Non si gioca contro chi viola i diritti umani. La pensavano così, in Irlanda, nel 1999. Il 5 giugno, la selezione locale doveva ospitare la Jugoslavia nelle qualificazioni agli Europei, ma nel paese era sorto un movimento di protesta che chiedeva di boicottare la partita: da più di un anno, l’esercito jugoslavo stava compiendo dei massacri di civili nel Kosovo, una regione meridionale del paese balcanico in cui era sostanzialmente in corso una guerra civile. Poco più di due mesi prima, la NATO aveva deciso di intervenire nel conflitto e di bombardare le postazioni serbo-jugoslave, compresa la capitale Belgrado. Si trattava del macabro secondo capitolo delle guerre balcaniche di inizio decennio, solo che questa volta, a differenza di quanto avvenuto nel 1992, le istituzioni calcistiche internazionali non avevano deciso di sospendere la Jugoslavia dalle competizioni.
La guerra in Kosovo era scoppiata ufficialmente nel febbraio del 1998, un mese dopo il sorteggio che aveva messo Irlanda e Jugoslavia nello stesso girone. Ma in realtà si trascinava da tempo, sottotraccia. Fin dagli anni Settanta, la regione era attraversata da costanti proteste sociali, dovute al fatto che il Kosovo era la regione con i più alti tassi di disoccupazione e analfabetismo di tutta la ex-Jugoslavia. Questa situazione aveva fatto crescere, nella popolazione locale, la convinzione di essere emarginata e abbandonata da parte del potere centrale di Belgrado. Ai problemi sociali se n’erano aggiunti altri più tipicamente etno-nazionalisti perché, in quanto regione di confine con l’Albania, il Kosovo ospitava sia serbi di religione ortodossa che albanesi di religione musulmana. Ma mentre la popolazione serba era in costante diminuzione, perché chi poteva emigrava verso nord, gli albanesi vivevano un forte incremento demografico.
Negli anni Ottanta, tra gli albanesi-kosovari avevano iniziato a emergere spinte indipendentiste, mentre in Serbia i nazionalisti segnalavano con crescente preoccupazione ciò che accadeva in una regione che rappresentava una parte fondamentale della loro storia. Slobodan Milošević fu il politico che più di tutti aveva saputo sfruttare a proprio vantaggio le feroci pulsioni nazionaliste serbe e, una volta nominato Presidente della Serbia (all’epoca una delle repubbliche della Jugoslavia unita), revocò l’autonomia del Kosovo. Nella prima metà degli anni Novanta, le guerre jugoslave in Croazia e Bosnia avevano distratto l’attenzione generale dalla questione kosovara, ma avevano anche messo in luce cosa i serbi erano disposti a fare per difendere i territori che consideravano propri. Così era nato l’UÇK, l’Esercito di Liberazione del Kosovo, che aveva l’obiettivo esplicito di perseguire l’indipendenza attraverso la lotta armata: a partire dal 1996, l’organizzazione aveva iniziato a condurre una guerriglia contro le forze jugoslave – che erano ormai essenzialmente serbe – avviando l’escalation del conflitto.
Le notizie che arrivavano dai Balcani erano, ancora una volta, sconvolgenti. Le organizzazioni umanitarie denunciavano operazioni di polizia etnica e reiterate violenze sessuali sulle donne albanesi-kosovare. Il 27 aprile 1999, dopo che l’UÇK aveva ucciso sei poliziotti serbi in un attentato nel villaggio di Meja, vicino a Gjakova, le forze jugoslave avevano radunato 377 uomini e ragazzi, per lo più rifugiati che stavano cercando di raggiungere l’Albania, e li avevano uccisi tutti. Migliaia di profughi abbandonavano il Kosovo in cerca di salvezza: il mese dopo la strage di Meja, l’Irlanda aveva accolto 1.000 profughi kosovari. In questo contesto, l’idea di ospitare tranquillamente a Dublino la rappresentativa jugoslava per una partita di calcio sembrava a molti irlandesi una disumana follia. Un sondaggio indicava che il 71% della popolazione era favorevole alla cancellazione della partita.

