La Grande Serie A era una truffa

Che fine ha fatto la bella Serie A di una volta?, si chiede ogni tanto qualche nostalgico. Persiste ancora, nel nostro calcio, il ricordo mitico di quel periodo tra gli anni Novanta e i primi Duemila in cui il campionato annoverava i migliori calciatori del mondo e le squadre più competitive e vincenti d’Europa, prima che la crisi ci trascinasse nel purgatorio degli ultimi tempi. Crisi deriva da un termine greco, krisis, che significa “scelta, decisione”: la crisi è la diretta conseguenza di una decisione – degli eccessi dell’epoca d’oro – è il suo doposbornia.

Il momento topico, per convenzione, è il settembre 2003: il governo – presieduto ironicamente dal proprietario di una nota squadra di calcio, Silvio Berlusconi – approva il cosiddetto decreto salva-calcio, che prevede una serie di agevolazioni per le società sportive, così da poter far fronte ai debiti che le stanno sommergendo. L’obiettivo è evitare altri casi Fiorentina, il club del produttore cinematografico Vittorio Cecchi Gori, che a cavallo del Nuovo Millennio ha dovuto vendere tutti i suoi giocatori più celebri (Batistuta, Toldo, Rui Costa) per sopravvivere, e alla fine s’è ritrovato retrocesso in Serie B e fallito prima ancora di poter iniziare la nuova competizione.

Il crack della Fiorentina non è stato la pecora nera in un gregge bianco, ma bensì la spia di un problema più grosso. I grandi imprenditori italiani che avevano in mano il calcio fin dalla fine degli anni Ottanta, e che tanto avevano investito per costruire il mito della Serie A, erano in realtà dei truffatori: Cecchi Gori aveva sottratto soldi alla Fiorentina per coprire i debiti delle sue altre società, per una cifra stimata in quasi 130 miliardi di lire. Ma la stessa cosa era stata fatta anche da Calisto Tanzi con il Parma, o da Sergio Cragnotti con la Lazio.

Per ammortizzare i debiti delle società di calcio, i dirigenti erano arrivati a escogitare delle raffinate acrobazie finanziarie, scambiandosi giocatori a prezzi gonfiati che potevano essere messi subito a bilancio e nascondere, di stagione in stagione, le voragini che andavano espandendosi. Se c’è uno zeitgeist del calcio italiano della cosiddetta “epoca d’oro” sono proprio le plusvalenze fittizie, parte di quel meccanismo che Antonio Giraudo, amministratore delegato della Juventus, chiamava “doping amministrativo”. Nell’autunno 2003, Giraudo risponde a Franco Sensi – patron della Roma che accusa i bianconeri di pratiche dopanti – imputando al club capitolino di fare qualcosa di simile coi bilanci. Di lì a pochi anni, entrambe le squadre romane saranno travolte dai debiti: nel 2004, la Lazio passerà nella mani di Claudio Lotito, mentre la Cirio di Cragnotti è sull’orlo della bancarotta; nel 2008, alla morte di Sensi, la Roma sarà ormai formalmente controllata da Unicredit, e due anni dopo sarà ceduta a proprietari stranieri.

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“Adesso che ho 40 anni mi sono reso conto che il Parma stava andando al fallimento” ha detto Hernán Crespo nel 2015, durante il processo Parmalat. Nell’estate del 2000 passò dal Parma alla Lazio per 110 miliardi di lire.

Il problema – o meglio, il vantaggio, se visto dal punto di vista dei club – è che sebbene le plusvalenze siano un fatto, possiedono anche una natura fittizia: è praticamente impossibile dimostrare che un giocatore sia stato pagato molto più del suo effettivo valore. Quindi, la plusvalenza è un sistema per truccare i bilanci che difficilmente può essere riconosciuto da un giudice. All’epoca, alcuni club avevano messo in piedi delle partnership di fatto per lo scambio di giocatori al fine di risistemare i conti: Inter e Milan si ritrovano a scambiarsi con frequenza calciatori con valori di mercato più o meno identici. Nel 2001, Pirlo, Brocchi e Domoraud passano al Milan, e in nerazzurro arrivano in contropartita Guglielminpietro, Brnčić ed Helveg; l’anno dopo, le stesse squadre si scambiano alla pari Šimić e Seedorf con Ümit e Coco. Molti di questi giocatori sono solo pure pedine di scambio senza alcun valore tecnico: Domoraud viene subito ceduto al Monaco, Ümit al Galatasaray, Brnčić all’Ancona, ed Helveg resta in prestito al Milan per due stagioni prima di esordire in nerazzurro.

