Ci furono fischi assordanti all’inno nazionale e ogni volta che i giapponesi toccavano palla, ma quello fu il meno. Al termine dell’incontro, con la formazione nipponica vincitrice per 3-1, i suoi tifosi dovettero essere scortati dalla polizia fuori dallo stadio, dove si era riversata una folla di centinaia di sostenitori della Cina, che intonavano canti nazionalisti e bruciavano bandiere del Giappone. 6.000 agenti di polizia erano stati schierati attorno allo Stadio dei Lavoratori di Pechino per garantire l’ordine, ma era servito a poco. La protesta dei tifosi cinesi era degenerata rapidamente in scontri violenti con le forze dell’ordine, che erano durati per diverse ore. Altri erano invece andati a manifestare direttamente fuori dall’hotel che ospitava il Giappone e addirittura davanti all’ambasciata giapponese. Era raro che in Cina si verificassero proteste di questo tipo, e inaudito che avvenisse per una partita di calcio.
Ma Cina-Giappone non era chiaramente un evento sportivo come gli altri. Nel 1937, il Giappone aveva invaso la Cina, iniziando un sanguinoso conflitto terminato solo con la sconfitta dell’Impero nipponico al termine della Seconda Guerra Mondiale: diversi milioni di cittadini cinesi, tra soldati e civili, erano stati uccisi. Si erano verificati numerosi abusi e crimini contro i diritti umani, ben rappresentati dal massacro di Nanchino: in sei settimane di occupazione militare della città, i giapponesi avevano stuprato, saccheggiato e ucciso migliaia di persone innocenti (circa 300.000 morti, secondo le stime). Fino al 1972, il Giappone non aveva mai riconosciuto le proprie responsabilità sul massacro, e anche in seguito molti politici continuarono a portare avanti tesi negazioniste. Tra di essi c’era Shintaro Ishihara, Governatore di Tokyo dal 1999, secondo cui si trattava di una macchinazione cinese per denigrare il Giappone.
Sulla stessa linea di Ishihara si inseriva anche uno dei nomi emergenti della destra giapponese, Shinzo Abe. Proveniva dal Partito Liberal Democratico, la formazione conservatrice tradizionalmente al potere nel paese. Il Primo Ministro in carica, Junichiro Koizumi, aveva già fatto molto discutere a livello internazionale per le sue frequenti visite al santuario Yasukuni, dove si rende omaggio ai soldati giapponesi morti in guerra: lungi dall’essere solamente un luogo di culto e memoria nazionale, il santuario ospita un elenco di 2 milioni e mezzo di nomi da onorare, tra i quali figurano pure oltre 1.000 criminali di guerra. Tutte queste situazioni avevano fatto gradualmente risalire le tensioni nazionaliste con la Cina, un paese che stava vivendo un rapido sviluppo economico (al contrario del Giappone) e che da tempo provava una forte insofferenza per l’atteggiamento nipponico nei confronti della memoria della guerra.
In questo contesto si era arrivati alla Coppa d’Asia del 2004, la prima della storia a essere ospitata in Cina. Il governo comunista puntava molto sul torneo come dimostrazione della propria capacità di organizzare grandi eventi internazionali e di ottenere anche risultati sportivi di primo piano, con lo sguardo già rivolto ai Giochi Olimpici di Pechino del 2008. La Nazionale cinese aveva già raggiunto il quarto posto nella Coppa d’Asia di quattro anni prima in Libano, grazie all’apporto di giocatori come la punta Yang Chen dell’Eintracht Francoforte e il difensore Fan Zhiyi del Crystal Palace. La squadra era stata affidata nel 2000 all’iconico Bora Milutinović, allenatore serbo specializzato nell’ottenere risultati storici con squadre di basso profilo: era stato proprio lui a portare la Cina a disputare per la prima volta la fase finale di un Mondiale, nell’edizione di Corea del Sud e Giappone del 2002. Dopo il Mondiale, al suo posto era arrivato l’olandese Arie Haan.

