“Vi scrivo per invitarvi formalmente a una partita di calcio fra la vostra squadra e la nazionale dell’EZLN in luogo, data e ora da definire. Visto l’affetto che abbiamo per voi, siamo disposti a non sommergervi di gol”. Con queste parole, il 10 maggio 2005, un rivoluzionario conosciuto come Subcomandante Marcos invitava l’Inter di Milano a una storica amichevole nel Chiapas, una delle regioni più povere e remote del Messico. Il tono, volutamente provocatorio, era ormai noto a tutto il mondo: i comunicati di Marcos erano brevi pezzi di letteratura, coscienza politica e auto-ironia che lo avevano reso celebre in ogni angolo del globo, sebbene nessuno sapesse quale che faccia avesse né quale fosse il suo vero volto. Pochi giorni dopo, il presidente dell’Inter Massimo Moratti rispondeva a quella lettera: “Stimato Subcomandante, giocheremo e sarà una gran partita. Su un prato, come facevamo da bambini. O su un rettangolo disegnato col gesso sopra la terra, con la polvere che si alza fino a farti tossire. Di stanchezza, ma felici”.
L’EZLN – ovvero Ejército Zapatista de Liberación Nacional – era nato clandestinamente nel 1983 nell’inaccessibile Selva Lacandona, ma era rimasto dormiente per quasi undici anni. Poi, il 1° gennaio 1994, in concomitanza con l’entrata in vigore del NAFTA (il trattato di libero scambio tra Messico, Stati Uniti e Canada), era insorto, prendendo il controllo di sette comuni dello stato del Chiapas. Era così iniziato un duro conflitto con il governo di Città del Messico, nel corso del quale l’EZLN aveva messo in chiaro fin da subito le sue richieste: rispetto e dignità per il lavoro dei poveri campesinos indigeni, più democrazia, più diritti per tutti e tutte. Marcos era immediatamente diventato il simbolo della rivolta, sebbene lui stesso avesse precisato che non era affatto il leader del movimento: nelle zone sotto il suo controllo, l’EZLN applicava un sistema in cui la popolazione votava per eleggere i propri comandanti, ovvero dei capi politici; essere un “subcomandante” significava unicamente essere un portavoce del popolo, senza alcun potere decisionale.
Nei primi mesi del 2001, all’apice del movimento No-Global, l’EZLN ebbe la sua ribalta internazionale. Il 24 febbraio gli zapatisti si erano messi in marcia pacificamente da San Cristóbal de Las Casas diretti verso Città del Messico, circa 3.000 km più a nord, dove entrarono il 2 aprile successivo: fu la Marcia del colore della terra, che diede a Marcos e alla sua causa una visibilità senza precedenti. Nella sua lotta contro l’emergente sistema neoliberista globale, Marcos sfruttò fin da subito anche il calcio, lo sport che più di tutti si prestava a esempio della mercificazione di un sentimento popolare. Già nel 1999, dopo la tregua seguita agli accordi San Andrés, l’EZLN era riuscito a inviare una propria selezione alla capitale, dove il 15 marzo, nello stadio Jesús Martínez “Palillo”, affrontò una squadra messa assieme per l’occasione dall’allora ct del Messico Javier Aguirre, che si era detto solidale con la causa zapatista. La squadra di Aguirre vinse 5-3, e due giorni dopo Marcos diffuse una lettera di commento al risultato, che si apriva con una celebre frase: “Non abbiamo perso, ci è mancato il tempo per vincere”.
