Davanti a una folla di 65.000 spettatori, nell’appena rinnovato Estadio Centenario di Montevideo, l’Uruguay scendeva in campo contro i due volte vice-campioni del mondo dell’Olanda, in quello che era il grande evento dell’estate sudamericana. Si trattava di un torneo mai visto prima, una competizione strana che i tifosi di tutto il mondo si erano visti recapitare sotto il naso senza aspettarselo, ma che era stata accompagnata da una tambureggiante campagna promozionale, soprattutto in Italia. Era la Copa de Oro de Campeones Mundiales, ma generalmente se ne parlava come del Mundialito, il “piccolo Mondiale”, che si giocava a metà strada tra Argentina 1978 e Spagna 1982. Le autorità uruguayane lo avevano voluto per celebrare i 50 anni trascorsi dalla prima storica edizione della Coppa del Mondo, tenutasi proprio nel paese rioplatense nel 1930. Ma, anche se pochi ne parlavano, era il torneo che doveva celebrare la dittatura fascista al potere ormai da sette anni.

Il 27 giugno 1973 il Presidente della Repubblica Juan María Bordaberry, esponente del Partido Colorado, aveva sospeso l’attività del parlamento e, con il sostegno dell’esercito, assunto i pieni poteri. Erano seguite due settimane di sciopero, represse dai militari tramite l’arresto dei leader sindacali, quindi la messa al bando di tutti i partiti politici. Anticipando i metodi del regime argentino, che sarebbe salito al potere solo tre anni più tardi, la cosiddetta dittatura civile-militare dell’Uruguay arrestò, torturò e fece sparire nel nulla migliaia di oppositori politici. Nel 1976, con la destituzione di Bordaberry e la nomina prima, per un breve periodo, di Alberto Demicheli, e poi di Aparicio Méndez, il regime di Montevideo aveva iniziato una serie di profonde riforme nazionaliste con l’obiettivo di legittimare il proprio potere agli occhi del mondo. Ed era stato in questo periodo che, davanti al successo politico del Mondiale in Argentina, il presidente del Peñarol ed ex-deputato del Partido Colorado Washington Cataldi aveva proposto al governo di organizzare un torneo internazionale in Uruguay per il 1980.

Nel 1978 il suo progetto era stato inizialmente bocciato, ma due anni più tardi la proposta era tornata di attualità. Per continuare ad avere l’appoggio degli Stati Uniti, l’Uruguay doveva aprirsi ad alcune riforme e darsi una parvenza di democrazia, così per il 30 novembre 1980 si sarebbe tenuto un referendum sulla riforma costituzionale che avrebbe dovuto legittimare definitivamente il regime. Il voto sarebbe stato accompagnato da una massiccia campagna di propaganda per il Sì, silenziando al contempo l’opposizione, e il Mundialito – da organizzarsi tra il dicembre 1980 e il gennaio 1981 – sarebbe stato la celebrazione pubblica per il successo del plebiscito. Il torneo doveva servire a mostrare al mondo un paese nuovo, sicuro e ordinato, economicamente prospero e politicamente stabile. Per l’occasione venne anche lanciata una canzone di propaganda: “Sotto un sole e nove strisce / e per essere migliori tra i migliori / inseguono una speranza / i campioni del mondo di calcio. / Sotto un sole e nove strisce / il nostro Paese sarà una grande casa / con la Copa de Oro / noi diamo un tesoro / d’amore, pace e libertà”.

Il Mundialito pensato da Cataldi era un evento particolare. Solo sei squadre, ovvero tutte le selezioni che fino a quel momento avevano vinto almeno una edizione la Coppa del Mondo: Uruguay, Italia, Germania Ovest, Brasile, Inghilterra e Argentina. A sostenere l’iniziativa si era subito accodata la FIFA, che aveva dato il proprio avallo, pur senza tributare alla competizione il crisma dell’ufficialità: il presidente João Havelange era stato eletto nel 1974 grazie al supporto fondamentale di Cataldi, a cui quindi doveva un favore. Al progetto si era poi aggiunta la Federcalcio uruguayana AUF, diretta dal generale della Marina Yamandú Flangini, ben felice del fatto che non avrebbe dovuto mettere un solo dollaro nell’organizzazione. La Copa de Oro era infatti finanziata per intero da sponsor privati, legati principalmente a un imprenditore greco che viveva a Montevideo, Angelo Voulgaris, i cui affari ruotavano principalmente attorno al settore del bestiame e della carne, passando per una società chiamata Strasad, che aveva sede a Panama. Per soli 3 milioni di dollari, Voulgaris si era assicurato i diritti televisivi e pubblicitari dell’evento, e in cambio Cataldi aveva ottenuto i finanziamenti privati per rimodernare il centro sportivo di Los Amoros, dove si allenava il Peñarol, provvidenzialmente scelto per ospitare il Brasile.

Washington Cataldi, nel 1982, regge assieme al capitano Walter Olivera la quarta Copa Libertadores della storia del Peñarol.

