Tra gli appassionati italiani di calcio e politica circola da qualche anno un curioso reperto. Si tratta di un vecchio volantino del Partito Comunista Italiano con i volti di otto calciatori del Grande Torino, in cui si invita la cittadinanza torinese (e, in particolare, gli “sportivi torinesi”) a votare in favore della Repubblica al referendum del 2 giugno 1946. Ma non è tutto qui, perché nel volantino si riporta una dichiarazione attribuita ai giocatori granata: “Siamo lavoratori e come tutti i lavoratori italiani voteremo per la Repubblica”. Si tratta probabilmente della più chiara ed esplicita presa di posizione politica che il calcio italiano abbia mai registrato in tutta la sua storia, e il fatto che provenga dai giocatori della squadra che in quegli anni dominava il campionato ha ancora più valore.
Dopodiché, i dubbi sono legittimi. Da dove arriva questo volantino? Come è stata ottenuta quella dichiarazione? È veritiera o artefatta? La notizia del Grande Torino che sosteneva la Repubblica sembra troppo bella per essere vera, soprattutto perché non risultano altre informazioni riguardo alle idee politiche di questi giocatori. Si tratta di nomi di primo piano, non certo di comprimari: Mario Rigamonti, Guglielmo Gabetto, Ezio Loik e Valentino Mazzola sono i più noti, accanto al secondo portiere Alfredo Bodoira, ad Alfonso Santagiuliana, a Sergio Piacentini e ad Antonio Janni (che era stato un giocatore e poi allenatore del Torino, e che in quel momento guidava la squadra giovanile). C’è anche una seconda dichiarazione, sullo stesso tono della prima, attribuita all’arbitro Manuelli della F.P.C.A.I.A., il quale avrebbe detto: “Votando per la Repubblica e per il Partito Comunista Italiano si è certi di realizzare il ‘goal’ della vittoria per la rinascita del paese”.
Nell’immediato dopoguerra, la comunicazione politica non era certo più affidabile e seria rispetto a oggi, e la possibilità che in volantini di questo tipo venissero esagerate dichiarazioni di personaggi famosi a scopi di propaganda non è da sottovalutare. Negli anni, alcune persone che si sono occupate di ricerche storiche sulla storia del PCI e dell’Italia di quegli anni mi hanno detto che forse nel Partito si sapeva che questi giocatori sostenevano la Repubblica, così sarebbe stata confezionata una bella dichiarazione che potesse rispecchiare la loro inclinazione politica, attribuendogliela. Nei giorni del referendum, il campionato della massima serie italiana era ancora in corso, ma il Torino era il favorito per la vittoria finale, in quanto dominatore del girone Alta Italia. Il torneo era stato infatti diviso in due gruppi, uno per le squadre del Nord e uno per quelle del Centro-Sud, a causa delle difficoltà a spostarsi sul territorio nazionale, sia per ragioni economiche che per la devastazione dovuta alla guerra appena conclusa.
I due gironi erano stati giocati tra la metà di ottobre del 1945 e l’inizio di aprile del 1946, e le prime quattro classificate di ogni gruppo si erano poi ritrovate in un torneo finale, che si sarebbe protratto fino al termine di luglio. Lo strapotere del Torino era stato subito evidente: nelle prime cinque giornate, i Granata avevano vinto ogni partita, segnando 16 gol senza subirne nessuno. Il 30 maggio, nell’ultima gara prima del referendum, avevano perso per 1-0 il derby contro la Juventus, che però restava lo stesso alle loro spalle in classifica, più indietro di 4 punti. Il Torino era inoltre di gran lunga la squadra più popolare della città piemontese, tradizionalmente legata alle fasce più popolari e già vincitrice dell’ultimo campionato italiano ufficiale, quello della stagione 1942/43.

Non ricordo esattamente quando vidi per la prima volta il volantino, ma sicuramente avvenne su internet. È possibile che sia stato tramite un post del 4 maggio 2020 sulla pagina Facebook Minuto Settantotto, che lo pubblicò per ricordare l’impegno politico dei giocatori granata nell’anniversario della tragedia di Superga. Tuttavia, il riferimento più vecchio a questo volantino sembra risalire a un breve post del 23 maggio 2018 sul blog dello scrittore Rudi Ghedini, dove però non è scritto se sia in possesso di una copia né quali siano state le circostanze in cui è venuto a conoscenza di questo reperto. Ho provato a contattare Ghedini per avere maggiori informazioni, ma finora non ho avuto successo: forse, leggendo questo articolo, potrebbe essere lui stesso a mettersi in contatto con me per aiutarmi nel ricostruire la storia del volantino.
In questi anni ho cercato sporadicamente informazioni su questa vicenda, che ho ripreso in mano nei mesi recenti, attirato dalla possibilità di scriverne in occasione dell’80° anniversario del referendum. Purtroppo, ho constatato che il volantino sembra essere caduto nel dimenticatoio. Sia l’Istituto Storico della Resistenza di Torino che l’Istituto Gramsci del Piemonte non hanno saputo fornirmi alcuna informazione. Qualche anno fa, una persona mi aveva contattato dicendomi però di aver visto personalmente una copia del volantino: non si ricordava dove, ma pensava che potesse essere stato presso il Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata di Grugliasco. Purtroppo, anche il direttore del museo, Giampaolo Muliari, mi ha detto di non avere ulteriori informazioni al riguardo, pur sapendo dell’esistenza del volantino. Io stesso avevo visitato il museo alla fine di aprile del 2023, e non avevo visto esposto il volantino da nessuna parte.