E non si tratta solo di nomi noti: le due società trattano anche “pacchetti” di calciatori giovanissimi e sconosciuti, ricavandone miliardi di lire di plusvalenza. Adriano Galliani, amministratore delegato del Milan e presidente della Lega Calcio, dice che gli scambi con l’Inter erano così frequenti solo perché le fidanzate e le mogli dei giocatori vogliono restare a Milano. E il gioco va avanti così fino a che un ragazzo di 19 anni di nome Simone Brunelli non decide di fare una denuncia: un giorno d’estate scopre che lui e altri colleghi della Primavera rossonera stanno per trasferirsi all’Inter; c’è un contratto con la sua firma, ma Brunelli non ricorda di aver mai visto quei documenti. C’è pure scritto che vale 3 milioni di euro, anche se il suo massimo sono stati 90 minuti in panchina in campionato.

Anche Parma e Lazio hanno messo in piedi una propria corsia preferenziale per le plusvalenze, all’epoca nota come Via Lattea, con riferimento agli affari dei proprietari Tanzi e Cragnotti, entrambi imprenditori nel settore caseario. Fuser, Sensini, Dino Baggio, Veron, e poi soprattutto Hernan Crespo: l’attaccante argentino passa alla Lazio per 110 miliardi di lire, ma la società biancoceleste ammortizza l’esborso girando al Parma Almeyda e Conceição, supervalutati rispettivamente a 45 e 35 miliardi. Il Parma è specializzato, in questo genere di trattative, tanto che nel 2001 cede Buffon alla Juventus, e come contropartita tecnica ottiene dai bianconeri Jonathan Bachini, il cui valore è fissato a 35 miliardi. A Parma, Bachini gioca una partita appena e poi viene venduto al Brescia.

Ma gli affari tra Parma e Lazio sono solo un riflesso di quelli, più grandi, tra Tanzi e Cragnotti: nel luglio 1999, l’imprenditore emiliano acquista dal collega laziale la società Eurolat, ramo caseario di Cirio, per 765 miliardi di lire, molto oltre l’effettivo valore dell’azienda che Cragnotti aveva fondato solo pochi mesi prima. L’intera operazione viene però stata orchestrata, scopriranno in seguito i giudici, da Cesare Geronzi, amministratore delegato di Capitalia e azionista della Lazio, pesantemente esposto verso i debiti di Cragnotti. In cambio dell’operazione, Tanzi si vedrà riconoscere nuovi finanziamenti da parte della banca di Geronzi, necessari a tenere in piedi un’azienda – la Parmalat – che anche se nessuno all’esterno se n’è accorto è sull’orlo del tracollo.

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Calisto Tanzi (a sinistra) è stato condannato in via definitiva nel 2011 a un totale di 34 anni e 8 mesi per aggiotaggio e bancarotta fraudolenta. Sergio Cragnotti (a destra) nei giorni scorsi è stato condannato in via definitiva a 5 anni e 3 mesi per bancarotta.

È Capitalia il vero pilastro su cui si regge il calcio italiano. Tra i suoi principali dirigenti c’è Franco Carraro, presidente della Federcalcio ed ex-presidente di Milan, Lega Calcio, CONI e del Comitato Organizzatore di Italia 90. E Capitalia tiene di fatto in piedi, con i suoi prestiti, il gruppo Cecchi Gori, le aziende di Luciano Gaucci (presidente del Perugia), l’Italpetroli di Franco Sensi e la Telemarket di Giorgio Corbelli (azionista di maggioranza del Napoli). Il crollo del sistema calcio negli anni Duemila finisce col trascinarsi dietro Capitalia, che all’epoca è il quarto gruppo bancario in Italia e nel 2007 verrà inglobata da Unicredit. Geronzi si ritrova sotto processo per usura aggravata e concorso in bancarotta fraudolenta per il crac Parmalat, venendo condannato a 5 anni di carcere, e poi di nuovo per concorso in bancarotta per il crac Cirio, ricevendo una condanna a 4 anni.