In questo clima, a fine maggio il governo guidato da Bertie Ahern, esponente del partito centrista Fianna Fáil, decise di intervenire. Durante un summit politico a Paderborn, in Germania, il Ministro dello Sport, Jim McDaid, aveva parlato con i suoi omologhi di altri paesi europei per chiedere il loro supporto per lo spostamento della partita contro la Jugoslavia a un’altra data. Tony Banks, il Ministro dello Sport britannico, era stato tra coloro che avevano sostenuto la petizione irlandese presso la UEFA, ma la confederazione del calcio europeo, supportata dalla FIFA, aveva stabilito che non c’erano fondati motivi per un rinvio. Era andata in maniera diversa l’ottobre precedente, quando la UEFA aveva deciso di spostare di un mese, dal 10 ottobre al 18 novembre, la gara di andata a Belgrado, a causa proprio della guerra. Ma Dublino, a differenza della capitale jugoslava, non presentava alcun pericolo per giocatori, staff e tifosi, e dunque si poteva procedere come da programma.
Ciononostante, in Irlanda l’opinione pubblica era schierata in maniera preponderante contro la partita. Era un’opzione che preoccupava Bernard O’Byrne, il presidente della Federcalcio FAI, per via delle pesanti sanzioni nei confronti della sua organizzazione. L’Irlanda avrebbe perso la partita a tavolino, ma avrebbe anche potuto ricevere una penalizzazione o una multa, o essere costretta a giocare le successive partite casalinghe a porte chiuse. Nel peggiore dei casi, la UEFA avrebbe potuto escluderla dall’Europeo, assestando un brutto colpo alle ambizioni sportive irlandesi. L’Irlanda veniva dal ciclo migliore della sua storia, iniziato proprio con la storica partecipazione all’Europeo del 1988 e proseguito con due qualificazioni consecutive ai Mondiali. Nel 1996, dopo l’addio di Jack Charlton al ruolo di allenatore e l’arrivo di Mick McCarthy, i Boys in Green avevano però mancato l’accesso al Mondiale del 1998 e l’Europeo del 2000 era una buona occasione per rifarsi. La squadra aveva alcuni validi elementi, tra cui soprattutto il mediano del Manchester United Roy Keane, più diversi giovani molto promettenti: Shay Given tra i pali, Gary Kelly e Ian Harte in difesa, Kevin Kilbane e Damien Duff a centrocampo, e Robbie Keane in attacco.
Il 5 settembre 1998, al debutto nelle qualificazioni, avevano battuto con un convincente 2-0 la Croazia, che solo pochi mesi prima era arrivata terza al Mondiale di Francia. Al momento della partita di Dublino contro la Jugoslavia, l’Irlanda aveva vinto tre partite su quattro, perdendo solamente quella giocata il 18 novembre a Belgrado. O’Byrne aveva provato a spiegare al governo che, se ci si fosse fatti scrupoli a giocare contro paesi responsabili di crimini di guerra, l’Irlanda avrebbe avuto ben pochi avversari con cui cimentarsi. L’umore della squadra, però, era abbastanza negativo: nei giorni precedenti l’incontro, McCarthy aveva assicurato che i suoi giocatori si sarebbero comportati da professionisti, ma aveva pure aggiunto che molti non erano a loro agio con l’idea di affrontare la Jugoslavia. Per venire loro incontro, la FAI decise che non avrebbe provveduto a coprire le spese per l’ospitalità della squadra avversaria e annunciò che l’inno jugoslavo non sarebbe stato suonato prima dell’inizio della partita.