Se, da un lato, la Cina era un paese calcisticamente in crescita, il Giappone si era affermato nel decennio precedente come il dominatore del calcio asiatico. Dopo l’ottavo di finale raggiunto al Mondiale di due anni prima – il miglior risultato della storia nipponica – si presentava alla Coppa d’Asia da campione in carica, con un nuovo prestigioso allenatore (l’ex campione brasiliano Zico), e con una squadra impreziosita dal talento del centrocampista della Reggina Shunsuke Nakamura. Il Giappone aveva i favori del pronostico, e già questo era stato sufficiente per attirargli l’antipatia del pubblico di casa, ma fin dall’inizio del torneo fu chiaro che l’atteggiamento dei tifosi cinesi verso la squadra nipponica andava molto oltre la rivalità sportiva.
La Cina era un paese dove il calcio godeva di una buona popolarità, ma non è ancora un fenomeno paragonabile a quello europeo. Ad eccezione delle partite della Nazionale locale, gli stadi della Coppa d’Asia 2004 avevano faticato a riempirsi, restando tendenzialmente sotto le 30.000 presenze. I match del Giappone facevano eccezione, e non solo per la qualità dei suoi giocatori: ogni partita della selezione del Sol Levante vedeva una folta partecipazione di contestatori cinesi, che andavano allo stadio a sostenere l’avversario di turno. I fischi accompagnavano le azioni dei giocatori di Zico, mentre sugli spalti venivano esposti striscioni che dicevano cose come “Imparate la storia e scusatevi con i popoli dell’Asia”, “Restituite le Isole Diaoyu” (un arcipelago amministrato dal Giappone con il nome di Isole Senkaku, ma rivendicato sia dalla Cina che da Taiwan) e “Morte ai giapponesi”. Il quarto di finale vinto dal Giappone ai rigori contro la Giordania aveva raccolto 52.000 persone a Chongqing (la partita più vista del torneo, tra quelle senza la Cina in campo), e alla fine i tifosi di casa avevano assaltato l’autobus della squadra nipponica.
All’inizio di agosto, quando Cina e Giappone vinsero le rispettive semifinali e fu chiaro che si sarebbero dovute affrontare nella sfida decisiva per la conquista del titolo continentale, la questione divenne un caso diplomatico. Il Capo Segretario di Gabinetto del governo nipponico, Hiroyuki Hosoda, cercò inutilmente di stemperare gli animi, dicendo che era “prematuro associare le rivalità calcistiche con le questioni politiche”, ma altri suoi colleghi avevano un’opinione del tutto differente. Due delle più importanti figure del Partito Liberal Democratico, Mineichi Iwanaga e Kyoko Nishikawa, denunciarono esplicitamente “l’educazione anti-giapponese” impartita nelle scuole cinesi, e misero in dubbio che la Cina potesse ospitare adeguatamente i Giochi Olimpici, quattro anni dopo. Questa critica fu ripresa, con toni più o meno duri a seconda della linea editoriale, dalle principali testate del paese, dal giornale conservatore Yomiuri Shimbun al liberale Asahi Shimbun.
Anche il Primo Ministro Koizumi intervenne nel dibattito, deplorando il comportamento dei tifosi cinesi e chiedendo rassicurazioni all’ambasciatore di Pechino riguardo alla sicurezza dei sostenitori e dei giocatori giapponesi. Dalla Cina, arrivò la moderata risposta del portavoce del Ministro degli Esteri, Kong Quan, che da un lato invitava i tifosi cinesi a comportarsi in maniera corretta, ma dall’altro denunciava le “esagerazioni” e la campagna anti-cinese veicolate dai media giapponesi. I giornali e le televisioni cinesi, però, non erano stati da meno, raccontando un clima da guerra che avrebbe accolto la squadra giapponese allo Stadio dei Lavoratori di Pechino, il 7 agosto. I 62.000 posti dell’impianto erano andati rapidamente tutti esauriti, ma era atteso l’arrivo dal Giappone di appena 2.000 sostenitori dei Samurai Blu. L’ambasciata giapponese a Pechino aveva già avvertito tutti i suoi connazionali che si sarebbero recati in Cina di non indossare magliette o altri simboli della Nazionale, e di mantenere un basso profilo durante la loro permanenza nel paese.

La tensione crebbe immancabilmente durante la partita, soprattutto dopo la rete del 2-1 segnata da Koji Nakata, che mise in porta con un tocco di mano, non visto dall’arbitro kuwaitiano Saad Kameel Al-Fadhli, un preciso calcio d’angolo di Nakamura. Circa mezz’ora dopo, il personale dello stadio di Pechino dovette alzare al massimo il volume della musica durante la premiazione del Giappone, per contrastare il boato ostile e gli insulti dei tifosi cinesi nei confronti della squadra vincitrice. All’esterno, intanto, stavano iniziando le proteste che avrebbero poi condotto a una notte di scontri e arresti.
La questione, però, si esaurì con quella partita. La marginalità internazionale della Coppa d’Asia, specialmente negli anni Duemila, giocò a favore della Cina, la cui reputazione non fu particolarmente danneggiata dalle violenze, a soli quattro anni dai Giochi Olimpici. Nel 2008, il paese avrebbe dimostrato di poter organizzare un grande evento pubblico sicuro ed efficiente, e non ci fu nessun tipo di problema diplomatico con la delegazione giapponese. Sotto la guida di Hu Jintao, al potere dalla fine del 2002, la Cina cercò di migliorare le proprie relazioni con il Giappone, anche se la questione delle isole Senkaku-Diaoyu tornò a creare preoccupanti attriti all’inizio del decennio successivo. La finale della Coppa d’Asia del 2004, però, fu soprattutto l’apice del calcio in Cina, dopo la quale iniziò un lungo declino, tutt’oggi in corso.
Se questo articolo ti è piaciuto, aiuta Pallonate in Faccia con una piccola donazione economica: scopri qui come sostenere il progetto.
Fonti
–China, Japan face off in uneasy final, Taipei Times
–Open field for China-Japan hatred, Al Jazeera
–WATTS Jonathan, Chinese fans go on rampage, The Guardian
–YOSHIDA Reiji, Don’t assume China’s soccer boos are political: Hosoda, Japan Times


Lascia un commento