Il calcio nei bairros portoghesi di Rafael Leão

rafael leao

Almada guarda in faccia Lisbona, dall’altro lato del Tago; alle sue spalle, scendendo nell’entroterra verso sud, sulla strada per Setúbal, si entra nei quartieri più periferici e poveri della capitale portoghese: Jamaica, Princesa, Cucena, i bairros della zona di Seixal, dove peraltro sorge l’importante scuola calcio del Benfica. Quartieri molto popolosi, a forte immigrazione, spesso degradati, che sono alcune delle zone socialmente più problematiche del Portogallo. È questo lo scenario che ha dato i natali a Rafael Alexandre da Conceição Leão, nato proprio ad Almada nel 1999 ma cresciuto di fatto a Jamaica, e che oggi gioca come attaccante nel Milan.

Famiglia numerosa – nove in tutto – padre originario dell’Angola, come gran parte degli afrolusitani (gli angolani sono oltre 24.000, il sesto gruppo etnico del paese e il secondo tra gli africani, dopo i capoverdiani), madre di São Tomé. I nonni di Rafael Leão vivevano a Jamaica, 9 chilometri più a sud di Almada, uno dei bairros popolari della zona di Fogueteiro, un quartiere di Amora, cittadina con una densità abitativa di quasi 1.800 persone per chilometro quadrato. Quel nome, Jamaica, rimanda chiaramente alla forte presenza di abitanti dalla pelle nera che vivono qui. Come molti altri bairros della zona si è formato negli anni Sessanta con il massiccio arrivo di immigrati africani, che hanno iniziato a costruirsi abitazioni di fortuna in cui vivere, in una zona rurale che stava lentamente urbanizzandosi. Secondo molti è divenuto un ghetto, in cui sono stati confinati i non-bianchi, relegati in una condizione abitativa escludente e priva di molti servizi sociali, in cui facilmente germoglia delinquenza. Se non avesse seguito i consigli degli adulti più coscienziosi, anche Leão sarebbe finito male: “O in prigione o finivo all’ospedale, o ero morto”.

“Se non ho casa, non posso studiare, e se non posso studiare non ho accesso al lavoro, e così non posso avere un buon salario e non posso avere una buona casa e una buona vita” spiega Mamadou Ba, dirigente e attivista di SOS Racismo. Negli anni Novanta, che hanno visto il grande sviluppo di Lisbona e la sua trasformazione in una grande capitale europea, il governo lusitano ha iniziato a investire in progetti di riqualificazione urbana, mentre la zona a sud del Tago veniva progressivamente inglobata all’interno dell’area metropolitana della capitale. La gentrificazione ha contributo però a un’ulteriore marginalizzazione dei poveri, largamente colpiti dagli sfratti, mentre le loro case venivano abbattute e ricostruite secondo criteri economicamente non sostenibili per loro. A ciò hanno fatto seguito i più recenti programmi di rialloggiamento, che ridefiniscono la geografi urbana secondo però gli stessi principi di esclusione sociale ed etnica.

Uno scorcio emblematico del bairro di Jamaica.

Il problema abitativo è uno dei temi più controversi della nuova società portoghese, in particolare a Lisbona. Le opere di riqualificazione dei ghetti neri, tradizionalmente associati alla criminalità organizzata e al traffico di droga, sono state e vengono tuttora portati avanti con un largo dispiegamento delle forze di polizia. Nel gennaio 2019, i video delle violenze delle forze dell’ordine durante lo sgombere di un edificio hanno fatto il giro del mondo, causando una grande manifestazione di protesta in centro. La dura repressione del dissenso – portata avanti peraltro da un governo di sinistra, guidato dall’ex-sindaco di Lisbona Antonio Costa – ha esasperato ulteriormente gli animi, portando a una serie di violenti scontri a Jamaica e negli altri bairros. Qualche mese fa, qui si è recato il politico di estrema destra André Ventura, leader del partito neofascista Chega, e ha avuto uno scontro verbale con alcuni abitanti, chiamandoli “criminali” (fatto per cui è stato poi costretto a chiedere scusa pubblicamente).