Un altro straordinario tassello del mosaico è la GEA World, l’agenzia di riferimento del calcio italiano, fondata nel 2001, e che in breve è arrivata a gestire oltre 200 calciatori. La GEA è il punto d’incontro dei padroni del calcio italiano, trasposti negli avatar dei propri figli: Alessandro Moggi, Luigi Carraro, Chiara Geronzi, Francesca Tanzi, Andrea Cragnotti, Davide Lippi, e addirittura Giuseppe De Mita, figlio di uno dei più potenti politici della Prima Repubblica. La GEA Sarà al centro di un filone d’inchiesta dello scandalo Calciopoli, accusata di associazione a delinquere e violenza privata; uscita indenne dai tribunali e risparmiatasi un’inchiesta della FIGC, sarà trasformata in una semplice società di consulenza.

Delle cosiddette Sette Sorelle della Serie A degli anni Novanta è rimasto ben poco: il crac della Fiorentina segna la fine di un’epoca. La Lazio riesce a evitare la bancarotta solo grazie al decreto salva-calcio, tramite il quale il nuovo proprietario Lotito ottiene una rateizzazione del debito pregresso in 23 anni. Il Parma entra invece in una spirale discendente che lo vide prima retrocedere in Serie B nel 2008, e poi fallire nel 2015. Ma i debiti hanno gravato molto anche su Roma, Milan e Inter, che oggi sono tutte passate in mano a proprietari stranieri, mentre la “Triade” della Juventus – formatasi nel 1994, dopo la transizione dovuta all’addio alla carica presidenziale di Giampiero Boniperti – è stata spazzata via da Calciopoli. Nel 2004 fallisce il Napoli, e un anno dopo tocca al Perugia e al Torino. Un’ecatombe che, senza il decreto salva-calcio e il successivo Lodo Petrucci, sarebbe potuta essere ancora più grave.

Due anni fa, la Gazzetta dello Sport segnalava il rischio di una nuova “bolla” delle plusvalenze, paventando i fantasmi degli anni Novanta e Duemila. Negli ultimi tempi hanno fatto scalpore le plusvalenze incrociate tra due club minori come Chievo e Cesena, che hanno portato all’apertura di un’indagine nei confronti dei due presidenti Campedelli e Lugaresi. A luglio 2018, il Cesena ha dichiarato fallimento, e ad oggi il Chievo non versa in acque certo migliori. E se, da un alto, sembra che la Serie A stia ormai risorgendo – come dimostrano gli arrivi di campioni internazionali come Cristiano Ronaldo e Romelu Lukaku – dall’altro ci si dovrebbe chiedere se stavolta le fondamenta di questa crescita siano naturali e solide.

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Cesare Geronzi è stato condannato in via definitiva a un totale di 8 anni e 6 mesi per i casi Parmalat e Cirio.

Anche perché, contemporaneamente proprio Juventus e Inter sono state al centro di alcuni curiosi casi di plusvalenze con giovani giocatori. Mandragora, Audero e Sturaro sono i nuovi protagonisti del mercato delle plusvalenze di oggi. Nulla di illecito, sia chiaro: nemmeno in passato Milan, Inter, Roma, Lazio e Parma hanno mai subito condanne; teoricamente, si potrebbe ipotizzare il reato di falso in bilancio, se nel 2002 il governo Berlusconi (casualmente) non lo avesse depenalizzato. Il problema, però, è un altro: le plusvalenze fittizie sono un trucco, non cambiano realmente la situazione economica del club, ma si limitando a nasconderne i problemi. Per un po’, almeno: abbiamo visto cos’è successo al Cesena.

I problemi del calcio italiano sono strutturali: dal 2013 sono fallite quasi 40 società, e solo due stagioni abbiamo dovuto assistere all’indecente situazione della Serie C. Quale futuro ha un sistema dalle fondamenta così fragili? Forse, per i nostalgici, una nuova epoca d’oro sta per iniziare. Il problema è quale eredità ci lascerà, una volta passata.

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