Che alcuni giocatori del Torino sostenessero la Repubblica, comunque, non è del tutto sorprendente. Molti provenivano da famiglie operaie, come nel caso del fiumano Ezio Loik o di Guglielmo Gabetto, originario di Borgo Aurora, un quartiere proletario di Torino che era stato uno dei cuori dell’antifascismo locale. Valentino Mazzola era cresciuto in una modesta famiglia di Cassano d’Adda, in Lombardia, e nei primi anni della sua carriera integrava l’attività da calciatore con uno stipendio da meccanico presso lo stabilimento dell’Alfa Romeo di Portello, a Milano. L’allenatore della squadra era poi l’ebreo ungherese Ernő Erbstein, che era stato protetto e aiutato dal presidente del Torino, Ferruccio Novo, ai tempi delle leggi razziali fasciste. Gabetto votò di sicuro al referendum: lo si vede recarsi al seggio in un cinegiornale dell’Istituto Luce, assieme a Felice Borel, allenatore-giocatore della Juventus. A Torino andò a votare oltre il 90% degli aventi diritto, e il 58,24% di essi si espresse in favore della Repubblica.
Solo pochi giorni fa è emerso finalmente qualcosa di concreto, in questa mia ricerca: Cristiana Pipitone, dell’archivio della Fondazione Gramsci di Roma, mi ha segnalato un vecchio articolo pubblicato sull’Unità, il quotidiano del PCI, il 29 maggio 1946, che è sicuramente la fonte delle foto e delle dichiarazioni presenti sul volantino. Il nome dell’autore del pezzo non è indicato, ma si tratta di un’intervista con i giocatori del Torino negli spogliatoi della squadra, dopo un allenamento. A Mazzola l’argomento “interessa parecchio”, scrive l’Unità: “Qui del Toro, siamo in molti ad essere repubblicani”. E cita tutti i nomi presenti nel volantino: Gabetto, Loik, Rigamonti, Santagiuliana, Piacentini, Bodoira, Janni; aggiunge il massaggiatore Cartin e De Alessi, indicato come “arbitro e allenatore”. “Io penso sia saggio per tutti gli italiani votare per la Repubblica. – prosegue Mazzola – La Monarchia non ci ha dato che guerre e grane”. La frase simbolo del volantino è invece opera di Loik, che dichiara infatti: “Sono un lavoratore e come tutti i lavoratori voterò per la Repubblica”.

Ma l’intervista non finisce qui, e anzi il pezzo più sorprendente e moderno arriva dalla voce di Gabetto: “È stabilito che lo sport sia apolitico, però noi che lo esercitiamo siamo gente che pensa e abbiamo le nostre idee. Appunto perché lo sport raccoglie attorno a sé molti lavoratori, mi pare coerente che anche noi la pensiamo come i lavoratori, e cioé siamo repubblicani”. Dello stesso avviso, ma ben più stringato, Janni, che alla domanda su cosa avrebbe votato sorrise e rispose: “Repubblica, è ovvio”. L’articolo riporta poi anche la dichiarazione fedele dell’arbitro citato nel volantino, ma qui si apre un piccolo mistero: se nel volantino è chiamato Manuelli, l’Unità lo cita come “Emanuel”, definendolo inoltre “comunista ultraconvinto”. Al momento, non sono riuscito a individuare nessun arbitro dell’epoca che si chiamasse Manuelli o Emanuel, per cui l’identificazione di questo personaggio resta ancora un’incognita.
In questi anni, più volte ho avuto il timore di scoprire che il volantino del 1946 fosse in realtà una trovata propagandistica e che nessun calciatore del Grande Torino si fosse pubblicamente espresso sul referendum. Invece, l’articolo dell’Unità conferma che quelle dichiarazioni erano vere e che gli ideali repubblicani di diversi giocatori granata erano fondati. Ma la questione resta aperta, almeno su alcuni suoi aspetti: com’è arrivato online il volantino? Chi ne custodisce una copia al giorno d’oggi? Così come resta da capire chi era l’arbitro comunista, presumibilmente torinese, che parlò con l’Unità per l’articolo del 29 maggio. Sarebbe altrettanto interessante sapere chi fu l’autore dell’intervista, ovviamente. La ricerca, dunque, è ancora in corso, ma a 80 anni da quei fatti penso fosse importante questo primo, iniziale approfondimento sulla storia del Grande Torino ‘repubblicano’.
Questo articolo è dunque un modo per cercare di mettere online una storia il più possibile affidabile attorno alla vicenda, ma è anche un punto di partenza per ulteriori approfondimenti. Chiunque, leggendo queste righe, dovesse avere informazioni ulteriori sul volantino, può contattarmi e aiutarmi ad ampliare l’indagine: l‘articolo verrà aggiornato quando emergeranno eventuali novità. Ringrazio, allora, chi mi ha aiutato finora e chi lo farà, mi auguro, in futuro. Viva la Repubblica!
Nella foto di copertina: la formazione del Torino della stagione 1945/46. In piedi, da sinistra: Castigliano, Maroso, Rigamonti, Grezar, Bacigalupo, Ballarin, Ferraris II. Accosciati, da sinistra: Mazzola, Ossola, Loik, Gabetto.
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