L’avventura europea della squadra di Solidarność

lechia gdansk

Quella dei sedicesimi di finale della Coppa delle Coppe 1983-84 era una sfida che fin dal sorteggio si sapeva avrebbe avuto poco da dire: da un lato la Juventus, la corazzata allenata da Giovanni Trapattoni che solo pochi mesi prima aveva giocato la finale della Coppa dei Campioni; dall’altro lo sconosciuto Lechia Gdańsk, una sorta di favola sportiva in salsa polacca che aveva da poco ottenuto la promozione in seconda divisione. A riprova di ciò, l’andata a Torino si era conclusa con un perentorio 7-0 e, dopo soli 17 minuti dal fischio d’inizio della gara di ritorno, Beniamino Vignola aveva portato ulterormente avanti i bianconeri. Ma nell’intervallo, mentre le squadre stavano negli spogliatoi, un coro iniziò a levarsi dal pubblico di casa; “Ci fece venire i brividi – dirà il giovane allenatore dei polacchi Jerzy Jastrzębowski – L’intero stadio stava gridando Solidarność“. Non abbastanza per cambiare il corso della sfida, ma sufficiente forse per quello della Storia.

Gdańsk (o Danzig, in tedesco, lingua largamente utilizzata nella zona prima della fine della Grande Guerra) non era mai stata una città che impazziva per il calcio. Solo il Lechia aveva militato in prima divisione, disputando una dozzina di campionati tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Sessanta, raggiungendo al massimo il terzo posto in classifica. Era, però, una città particolarmente turbolenta: nel 1970 si erano verificati dei grossi scioperi nei cantieri navali, dovuti all’aumento del prezzo dei generi alimentari, che erano stati duramente repressi dall’Armata Rossa. Il comunismo polacco era probabilmente il meno stabile dell’intero blocco sovietico, e l’elezione a Papa nel 1978 proprio di un polacco, Karol Wojtyła, rafforzò l’opposizione cattolica nel paese. Gdańsk era divenuta presto la città simbolo della protesta contro il sistema: nel 1976 di erano verificati nuovi scioperi, e poi ancora, più massicci, nel 1980.

Durante questi ultimi si era particolarmente distinto un elettricista 36enne di nome Lech Wałęsa, che aveva organizzato i lavoratori attorno a un sindacato indipendente e di chiara impronta cattolica chiamato Solidarność, ed era riuscito a ottenere un incredibile successo sul regime, costringendo il governo a cedere alle richieste degli scioperanti. La vittoria era durata poco, però: alla fine del 1981 il generale Wojciech Jaruzelski compì di fatto un colpo di stato e impose la legge marziale. Il suo obiettivo era quello di fermare l’occidentalizzazione della Polonia, la cui economia in crisi stava divenendo sempre più dipendente dai prestiti delle banche statunitensi. Una delle prime mosse del suo governo fu l’arresto dei leader di Solidarność, tra cui anche Wałęsa, e la messa fuori legge del sindacato.

Mentre questo accadeva, il Lechia Gdańsk militava in terza divisione. Era un club controllato dall’ufficio pubblico a cui facevano capo gli operai dei cantieri navali cittadini, che componevano la maggior parte della sua tifoseria ed erano anche largamente vicini alle posizioni di Solidarność, ufficialmente disciolto ma di fatto sopravvissuto come movimento clandestino. Il calcio in Polonia era sempre stato un affare abbastanza serio, ma negli ultimi anni si era assistito a una vera e propria esplosione, con la Nazionale che aveva ottenuto la qualificazione a tre Mondiali consecutivi, arrivando al terzo posto sia nel 1974 che nel 1982. Nella stagione seguente al Mondiale spagnolo, il Widzew Łódź era arrivato fino alle semifinali di Coppa dei Campioni, e l’aveva fatto nonostante la sua stella Zbigniew Boniek si fosse trasferita alla Juventus. Ma il Lechia restava ai margini del clima di euforia che circondava il calcio polacco del periodo.

Lo stadio di Gdańsk prima dell’inizio della partita. Il via era fissato alle 15.00 ora locale, ma per la troppa gente in coda i cancelli furono aperti alle 11.00, e alle 13.00 i posti erano praticamente esauriti.

Nell’estate del 1982, il tecnico delle giovanili Jerzy Jastrzębowski venne promosso in prima squadra, inserendo nella rosa alcuni giovani promettenti, come il terzino sinistro Jacek Grembocki e la mezzala Dariusz Wójtowicz (due che in futuro avrebbero avuto delle ottime carriere in club più quotati come Górnik Zabrze e Wisła Kraków). La piccola rivoluzione di Jastrzębowski ebbe un effetto immediato, e grazie a una difesa solidissima, capace di subire appena 9 gol in 26 partite, il Lechia conquistò la promozione nella categoria cadetta. Ma la vera impresa avvenne nella coppa nazionale, dove i biancoverdi riuscirono a farsi strada verso la loro prima finale dal 1955 e a ottenere una sorprendente vittoria per 2-1 sul Piast Gliwice. Dalla terza serie polacca, il Lechia Gdańsk faceva così un lungo salto fino all’Europa, staccando il biglietto per l’edizione successiva della Coppa delle Coppe. E, a prolungare il momento magico, a fine luglio i biancoverdi conquistarono anche la Supercoppa polacca battendo 1-0 i campioni nazionali del Lech Poznań.