Il calcio ha finito per rivelarsi l’unico modo per riuscire a tenere unita la comunità e costruire le basi sociali per un futuro diverso. È il progetto a cui lavora Aurio Emerson, detto Puma per la sua omonimia con il celebre mediano brasiliano di Roma e Juventus. Nato in Angola, è arrivato a Jamaica che era a malapena un bambino, nei primi anni Novanta, assieme alla madre, e ha vissuto sulla propria pelle la prima fase della riqualificazione del quartiere. Il calcio lo ha tenuto lontano dalla prigione, dove invece sono finiti sette dei suoi amici d’infanzia, ma non gli ha permesso di trovare un lavoro stabile. Poi, nel 2011, è stato visto giocare a pallone per strada ed è stato selezionato per la Nazionale portoghese che è andata a giocare la Homeless World Cup a Parigi, un Mondiale di calcio a 4 dedicato esclusivamente a giocatori senzatetto. Al suo ritorno dalla Francia, Puma ha deciso di dedicarsi al sociale, iniziando a lavorare con l’associazione Criar-T a progetti per usare il calcio come strumento d’integrazione nei quartieri poveri di Lisbona.

Oggi si occupa di organizzare annualmente un tornei di calcio a 7 nella zona di Seixal, andando lui stesso a contattare i ragazzi e pretendendo che partecipino solo giocatori senza precedenti penali. Puma strappa i giovani dei bairros dimenticati alla mano della criminalità organizzata e ricuce gli strappi sociali causati dalle guerre tra le bande dei quartieri. “Parliamo di giovani che s’incontravano nei centri commerciali per spararsi o nei parchi pubblici per accoltellarsi. – racconta – Ma finché giocano non possono commettere alcun crimine”. Lo sport al posto delle armi, come strumento di confronto e riappacificazione: se insegni ai ragazzi che esiste un’alternativa alla violenza per sfogare le rivalità, salvi delle vite.

Puma assieme a Rafael Leão, in uno dei campetti pubblici di Jamaica.

È attraverso queste sue iniziative sociali che Puma ha conosciuto un allora giovanissimo Rafael Leão, che questo Natale è tornato a Seixal per patrocinare l’annuale torneo organizzato da Criar-T, e che oggi gode anche del sostegno di Adidas. “Sono grato al quartiere – ha rivelato in un’intervista l’attaccante del Milan – sono orgoglioso di dire che sono di Jamaica e cercherò sempre di essere un esempio del quartiere e per il quartiere”. Un lato, questo di Leão, di cui in Italia si parla poco, ma che lui non ha mai tenuto nascosto e che traspare anche dei testi dei brani di Beginning, l’album rap che ha pubblicato a gennaio 2021, in cui si affrontano i temi della vita difficile in un quartiere povero, della lotta per la sopravvivenza e del razzismo nella società portoghese.

La sua storia è iniziata tra queste case, lungo Vale de Chícharos, la strada che conduce al sobborgo. Lì ha iniziato a tirare calci a un pallone, fino a che uno dei suoi condomini non si è affacciato dalla finestra e lo ha visto giocare, chiedendo a suo padre se volesse entrare nella squadra di Amora, di cui era presidente. Due anni dopo, l’ingresso nelle giovanili dello Sporting Lisbona, poi l’esordio in prima squadra con Jorge Jesus, il passaggio al Lille per volontà di Luís Campos, e infine la cessione al Milan per 29,5 milioni di euro, nell’estate del 2019. Ma, proprio come Ibrahimović – a cui dice di ispirarsi – il posto da cui viene non se lo è dimenticato. “Jamaica è tutto per me: è lì che ho cominciato a giocare, che ho la mia famiglia, i miei amici, le persone più importanti. Torno appena posso: è il mio cuore”.

Fonti

ALMEIDA Isaura, O futebol pacificador que junta bairros sociais inimigos em nome de Rafael Leão, Diário de Notícias

COLTRINARI Daniele, ONESTI Luca, Nova Lisboa. Razzismo e abitazione in Portogallo, Frontiere

DE SOUSA Ana Naomi, Lisbon’s bad week: police brutality reveals Portugal’s urban reality, The Guardian

The Portuguese Puma: “Can football change a person’s life? Of course it can, it definitely can.”, Homeless World Cup

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