Di nuovo, nel 2001, dopo la grande marcia verso Città del Messico, l’EZLN aveva ospitato nel Chiapas una squadra amatoriale inglese, l’Easton Cowboys Football Club, venuta in tournée nella regione per organizzare alcune partite e contribuire alla causa dei ribelli messicani. A difendere i pali dell’Easton Cowboys c’era un artista di strada emergente noto come Banksy, che lasciò traccia del suo passaggio dal Chiapas, più che con le sue parate, con vari murales a tema sportivo nei villaggi zapatisti. In qualche modo, nei primissimi anni Duemila le notizie della rivolta libertaria dell’EZLN arrivarono fino a Javier Zanetti, capitano dell’Inter e colonna dell’Argentina. Cresciuto in un quartiere popolare di Buenos Aires, il Dock Sud di Avellaneda, Zanetti era impegnato nel sociale fin dal 2001, quando insieme a sua moglie Paula de la Fuente aveva creato la Fundación P.U.P.I., dedicata al sostegno a bambini e adolescenti in contesti di vulnerabilità, e sorta nel pieno del grave crisi economica argentina. Tre anni più tardi, Zanetti si presentò al presidente Moratti con una proposta: devolvere il ricavato delle multe pagate dai giocatori dell’Inter in aiuti umanitari a sostegno del Chiapas.

Zanetti non era però l’unico collegamento tra il club nerazzurro e la remota regione messicana. Nel 2001 Moratti aveva assunto nel ruolo di direttore della comunicazione e di team manager un giornalista di nome Bruno Bartolozzi, un uomo visceralmente appassionato dall’America Latina e che conosceva da vicino la causa dell’EZLN, con cui aveva già intessuto dei rapporti. La storia non è nota nei dettagli, ma è possibile che sia stato lui a far conoscere a Zanetti la situazione del Chiapas, e probabilmente a fare da tramite tra Milano e San Cristóbal. Infatti l’Inter non si limitò a una donazione agli zapatisti, ma dal 2004 decise di attivare un vero e proprio progetto umanitario in Chiapas, inviando delle proprie delegazioni con medicine ma anche magliette nerazzurre, palloni e scarpe, e organizzando allenamenti e partitelle con i bambini e le bambine indigeni. In una di queste occasioni, proprio a Bartolozzi – affiancato da Maso Notarianni, direttore di Peacereporter, il sito d’informazione di Emergency – era stata consegnata la famosa lettera da riportare in Italia, indirizzata al presidente Moratti, con l’invito per la partita.
La notizia fece scalpore in Italia, dove poco si sapeva di Marcos e dell’EZLN, e la risposta affermativa del club milanese diede ulteriore risalto a una storia che sembrava incredibile. “Io ci andrei molto volentieri” dichiarò Javier Zanetti, intervistato dal Corriere della Sera, aggiungendo che sarebbe stato molto felice di incontrare di persona Marcos. Gli zapatisti volevano inizialmente organizzare due partite, una tra squadre maschili e una tra quelle femminili (anche se nel 2005 l’Inter ancora non aveva una propria sezione per le donne), mettendo in palio due premi molto artigianali, uno di marmo e l’altro di ferro. In seguito alla risposta affermativa di Moratti, alla fine di maggio Marcos scrisse una seconda lettera all’Inter, in teoria per porre basi più concrete per organizzare il match ma di fatto un vero e proprio manifesto politico per un nuovo calcio, più umano e popolare, che vent’anni dopo risulta ancora attualissimo.
“Signor Massimo – scrisse il Subcomandante – Le comunico che oltre a portavoce dell’EZLN, sono stato designato all’unanimità Direttore Tecnico e addetto alle Relazioni Intergalattiche del campionato zapatista di calcio (beh, in realtà nessuno voleva accettare l’incarico)”. La lettera ipotizzava di giocare sia in Messico che in Italia, e di tenere la prima partita nell’Estadio Olímpico Universitario dell’UNAM di Città del Messico, destinandone il ricavato agli indigeni sfollati a causa delle violenze dei gruppi paramilitari negli Altos del Chiapas. Magari una seconda partita sempre in Messico, a Guadalajara, a sostegno dei prigionieri politici presenti nel paese latinoamericano. Marcos propose che fosse Diego Armando Maradona ad arbitrare la sfida, con Javier Aguirre e Jorge Valdano come guardalinee, e Sócrates quarto uomo. La telecronaca in lingua spagnola sarebbe dovuta essere affidata agli scrittori uruguayani Eduardo Galeano e Mario Benedetti, mentre quella in lingua italiana a Gianni Minà e al giornalista del Manifesto Pierluigi Sullo. Magari anche un’ulteriore partita a Los Angeles, per protestare contro le politiche repressive contro gli immigrati latinos del governatore Schwarzenegger. E, se il Presidente Bush n0n avesse dato il suo permesso, la partita si sarebbe potuta tenere a Cuba, davanti alla base di Guantánamo, portando medicine e generi alimentari alla popolazione colpita dall’embargo statunitense.
