La leggenda dei suicidi del Maracanazo

Il pomeriggio del 16 luglio 1950 è una data che resterà impressa per sempre nella storia del Brasile, uno di quei momenti che smentiscono tutti quelli che credono che lo sport non sia nulla più che un simpatico passatempo. Sarebbe dovuto essere il giorno di Ademir; finì con l’essere quello di Obdulio Varela, trascinatore della rimonta dell’Uruguay al Maracanã, nell’ultima decisiva sfida per il titolo mondiale. Rio de Janeiro era pronta a celebrare il primo trionfo iridato della Seleção, e invece la festa si mutò in tragedia, le masse festanti in disperati suicidi. Questo, almeno, quello che racconta la leggenda.

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Viva La Paz!

Su quella palla tutto sommato facile, Angelo Franzosi combinò uno di quei pasticci da infarto sugli spalti, inciampando poi addosso all’avversario Dante Di Benedetti. Il pallone rimbalzò via dalla presa del portiere dell’Inter, dritto tra i piedi di Roberto Luis La Paz, che con un pronto riflesso infilò la sfera nella rete. Poteva essere il gol più importante della sua non certo prolifica stagione: il Napoli saliva a 31 punti a due giornate dalla fine, avvicinandosi alla salvezza e inguaiando i nerazzurri. Ma l’arbitro fischiò: fallo di Di Benedetti su Franzosi, rete annullata. Nel secondo tempo, Lorenzi portava in vantaggio l’Inter e sanciva il dramma partenopeo. A fine stagione, il gol dell’istrionico La Paz sarebbe stato innalzato a casus belli: una rete regolare, che se fosse stata assegnata avrebbe garantito ai campani la permanenza in Serie A. In realtà, sarebbero intervenute altre vicende extra-sportive a segnare il destino del Napoli e, come conseguenza, di quel La Paz che stava concludendo la sua fugace esperienza nel grande calcio.

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Tabárez, un simbolo sociale in Uruguay

“Il calcio è di destra, noi allenatori di sinistra siamo vittime della legge del risultato, che fa sì che il calcio sia conservatore. Essere progressisti significa superare la gabbia del risultato. A sinistra c’è l’Utopia: lavorare a un progetto e cercare di realizzarlo andando oltre le sconfitte.”

Óscar Washington Tabárez
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Cosa succede al calcio sudamericano?

I club che vincono la Libertadores trovano sempre maggiori difficoltà a raggiungere la finale del Mondiale per Club, e le nazionali sudamericane non vincono il titolo iridato dal 2002, hanno fallito il Mondiale casalingo del 2014 e a Russia 2018 sono rimaste fuori dalle semifinali, eventualità verificatasi solo in altre occasioni, l’ultima nel 1982. La crisi del calcio sudamericano ormai è sotto gli occhi di tutti, e comprenderla non è affatto semplice.

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Héctor Scarone contro l’Argentina

“Venne all’Inter a 33 anni ed era ancora il migliore al mondo. Faceva cose che noi altri potevamo solo immaginare. Non oso neppure pensare cosa dovesse essere 10 anni prima, quando era al meglio della forma fisica e tecnica.” – Giuseppe Meazza

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Andrade: Il primo dei primi

Nella linea mediana, questo omaccione dal corpo di gomma spazzava il pallone senza toccare l’avversario e quando si lanciava all’attacco, chinando il corpo, seminava un mare di giocatori. In una delle partite attraversò mezzo campo con il pallone addormentato sulla testa. Il pubblico lo acclamava, la stampa francese lo chiamava “la meraviglia nera.” – Eduardo Galeano

Per tradizione antropologica siamo infatuati dai primi. Il primo in classifica, il primo ad aver fatto quella cosa, il primo ad aver espresso un concetto. Primi, primi e sempre primi. A questa particolare e ovvia inflessione dell’essere umano se ne unisce paradossalmente una seconda: la scarsa memoria storica. Come puoi apprezzare i primi se non ti ricordi cosa è successo oltre dieci anni fa?

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