La strategia di Voulgaris puntava sul fatto di poter ottenere grandi guadagni, in particolare dalla cessione dei diritti tv in Europa. L’imprenditore aveva offerto il Mundialito all’Eurovisione, il consorzio delle emittenti del Vecchio Continente, per 1,5 milioni di euro, ma la sua proposta era stata declinata perché troppo elevata: la controfferta era stata di appena 750.000 dollari, che Voulgaris aveva dunque declinato. A salvare il torneo era allora dovuto intervenire Cataldi, che usando Havelange come tramite era riuscito a esporre il problema al presidente della UEFA e vice-presidente della FIFA Artemio Franchi. Quest’ultimo non era solo l’uomo più potente del calcio italiano, ma anche segretamente legato a una loggia massonica chiamata Propaganda 2, o semplicemente P2, un’organizzazione anticomunista che aveva avuto un ruolo non secondario nell’ascesa del regime argentino. La P2 aveva anche grandi interessi in Uruguay, e tra i suoi iscritti c’era anche un imprenditore del settore televisivo italiano, Silvio Berlusconi, che avvertito dell’opportunità offrì 900.000 dollari per i diritti tv europei del Mundialito.

In Italia, la notizia fece scalpore: per la prima volta un’emittente privata strappava la trasmissione delle partite degli Azzurri alla Rai. Ne nacque un caso che tenne banco sulla stampa nazionale: da un lato, chi denunciava il fatto che la Nazionale non poteva non andare in onda sulla rete pubblica; dall’altro, chi condannava il monopolio Rai e i tentativi di bloccare la messa in onda su Canale 5. A condurre la campagna anti-Rai c’era la Gazzetta dello Sport, ma anche due quotidiani generalisti: il primo era il Giornale di Indro Montanelli, su cui scriveva Gianni Brera e che dal 1979 aveva proprio Berlusconi come azionista di maggioranza. Il secondo era invece il Corriere della Sera, che era di fatto l’organo d’informazione della P2, dato che sia il suo editore Andrea Rizzoli che il suo direttore Franco Di Bella erano iscritti alla loggia. La disputa si risolse con un compromesso: la Rai avrebbe trasmesso in diretta le gare dell’Italia e la finale del Mundialit0, mentre tutte le altre partite sarebbero andate in onda in diretta su Canale 5 in Lombardia, e in differita nel resto del paese.

In problemi del torneo uruguayano non erano però finiti. L’Inghilterrà decise di rifiutare l’invito alla competizione, approfittando del fatto che non aveva la sanzione ufficiale della FIFA e che quindi l’assenza non comportava rischio di squalifica. Il Mundialito avrebbe compromesso l’organizzazione del turno di campionato del Boxing Day, una tradizione del calcio inglese, e pertanto non rientrava nell’interesse della Football Association. Tuttavia non mancò chi suggerì che il rifiuto inglese fosse dovuto anche a una forma di protesta contro il regime di Montevideo. Se nel Regno Unito questo tema non fu mai esplicitato, in Olanda nacque un vero e proprio movimento per il boicotaggio (sulla scia di quello organizzato per il Mondiale del 1978), dopo che gli Oranje vennero invitati al posto della squadra britannica. Anche in Italia il Mundialito venne contestato sul piano politico, con un’associazione di esuli uruguayani che riuscì a ottenere la solidarietà di ben 41 allenatori e calciatori di Serie A per un documento di condanna del torneo. Quando la petizione venne resa pubblica, quasi tutti si tirarono però indietro dal far rendere nota la propria adesione: gli unici a confermarla furono l’allenatore della Lazio Ilario Castagner e il difensore della Roma Sergio Santarini.

Nessuna di queste proteste poteva però intaccare l’evento che doveva portare gloria al regime uruguayano, sull’onda del quale anche l’Estadio Centenario era stato rimodernato: un campo di gioco rifatto completamente, l’installazione di un moderno impianto d’illuminazione e di uno schermo elettronico per aggiornare il risultato delle partite. Ma nonostante la grande spesa e le tante aspettative politiche attorno al Mundialito, i piani della dittatura vennero compromessi nella maniera più inaspettata: al referendum del 30 novembre, il No prevalse contro ogni pronostico con il 56,8% dei voti. Ancora più grave era stata la disfatta subita dal governo nella capitale, dove l’opposizione aveva conquistato addirittura il 63,25%. A quel punto, da grande celebrazione del regime di Aparicio Méndez, la Copa de Oro diventava un urgente strumento di distrazione popolare e orgoglio patrio.

La squadra dell’Uruguay per il Mundialito del 1980.

L’Uruguay si presentava al calcio d’inizio del 30 dicembre non proprio con i favori del pronostico. La Celeste non vinceva la Copa América dal 1967, ed era stata eliminata al primo turno nell’edizione del 1979, mentre nel 1978 aveva addirittura mancato la qualificazione ai Mondiali. La squadra allenata da Roque Máspoli, portiere campione del mondo nel 1950, aveva rinunciato a tutti i giocatori militanti all’estero (come il brillante centrocampista del Racing Club Juan Ramón Carrasco e il prolifico attaccante del Valencia Fernando Morena), per affidarsi a una squadra composta da alcuni giovani interessanti e alla già 28enne punta del Nacional Waldemar Victorino.