E, per dissociarsi “dalla mercificazione della donna” spesso connessa a molti eventi sportivi, Marcos suggeriva di “chiedere alla comunità lesbico-gay nazionale, in particolare a travestiti e transessuali, di organizzarsi per dilettare il rispettabile pubblico con innovative piroette durante le partite in Messico e, oltre che provocare la censura della tv, lo scandalo dell’ultradestra e lo sconcerto nelle file dell’Inter, per sollevare così il morale ed il coraggio della nostra squadra. Perchè non ci sono solamente due sessi e non esiste un unico mondo, ed è sempre opportuno che i perseguitati per la loro differenza condividano allegria e solidarietà senza per questo smettere di essere diversi”. In Italia si sarebbe potuto giocare a Milano e Roma, devolvendo l’incasso in favore dei migranti “criminalizzati dai governi dell’Unione Europea”, ma gli zapatisti chiedevano di avere il tempo di passare anche da Genova, per vandalizzare il monumento a Cristoforo Colombo e per deporre dei fiori dove nel 2001 fu ucciso Carlo Giuliani. Per finire, una settima partita sarebbe potuta essere organizzata nei Paesi Baschi, così da approfittarne per “manifestare di fronte alla casa madre dei razzisti del BBVA-Bancomer, che stanno cercando di criminalizzare l’aiuto umanitario alle comunità indigene”. Marcos avvertì poi che la squadra dell’EZLN era mista, uomini e donne, e che avrebbe proposto di unirsi ad essa anche all’istrionico attaccante del Guadalajara Adolfo Bautista e la leggenda del calcio femminile messicano Maribel Marigol Domínguez.

“Con tutto questo (ed altre sorprese) forse potremmo rivoluzionare il calcio mondiale, ed allora, forse, il calcio smetterebbe di essere solo un affare e sarebbe, di nuovo, un gioco divertente. Un gioco fatto, come lei ben dice, di sentimenti veri”. La seconda lettera del Subcomandante Marcos a Moratti era prima di tutto il sogno di uno sport e di una società diversi, aperti a tutti e a tutte, molto più a sinistra anche di gran parte della sinistra che sarebbe venuta dopo, specialmente nel suo guardare alle questioni di genere. Un calcio degli oppressi contro gli oppressori.
La partita tra EZLN e Inter non si disputò mai. Troppo idealistica, impossibile da organizzare: spostare una delle squadre di calcio più note al mondo attraverso una regione distante e problematica come il Chiapas rappresentava un problema logistico ma anche potenzialmente diplomatico. E poi c’era il fitto calendario del calcio internazionale, con la Confederations Cup al via in Germania a giugno, poi le breve vacanze dei giocatori e l’inizio dei ritiri pre-campionato a luglio, le amichevoli del mese successivo e la Serie A che iniziava a fine agosto. Fu un bel sogno, la testimonianza pubblica di un’amicizia fuori dagli schemi e impensabile per un club-azienda della portata dei quello nerazzurro, che accettava di “compromettersi” con una causa politica. Dal 2011 l’Inter ha ampliato il suo progetto in Chiapas con dei campus, per educare e rinforzare il senso di comunità attraverso lo sport: è questo il lascito più importante di questa storia.
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Fonti
–COPPOLA Alessandro, Marcos chiama l’Inter: giocate in Chiapas, Il Corriere della Sera
–MAGEE Will, Javier Zanetti, Inter Milan and The Rebel Football Match That Never Took Place, Vice
–Marcos risponde a Moratti: Zapatisti-Inter, arbitro Maradona, Peacelink
–SULLO Pierluigi, Lo zapatista, una vita da mediano, Il Manifesto


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