La Juventus, però, era chiaramente un ostacolo insormontabile, destinata a spegnere sul nascere il fuoco di paglia della sorpresa polacca. Ma nei giorni che precedettero il ritorno a Gdańsk molte cose, solo marginalmente collegate al calcio, erano in movimento: la possibilità di lanciare un messaggio in diretta televisiva, sfuggendo al controllo della censura di Jaruzelski, era troppo ghiotta. Addirittura Lech Wałęsa, rilasciato in libertà vigilata meno di un anno prima, aveva intenzione di andare a seguire la partita allo stadio. Il regime pensò bene di lasciar fare, dato che nei giorni precedenti era andato in onda in tv un programma che demoliva la figura del leader di Solidarność, in cui lo stesso fratello lo accusava di interessarsi unicamente ai soldi e non ai diritti dei lavoratori. La convinzione era che, se Wałęsa si fosse presentato allo stadio di Gdańsk, avrebbe raccolto solo fischi e insulti, che avrebbero contribuito a distruggere la credibilità del suo movimento sia internamente che davanti agli spettatori internazionali.

Invece, accadde proprio l’opposto. La consapevolezza di una sconfitta, maturata dopo i primi 45 minuti, e la diffusione della notizia della presenza di Wałęsa sugli spalti, portarono il pubblico a intonare il nome di Solidarność durante l’intervallo, come se fosse un coro da stadio. Il governo polacco, colto in contropiede, dovette trovare una soluzione di ripiego, per evitare una brutta figura davanti al resto del paese. Così, la trasmissione del secondo tempo venne ritardata di sei minuti sull’effettiva ripresa del gioco, e quando la partita tornò a essere trasmessa lo fece con l’audio completamente muto.

L’inaspettata contestazione dell’intervallo finì per svegliare il Lechia, che dopo pochi minuti dalla ripresa della partita trovò il gol del pareggio con un tiro dal limite dell’area dell’ala destra Marek Kowalczyk. Circa al quarto d’ora del secondo tempo, Grembocki venne atterrato in area da Roberto Tavola, e Jerzy Kruszczyński realizzò la clamorosa rete del sorpasso polacco. La miracolosa convergenza di riscatto politico e sportivo durò però solo per un altro quarto d’ora, quando Tavola si fece perdonare con un gran mancino dalla distanza. Alla lunga, la differenza tecnica e d’esperienza si fece sentire, e nel finale fu proprio Boniek, nato 150 chilometri più a sud rispetto a dove si giocava quella partita, a ristabilire l’equilibrio tra le due squadre.

La rete di Boniek, che fissò il definitivo 3-2 in favore della Juventus.

Fu questo, l’evento che cambiò per sempre la storia della Polonia, in una sorta di versione locale di miti romantici come quello della guerra del fútbol o della battaglia del Maksimir? Difficile a dirsi: Lechia-Juventus è un simbolo perfetto per raccontare l’inizio della fine del regime comunista polacco, ma era già da oltre dieci anni che c’erano proteste e contestazioni, e sarebbe stato solo nell’aprile del 1989 che finalmente il governo avrebbe ri-legalizzato Solidarność. La situazione politica internazionale, tra il Papa polacco, l’atteggiamento muscolare di Reagan e la perestrojka di Gorbačëv, remavano sicuramente contro la stabilità del socialismo vecchio stampo di Jaruzelski. Già da qualche tempo, inoltre, i polacchi coglievano ogni occasione possibile per fuggire all’Ovest: in occasione dell’andata a Torino, da Gdańsk erano arrivati 94 tifosi, ma 40 non erano mai tornati indietro, decidendo di restare in Italia. “Ma cosa sperano di trovare venendo qui? – commentò Boniek – È meglio in Polonia da poveri, che all’estero da profughi. E il novanta per cento dei polacchi la pensa esattamente come me”. Non stupisce che, gol a parte, di tutti gli juventini fu lui a prendersi i fischi durante il match di ritorno.

Ne successero, di cose, prima che il regime comunista polacco finisse. Innanzitutto, la Juventus vinse la Coppa delle Coppe, ma questa è un’altra storia. Anche perché, alla fine di quella stagione, il Lechia raggiunse un altro importante traguardo: quello della promozione nella massima serie, da cui mancava dal 1963. Resistette in prima divisione per quattro stagioni, prima di retrocedere nuovamente nel 1988, quando ormai il comunismo si stava sgretolando.

Fonti

CONSOLO Ernesto, Quando la Juve giocò contro Solidarnosc, Il Nobile Calcio

SLOMINSKI Maciej, The power of football: the night Lech Wałęsa changed Poland for ever, The Guardian

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