Il Monza è l’arma elettorale di Berlusconi

Ad agosto, attraversare una stazione ferroviaria significava immancabilmente imbattersi in video dal retrogusto 1994, in cui sventolava il tricolore di Forza Italia e un quasi giovane Silvio Berlusconi ci sorrideva, incantato dalle note dell’inno del suo partito. Un salto indietro nel tempo, che accompagnava quello che è di fatto il grande ritorno alla politica del Cavaliere; non che l’abbia mai abbandonata, ma a causa della legge Severino non gli era stato possibile candidarsi nel 2018, interrompendo così circa vent’anni di presenza ininterrotta in parlamento.

In una società sempre più devota alla nostalgia dei bei tempi che furono (ma quando furono?), Berlusconi ha puntato tantissimo sull’effetto amarcord, anche se dal 2000, come ha ricordato di recente Il Post, gli spot elettorali non possono più essere trasmessi in tv. In questa grande capsula temporale chiamata Italia, il Cavaliere ha cercato di ricreare una versione in scala ridotta dei suoi anni d’oro, proponendoci – in una televendita che non avrebbe sfigurato in Loro di Paolo Sorrentino – un particolare elisir di lunga vita fatto di promesse roboanti, propaganda onnipresente e, ovviamente, tanto calcio.

Nel 1994, il sogno elettorale di Berlusconi era stato reso possibile anche da otto anni di successi del Milan; oggi le ambizioni si sono ridimensionate – quelle elettorali, con una destra trainata da Meloni e Salvini, così come quelle calcistiche, passate dal dominio in Europa alla salvezza in Serie A – ma indubbiamente il ruolo del Monza è quello di strumento di propaganda a mezzo sportivo, punto di arrivo di un percorso iniziato anni fa con l’esplicito obiettivo di arrivare a queste elezioni, o almeno a quelle che si sarebbero originariamente dovute tenere la prossima primavera.

Milano-Monza: 15 km in direzione Nord.

Perché Monza

Tutto è cominciato nel settembre 2018, quando si diffuse la voce che Fininvest stava per rilevare la maggioranza delle quote del Monza, trattativa poi concretizzatasi nel giro di poche settimane. Circa un anno e mezzo prima, Berlusconi aveva dovuto cedere il Milan a Yonghong Li, un evento che pareva indicare la fine simbolica del cosiddetto Berlusconismo: dalle dimissioni del novembre 2011, forzate dalla crisi finanziaria che a lungo aveva negato, la sua parabola aveva assunto la forma di una picchiata verso il basso. I brutti risultati del 2013, tra politiche e amministrative, avevano marcato la fine del Popolo delle Libertà e la rinascita di Forza Italia come partito autonomo, ma subito ad agosto la Cassazione lo condannava per frode fiscale, facendo scattare la decadenza dalla carica di senatore e l’interdizione dai pubblici uffici. Con il 14% conquistato alle politiche del marzo 2018, il partito di Berlusconi aveva toccato il suo minimo storico. Era davvero la fine? No, non lo era; ma chi ci avrebbe creduto, a quel tempo?

Il tramonto della sua epoca era stato infatti smorzato a maggio dello stesso anno, quando il Tribunale di Sorveglianza di Milano lo aveva riabilitato, rendendolo nuovamente candidabile. Obiettivo: le elezioni del 2023. Cinque anni di tempo per riconquistare la politica italiana in piena crisi, accodandosi in qualità di vecchio saggio alla carrozzone dell’estrema destra, a confronto del quale potersi far passare per un moderato: il sogno che aveva sempre inseguito per tutta la vita, quello del politico liberale e moderno; e non l’inquisito in fuga dai processi. Non lo sapremo probabilmente mai con certezza, ma il piano Monza nacque forse in quel frangente: una nuova squadra di calcio per una nuova discesa in campo.

La scelta del Monza non è stata casuale. La provincia lombarda alle porte settentrionali di Milano è storicamente terra di fabbriche e imprenditori intrisi della cultura berlusconiana degli anni Ottanta e Novanta. Il Cavaliere qui è sempre stato di casa, ma proprio in senso letterale, siccome dal 1974 ha preso residenza in una sfarzosa villa settecentesca ad Arcore, acquistata per 750 milioni di lire dalla marchesa Annamaria Casati Stampa di Soncino. Un edificio a cui le cronache giudiziarie hanno consegnato una fama oscura, siccome già all’epoca l’avvocato e collaboratore di Berlusconi Marcello Dell’Utri aveva fatto assumere – ufficialmente come stalliere della residenza – il boss mafioso Vittorio Mangano, forse come parte di un patto tra il Cavaliere e Cosa Nostra.

Pochi anni dopo l’acquisto della villa, Berlusconi avrebbe iniziato la sua collaborazione con un giovane imprenditore monzese del settore delle comunicazioni, Adriano Galliani, che tra il 1984 e il 1986 fu anche vicepresidente del Monza, all’epoca militante in Serie B. L’acquisto dei Brianzoli nel 2018 è stato quindi una mossa strategica ma anche un modo per riportare il fedele Galliani là dove era iniziata la sua avventura nel mondo del calcio. D’altronde, il rapporto tra i due è sempre stato strettissimo, sia a livello professionale che imprenditoriale: data l’incandidabilità di Berlusconi nel 2018, Galliani fu messo in lista per il Senato come una sorta di garante politico, venendo infine eletto per la prima volta in parlamento. E adesso, giustamente, ha deciso di non ripresentarsi alle urne, cedendo il posto al capo e restando a occuparsi della squadra di calcio.

Nel 1994, Berlusconi diceva “Io sono come il centravanti…”, ma non può resistere al suo nome su una maglia che lo indica come il numero 1, anche se poi quello è il numero del portiere.

