Il Sassuolo e la favola di Confindustria

“Favola” è il termine che più si sprecava sulle pagine dei giornali, nel giugno 2013, quando il Sassuolo – club di una cittadina industriale di 40.000 abitanti nei dintorni di Modena – conquistava per la prima volta nella storia la Serie A. Solo sette anni prima stava in Serie C2, nel 1998 giocava tra i dilettanti, e adesso era uno dei progetti sportivi più interessanti d’Italia; per qualcuno si tratta del corrispettivo locale del RB Lipsia, ma quando il Sassuolo arrivava nella massima serie italiana la squadra della Red Bull otteneva solo la promozione nella terza divisione tedesca. I punti di contatto però non mancano, ad esempio entrambe le società sono in mano a importanti imprenditori di livello internazionale. Solo che forse sarebbe il Lipsia a essere il Sassuolo di Germania.

Con le dovute differenze. Quando Giorgio Squinzi è arrivato in Emilia, ha scelto un approccio molto più soft rispetto a quello di Dietrich Mateschitz: un progetto graduale, di lunga durata, che non ha cancellato la storia del club, risalente al 1920, pur stravolgendola. Nel suo quasi secolo di vita, il Sassuolo non era mai arrivato più su della Serie C2, conquistata per la prima volta nel 1984: una società marginale del calcio italiano di provincia, caratterizzata da un tifo sparuto e di scarsa rilevanza numerica. Un club abbastanza anonimo di una cittadina che prima degli anni Sessanta non arrivava ai 20.000 abitanti, prigioniera di una delle zone calcisticamente più dense d’Italia: a 17 chilometri dal Modena, in A fin dal 1929; a 23 dalla Reggiana, volto famigliare alla Serie B già dagli anni Quaranta; a 50 da Bologna e Parma, cioè dalla società emiliana più vincente della storia e da quella che è stata uno dei simboli del calcio italiano degli anni Novanta.

Equilibri ben radicati nelle fondamenta del calcio del nostro paese, ribaltati da Giorgio Squinzi: dal 2015 ad oggi, fatta eccezione per il punto di vantaggio del Bologna nella stagione 2018/2019, il Sassuolo è sempre stato la società emiliana più in alto nella graduatoria del calcio italiano, e l’ultima a essersi qualificata in Europa. Le cose sono iniziate a cambiare circa trent’anni prima: nel 1983, nell’annata che avrebbe poi portato i neroverdi al loro primo ingresso nel calcio professionistico, il club aveva sottoscritto un importante contratto di sponsorizzazione con la Mapei, un’azienda chimica milanese specializzata in prodotti per l’edilizia, guidata appunto da Squinzi, figlio dell’uomo che aveva fondato l’impresa negli anni Trenta e uno dei businessman rampanti della nuova Italia (anche se, rispetto a molti colleghi, uno dei meno appariscenti).

Nel gergo imprenditoriale, lo si potrebbe definire “un uomo con una visione”. La Mapei, proprio come la città di Sassuolo, ha vissuto un vero e proprio boom negli anni Sessanta, quando ha iniziato a concentrarsi sulla produzione di adesivi per pavimenti e rivestimenti. Alla fine del decennio successivo, Giorgio Squinzi le ha fatto fare il salto di qualità, conquistando un clamoroso appalto per il comitato organizzatore delle Olimpiadi di Montreal 1976, a cui l’azienda lombarda ha fornito gli adesivi per le piste d’atletica. Da qui, la Mapei è divenuta un’azienda di caratura internazionale, espandendosi in particolare nel Nord America. Ma se il mondo era il punto d’approdo, quello di partenza restavano le piccole aziende locali della Pianura Padana, spesso a gestione famigliare, sulle quali Squinzi aveva costruito le solide basi della sua impresa; soprattutto quelle di Sassuolo, specializzate nella produzione di piastrelle di ceramica. Fu quello il gancio che lo convinse a investire nel club neroverde nei primi anni Ottanta.

La coreografia dei tifosi del Sassuolo per Squinzi, scomparso nell’ottobre 2019 a 76 anni. Oggi la via che conduce al Mapei Football Center, il centro sportivo del club a Sassuolo, è intitolata a lui.

