati. Ma d’altronde, come tanti grandi miliardari della nostra epoca, Ratcliffe si portava dietro una fama con ben pochi riscontri nella realtà. In sette stagioni di proprietà del Nizza, non ha ottenuto più di un quarto posto nella Ligue 1, pur spendendo molto di più della maggior parte delle rivali, e al momento il club ha più di 230 milioni di euro di debiti. Ratcliffe ha buttato altri 350 milioni di sterline in un team di vela, nella speranza di vincere l’America’s Cup, ma non ci è mai riuscito. Le cose sono andate meglio nel ciclismo, dove il Team Ineos ha conquistato un Tour de France e due Giri d’Italia, a fronte però di spese da record per questo sport. Il vero problema è però la fonte principale dei suoi guadagni, Ineos, l’azienda da lui fondata nel 1998, che al momento ha più di 15 miliardi di euro di debiti.

Jim Ratcliffe Manchester United
Tra il 2025 e il 2026, le principali agenzie di rating hanno declassato Ineos a causa dei crescenti debiti, che secondo diversi analisti sono dovuti anche agli spregiudicati investimenti sportivi di Ratcliffe. Nonostante questo, Forbes stima il suo patrimonio personale in 17,5 miliardi di dollari, che ne fanno uno dei dieci uomini più ricchi del Regno Unito.

Osservando il suo curriculum, Jim Ratcliffe si presenta di sicuro come un uomo molto ricco, ma non proprio come un imprenditore di successo. Eppure, la sua storia è tutt’altro che inusuale: basta indagare un minimo nelle vicende finanziarie dei più celebrati imprenditori di questi anni per imbattersi in una serie impressionante di fallimenti e debiti incontrollati. Ratcliffe e i suoi omologhi sembrano rispondere a un criterio peculiare: non conta quanti soldi facciano, ma quanti ne spendano. Dimostrare al mercato di avere denaro da spendere è sinonimo di forza e salute, anche se poi i bilanci segnano un rosso sempre più profondo. E la cosa più preoccupante è che queste persone potrebbero non essere genuinamente dei furbi manipolatori, ma piuttosto essere convinte del proprio successo e dei propri meriti, vittime di una distorsione percettiva che le porta a sopravvalutare le proprie effettive capacità.

Per esempio, lo scorso settembre Ratcliffe ha detto al Sunday Times che il nuovo Primo Ministro britannico Andy Burnham dovrebbe prendere decisioni impopolari per migliorare il Regno Unito, citando come modello quanto da lui fatto al Manchester United. “Abbiamo fatto ciò che pensavamo fosse meglio per il club, non quello che pensavamo mi avrebbe fatto apparire positivamente sui giornali” ha spiegato. Eppure, nessuno considera lo United come un club gestito in maniera efficiente da qualsiasi punto di vista, e chiunque con un minimo di razionalità dovrebbe comprendere che citarlo come esempio delle proprie abilità manageriali sia piuttosto controproducente. È un’intervista a una persona del tutto scollegata dalla realtà, che arriva a dire che il Manchester United sta già “traendo beneficio” da queste operazioni e che è ormai “il club con i ricavi più alti al mondo” (ma sappiamo dallo studio di Deloitte che è solamente decimo in questa classifica).

Ratcliffe non solo gode di una reputazione che è direttamente proporzionale al suo patrimonio, ma entrambi non sembrano avere alcuna connessione diretta con un effettivo successo imprenditoriale. E la stessa cosa si potrebbe dire per i Glazer, capaci di rimanere enormemente facoltosi a dispetto delle loro discusse gestioni aziendali: secondo Forbes, la famiglia statunitense ha un giro d’affari superiore ai 12 miliardi di dollari. Lo sport, se non altro, ha il merito di rendere particolarmente evidenti queste contraddizioni tra lo status dei super-ricchi e i risultati che ottengono nella gestione delle loro società.

Se questo articolo ti è piaciuto, aiuta Pallonate in Faccia con una piccola donazione economica: scopri qui come sostenere il progetto.

Rispondi

LEGGI ANCHE