Sportwashing all’italiana

Monza era il luogo perfetto per ricostruire l’idillio berlusconiano. Già nell’estate del 2017, proprio qui si era realizzato il grande successo elettorale di Dario Allevi, che era divenuto uno dei pochi sindaci di Forza Italia in carica dopo il recente tracollo del partito, peraltro ottenendo uno dei migliori risultati del movimento in quella tornata elettorale. Ultima roccaforte del berlusconismo, Monza è stata trasformata nel contenitore delle aspirazioni personali del Cavaliere, a partire dalla squadra di calcio locale, che nel giro di sette anni è passata dal fallimento alla prima promozione in Serie A della sua storia, conquistata come da programma la scorsa estate, in tempo per le elezioni.

Un’ascesa sostenuta dagli investimenti a fondo perduto di Berlusconi, che per portare il club dalla C alla A ha speso complessivamente 70 milioni sul mercato in meno di quattro anni, una cifra totalmente fuori scala rispetto alle avversarie. Solo in questa campagna acquisti, i Brianzoli hanno sborsato 24 milioni di euro, a cui si potrebbero sommare bonus e riscatti in caso di salvezza per altri 24,5 milioni, ovviamente senza calcolare le spese in stipendi. Il Milan campione d’Italia, per intenderci, la scorsa estate ne ha spesi circa 39 per rafforzarsi.

Che il Monza sia una bolla economicamente insostenibile è sotto gli occhi di tutti: il primo bilancio della gestione Berlusconi, nel 2019, si è chiuso con perdite d’esercizio per 9 milioni di euro; quelli successivi hanno visto salire la cifra prima a 27 milioni e poi a 31. Perdite ogni volta ripianate dalla proprietà, che così garantisce il club dall’indebitamento, ma la verità è che il Monza resta a galla a discapito di Fininvest, che a ottobre 2021 ha visto crescere il suo debito a 216 milioni. Ragionando sui numeri dei bilanci del 2020, circa un sesto delle perdite della finanziaria di Berlusconi sono attribuibili alle ricapitalizzazioni del Monza.

Il modello è lo stesso già visto al Milan: investimenti nel calcio per creare consenso attorno alla sua figura, moneta spendibile poi in campo politico. Prima delle elezioni del 1996 arrivarono Baggio e Weah, quelle del 2001 furono accompagnate dalle promesse di Rui Costa e Inzaghi, mentre un mese prima del voto del 2013 arrivò Balotelli; oggi, più modestamente, ci si affida a Pessina, Sensi, Caprari e Petagna, ma per un po’ si era pure sognato Icardi. Un tempo si parlava di propaganda, oggi sarebbe più onesto usare la parola “sportwashing”.

Lunedì 19 settembre, sei giorni prima delle elezioni, Berlusconi è stato intervistato a SkyTg24, e dopo tutti i discorsi sul programma di Forza Italia ha concluso raccontando come ha portato il Monza in Serie A.

Un posto in Serie A e uno in parlamento

L’operazione Monza sembra stare funzionando, e non solo sotto il profilo sportivo, con la storica conquista della Serie A da parte del club. È vero: alle amministrative dello scorso giugno, Allevi ha perso al ballottaggio, ma ha incrementato i suoi voti rispetto a cinque anni fa, e Forza Italia ha scavalcato la Lega nella coalizione. Con quel 16,3%, Monza è stato il comune in cui il partito di Berlusconi ha ottenuto il maggior numero di voti in percentuale, e non stupisce quindi che il Cavaliere abbia scelto di correre in questo collegio per queste politiche del 2022, nonostante ormai da qualche anno risieda ufficialmente a Roma. In campo, le cose non sono iniziate benissimo, ma proprio nell’ultimo turno prima del voto – dopo aver cacciato l’allenatore Stroppa, esonero anticipato da un esplicito “Ci penso io” – i Brianzoli hanno ottenuto una clamorosa vittoria in casa sulla Juventus, scrivendo un nuovo pezzo di storia.

La Monza berlusconiana si presenta come un’emula in piccolo della Milano del passato, sorretta dal binomio Milan – Forza Italia. Un’anticipazione l’avevamo già avuta con il comizio che ha chiuso la campagna delle comunali di Allevi, tre mesi fa, in cui il Cavaliere è intervenuto in prima persona a fare da mattatore, parlando prima di tutto di calcio e solo secondariamente di politica, e tracciando un filo che collega il suo Monza al Milan degli anni d’oro: “Io sono ancora il presidente di club calcistico più vincente nella storia del calcio mondiale grazie al mio Milan. Con il Monza spero di essere, magari non subito il primo anno, un protagonista della serie A”. In sottofondo, come riportato dalla stampa locale, c’erano i cori degli ultras della curva Davide Pieri del Brianteo, stadio concesso da Allevi in gestione al club per 45 anni nel 2018, appena prima dell’arrivo di Berlusconi, e nella cui ristrutturazione Fininvest ha già investito 9 milioni di euro.

Lo scopo di tutto ciò? Perpetuare un sogno a occhi aperti, sembrerebbe. Nel 1994, l’ingresso in politica era l’unica soluzione possibile per Berlusconi per scampare ai processi che lo vedevano coinvolto: era questione di sopravvivenza. Oggi, quasi ottantaseienne e ormai “riabilitato”, il Cavaliere non sembra avere alcun altro obiettivo che quello di affermare “Eccomi, ci sono ancora”: avere un posto in Serie A e uno in parlamento sono ormai due fattori che lo definiscono in quanto creatura vivente. Il mezzo è diventato lo scopo.

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