Famiglia di tradizione milanista, ma in realtà in casa Squinzi il vero amore è sempre stato il ciclismo, che aveva portato ai primi veri investimenti nello sport, tramite il Cycling Team Mapei, fondato nel 1993 e attivo per quasi dieci anni, durante i quali sono stati vinti un Giro d’Italia, una Vuelta di Spagna e dodici classiche. Poi, nel 2003, il ritorno al calcio, con l’acquisto del Sassuolo in Serie C2: in dieci anni, la cittadina emiliana ha visto passare nomi mai visti, come Francesco Magnanelli, Andy Selva, Andrea Poli, Emiliano Salvetti, Riccardo Zampagna, Gianluca Sansone, Richmond Boakye, Leonardo Pavoletti e Domenico Berardi, ma anche allenatori come Andrea Mandorlini, Massimiliano Allegri, Stefano Pioli ed Eusebio Di Francesco. Il progetto messo in piedi dalla Mapei in questo remoto angolo della provincia padana è stato qualcosa di indubbiamente rivoluzionario per organizzazione societaria e ambizioni.

Tra le altre cose, l’approdo in Serie A aveva imposto la scelta di un nuovo stadio: l’Enzo Ricci di Sassuolo, 4.000 posti appena, era già stato abbandonato nel 2008 con il passaggio in Serie B e il trasferimento dei neroverdi all’Alberto Braglia di Modena, il quale però era ora divenuto troppo piccolo per la nuova categoria. Inizialmente il Sassuolo prese in affitto il Giglio di Reggio Emilia approfittando del fatto che la Reggiana, dopo il fallimento del 2005, non ne era più proprietaria (era stato infatti il primo stadio d’Italia dalla fine della guerra in possesso di un club), ma nel giro di pochi mesi ne formalizzò addirittura l’acquisto. Incurante del fatto che il nuovo impianto si trovasse addirittura in un’altra provincia rispetto alla sede del club, Squinzi investì subito in importanti lavori di ristrutturazione, per farne una delle strutture più moderne in Europa, e lo rinominò Mapei Stadium. Questa sì, una cosa da Red Bull: se un tempo era Mapei a fare da sponsor al club, ora sembrava piuttosto il Sassuolo a fare da sponsor per il brand Mapei.

L’affare dello stadio fu un po’ uno spartiacque tra la “favola” del Sassuolo e la realtà di un club vuoto usato come strumento pubblicitario da una multinazionale. Lo stadio che aveva visto la Reggiana in A negli anni Novanta era tecnicamente sparito, al suo posto c’era ora un impianto che fin dal nome dichiarava la sua appartenenza al Sassuolo, una società di calcio senza patria, senza collegamento con Reggio Emilia ma in fondo scollegata anche dalla cittadina da cui prendeva il nome. Al momento della promozione, i neroverdi avevano una media spettatori inferiore alle 5.000 persone, in uno stadio, quello di Modena, che ne poteva ospitare fino a 21.000. La loro presenza a Reggio venne da subito percepita come quella degli usurpatori, che si stavano imponendo a suon di milioni come l’unica vera squadra della città.

L’operazione dell’acquisto dello stadio aveva già causato polemiche: la Reggiana e il Comune di Reggio Emilia avevano elaborato un piano di acquisto della struttura, ma all’asta del tribunale partecipò a sorpresa la Mapei, mettendo sul tavolo un’offerta superiore a quella del consorzio locale. Nel giro di poco tempo, Squinzi – che nel 2012 era anche divenuto presidente di Confindustria – sfruttò tutto il suo peso economico e politico per affermare il proprio club come la principale società della zona: il Mapei Stadium fu il primo stadio in Italia a sperimentare la goal-line technology nel 2015, un anno dopo ospitò la finale della Champions League femminile, e nel 2017 le gare europee dell’Atalanta. L’anno seguente, la Reggiana accusò pubblicamente la Mapei di aver raddoppiato l’affitto dello stadio nel tentativo di estrometterla dall’impianto della propria città; in quei giorni, fuori dallo stadio Ricci apparve uno striscione che recitava: “Sassuolo, questa è casa vostra”.

La manifestazione “anti-Sassuolo” dei tifosi della Reggiana nel 2018, alla quale presero parte 2.000 persone. Nella stagione attuale, la media spettatori del Sassuolo al Mapei Stadium è di circa 5.600 persone, la seconda più bassa della Serie A dietro l’Empoli.

Fonti

BIA Silvia, Squinzi e il Sassuolo si prendono lo stadio Tricolore. Protestano i tifosi della Reggiana, Il Fatto Quotidiano

La favola del Sassuolo promossa in A, La Stampa

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