Nonostante partisse sulla carta dietro a tutte le altre avversarie – in particolare all’Argentina di Menotti, detentrice del titolo mondiale e rinforzata dai migliori elementi dell’Albiceleste vincitrice del Mondiale U20 del 1979 – l’Uruguay sconfisse nettamente Olanda e Italia, e poi anche il Brasile in finale, con rete decisiva proprio di Victorino, giocatore rivelazione del torneo. Fu una festa, ma non quella che il regime aveva sperato: durante l’ultima partita, una parte del pubblico del Centenario intonò il coro “Se va a acabar, se va a acabar, la dictadura militar” (“Sta per finire, sta per finire, la dittatura militare”). Dopo il trionfo, gli uruguayani scesero nelle strade non solo per celebrare la vittoria in quel torneo di secondo piano, ma per dimostrare la loro opposizione al governo, dopo che un mese prima era stato impedito di festeggiare il risultato del referendum. In tutto questo, alla giunta non restò che provare a deviare l’attenzione, accusando il difensore Hugo de León di comportamento “anti-nazionalista”, dato che durante la festa indossò la maglia dei brasiliani del Grêmio, con cui aveva da poco firmato.

Il futuro non avrebbe sorriso, ai protagonisti principali del Mundialito. A partire da quelli sportivi: trascinato dal grande successo del torneo, l’Uruguay si presentò alle qualificazioni ai Mondiali di Spagna 1982 con grandi ambizioni, finendo però per essere nuovamente eliminato. Victorino venne chiamato a giocare in Serie A, firmando con il Cagliari e venendo presentato come un grande colpo per il campionato, ma in 17 partite riuscì a segnare appena 2 reti, entrambe in Coppa Italia. Peggio andò ai protagonisti extra-campo: il 17 marzo 1981 un’indagine portò alla luce la lista degli iscritti alla P2, facendo scoppiare uno scandalo nazionale in Italia, con conseguente caduta del governo Forlani. A settembre cadde anche l’esecutivo guidato da Aparicio Méndez, sostituito dal generale Gregorio Álvarez. In seguito, Angelos Voulgaris venne arrestato perché si scoprì essere legato al narcotraffico.

La dittatura civile-militare uruguayana terminò infine nel febbraio del 1985, dopo un graduale ritorno alla democrazia e in cambio di un’amnistia per i crimini dei dodici anni precedenti. In un paese con meno di 3 milioni di abitanti, l’Uruguay aveva avuto l’impressionante numero di almeno 6.000 detenuti per motivi politici, quasi tutti passati sotto tortura. La violenza del regime non aveva risparmiato nemmeno i bambini, 67 dei quali furono imprigionati perché figli di dissidenti e a loro volta torturati. 116 persone erano state assassinate e 172 erano desaparecidos. Ci fu solo uno dei protagonisti di questa storia che seppe uscirne per qualche motivo pulito, il padre del Mundialito Washington Cataldi, che dopo la caduta della dittatura passò con un balzo magistrale dalla cattedra presidenziale del Peñarol a un posto da deputato col Partido Colorado, al governo nella seconda metà degli anni Ottanta con Julio María Sanguinetti (curiosamente suo vice alla guida dei Carboneros). Terminato il mandato, nel 1991 Cataldi fu rieletto per un biennio ai vertici del club di Montevideo. La FIFA non riconobbe mai la Copa de Oro come un torneo ufficiale, e rapidamente il suo ricordo sparì dalla memoria del calcio.

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Fonti

ANCONA Massimiliano, Il Mundialito della vergogna, Guerin Sportivo [via Il Pallone Racconta]

GIMÉNEZ RODRÍGUEZ Alejandro, El recuerdo de aquel “Mundialito” en las tinieblas, Contratapa

LEVINSKY Sergio, A 40 años del “Mundialito”, el torneo que le salió caro a la dictadura uruguaya y en el que Maradona tropezó antes de la final, Infobae

-MANERO Cristian Damian, Futbol y dictadura en Uruguay: El Mundialito desde Bourdieu y Elías, Revista de Asociación​ Latinoamericana de Estudios Socioculturales de Deporte

2 risposte a “1980: il Mundialito della Vergogna, della P2 e di Berlusconi”

  1. Della dittatura dell’Uruguay si parla sempre molto poco: pare quasi che l’unica cosa “cattiva” che sia successa in Sudamerica negli anni Settanta sia stata la dittatura argentina, mentre invece tutti i paesi sudamericani subirono gli effetti nefasti della politica del “giardino di casa”. Grazie per averlo ricordato… e per aver ricordato il ruolo che il calcio aveva nel mantenimento di quel potere (a volte, come in questo caso, con effetti imprevisti).

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  2. […] Rampla Juniors, decise di ritirarsi dal calcio giocato. Nel frattempo in Uruguay c’era stato il Mundialito del 1980, un evento con cui la dittatura sperava di ottenere una grade visibilità positiva a livello […]

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