In assenza di una chiara presa di posizione della UEFA, Ahern decise di forzare la mano alle istituzioni sportive e il 2 giugno il governo irlandese comunicò che, a causa della “inaccettabile situazione in Kosovo”, non avrebbe concesso alla squadra jugoslava i visti per entrare nel paese. In poche parole: la partita non si sarebbe giocata. O’Byrne aveva subito preso le distanze dalla decisione, precisando che la FAI non aveva avuto alcuna voce in capitolo, ma sottolineando le responsabilità della UEFA, che aveva negato il rinvio della partita. In parallelo, il segretario generale dell’associazione dei tifosi irlandesi, Alan Hunter, plaudiva alla scelta del governo, ribadendo che rifiutarsi di giocare era la decisione corretta. Il presidente della UEFA, Lennart Johansson, scaricava invece le responsabilità sull’Unione Europea, a cui chiese di esprimersi su quanto fatto dall’Irlanda e sulla partecipazione delle rappresentative jugoslave alle competizioni sportive internazionali.

Curiosamente, non era la prima volta che Irlanda e Jugoslavia si trovavano in una situazione del genere. Nel 1955, la selezione balcanica avrebbe dovuto disputare un’amichevole al Dalymount Park di Dublino, ma l’arcivescovo della capitale irlandese, John Charles McQuaid, ne aveva chiesto la cancellazione, denunciando l’arresto dell’arcivescovo di Zagabria, Alojzije Stepinac, da parte delle autorità dell’allora Jugoslavia socialista. McQuaid fece pressioni sul governo, il quale a sua volta minacciò di non concedere i visti agli jugoslavi. Tuttavia, questo non avvenne e la FAI riuscì a far disputare regolarmente l’amichevole. 44 anni dopo, la situazione si ripresentava, ma con motivazioni ben diverse e, questa volta, con un’opinione pubblica nettamente schierata in favore del boicottaggio.
La UEFA si era trovata con le spalle al muro. La partita di Dublino venne rinviata a data da destinarsi, ma proprio nei giorni in cui questo avveniva il governo di Milošević accettava la proposta di pace e la NATO interrompeva i bombardamenti. La guerra in Kosovo terminava con almeno 9.000 albanesi-kosovari uccisi e più di un milione sfollati, 1.600 serbo-kosovari uccisi e oltre 100.000 rifugiati, e poi 13.500 soldati di entrambi gli schieramenti morti o dispersi. I bombardamenti della NATO avevano causato, a loro volta, circa 500 vittime. Con la fine della guerra, la partita poteva essere riprogrammata nei mesi successivi, e questo consentì alla FAI e alla UEFA di trovare un comodo compromesso: 50.000 franchi svizzeri di multa e la copertura delle spese della squadra jugoslava, ma nessuna squalifica né sconfitta a tavolino.
Il 1° settembre 1999, l’Irlanda sconfisse a Dublino la Jugoslavia per 2-1 con le reti di Robbie Keane e Mark Kennedy, salendo in testa al Gruppo 8. Il primato non sarebbe durato a lungo, perché tre giorni dopo, perdendo a Zagabria, i Bhoys in Green lasciavano campo alla Jugoslavia per tornare in testa. Alla fine, la squadra balcanica terminò prima nel girone, qualificandosi per la fase finale dell’Europeo, mentre l’Irlanda, arrivata seconda davanti alla Croazia, dovette affrontare i playoff, perdendo contro la Turchia e venendo esclusa dal torneo. Ma era stato l’unico paese a porsi un problema di coscienza e a ricordarsi che lo sport e la politica non possono essere separati, specialmente quando la politica degenera nella guerra e nei suoi crimini. In seguito, l’ong Genocide Watch avrebbe definito le violenze serbe nei confronti degli albanesi-kosovari come “massacri genocidari”.
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Fonti
–EU to intervene in Dublin match row, BBC News
–FOLEY MICHAEL, Visas cancelled — when the government stopped Ireland playing Yugoslavia, The Times
–How Ireland Risked Expulsion From The European Championships Over Yugoslavian Quarrel, Balls


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