Rivoluzionare la Germania

Il punto più basso di una storia è quello che precede la risalita e il lieto fine. Il punto più basso di Joachim Löw è la notte del Capodanno del 2003: per la prima volta nella sua vita, la passa da disoccupato. Era stato uno dei più promettenti allenatori della storia tedesca, ma in men che non si dica si era trovato nel dimenticato e, a 43 anni, non era del tutto sbagliato dire che il meglio, per lui, fosse ormai alle spalle.

Sfortuna e scelte sbagliate, e anche molta sottovalutazione da parte dei dirigenti con cui aveva avuto a che fare. Già quando giocava – come trequartista, e soprattutto nel Friburgo – la sua carriera era stata limitata da cause di forza maggiore, in quel caso gli infortuni. A nemmeno trent’anni era sceso a giocare nelle serie minori svizzere, dove per mantenersi si cimentò prima come allenatore delle giovanili e poi come allenatore-giocatore.

Sulle Alpi, nei primi anni Novanta, aveva incrociato la sua carriera con Rolf Fringer, che lo allenò allo Schaffhausen e poi, passato all’Aarau, vinse uno storico titolo nazionale nel 1993. Quando Fringer fu chiamato ad allenare lo Stoccarda – che dopo il campionato vinto nel 1992 con Christoph Daum in panchina stava vivendo una brutta crisi – si portò dietro Löw come vice: la stagione fu piuttosto deludente, chiusa al decimo posto in Bundesliga, e in estate Fringer accettò l’incarico della Svizzera, a sua volta reduce da un Europeo sottotono guidato da Artur Jorge. Löw riuscì a convincere i dirigenti ad affidargli la squadra, e quello che ne seguì fu il suo capolavoro.

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Giovane Élber abbraccia Joachim Löw durante il loro periodo allo Stoccarda. Il brasiliano visse una stagione da 20 reti complessive, che gli permise di trasferirsi al Bayern Monaco e affermarsi come uno dei più forti attaccanti in Europa.

Sulle rive del Neckar, assemblò una squadra dalle spiccate caratteristiche offensive – difesa a tre e tridente magico con il genio bulgaro Kasimir Balăkov a ispirare le punte Giovane Élber e Fredi Bobič – conducendola a due quarti posti in Bundesliga, una Coppa di Germania e una finale di Coppa delle Coppe, persa contro il Chelsea di Vialli. La squadra di Löw profumava di rivoluzione: tattica, perché invertiva la storica tendenza tedesca del gioco fisico e conservativo; e sociale, perché in un calcio ancora fortemente germanico, lo Stoccarda scendeva in campo con una formazione multiculturale in cui trovavano spazio brasiliani, slavi, nigeriani e turchi.

Periodo complicato, per la Germania, gli anni Novanta. Il decennio è iniziato con la riunificazione tra il ricco Ovest capitalista e il povero Est ex-comunista; l’economia stentava e il mondo stava cambiando radicalmente, anche se nessuno sapeva ancora bene verso cosa si stava evolvendo. C’era aria di cambiamento, come cantavano gli Scorpions. L’identità calcistica tedesca viveva il suo primo vero periodo di crisi dal titolo mondiale del 1954: la nazionale di Berti Vogts fece due finali continentali (vincendone una), ma restò fuori dalle semifinali mondiali per due edizioni consecutive.

Joachim Löw era solo uno degli allenatori insoliti e in controtendenza che stavano nascendo in Germania. Allenatori che, però, non ricevevano molto credito dall’ambiente della Bundesliga. Il presidente dello Stoccarda Gerhard Mayer-Vorfelder provava un forte fastidio per il modo in cui Löw allenava la squadra, al di là dei risultati: troppo amichevole con i suoi giocatori, non quel sergente di ferro che lo stereotipo vorrebbe. Dopo due stagioni di successi, Löw non venne riconfermato e si trasferì in Turchia al Fenerbahçe. Stagione deludente, ambientamento difficile: dimissioni, ritorno in Germania, ma con un ingaggio modesto in seconda divisione, nel Karlsruhe, che si concluse con una disastrosa retrocessione. Altra brutta esperienza in Turchia, all’Adanaspor, quindi il trasferimento in Austria. Col Tirol Innsbruck sembrava aver trovato finalmente la quadra, vinse il campionato in carrozza, ma a fine stagione si scoprì che le casse societarie erano messe malissimo: il club dichiarò bancarotta, e Löw fu di nuovo a spasso. Un anno senza lavorare, e l’atroce convinzione di non essere poi così tagliato per il mestiere dell’allenatore, a cui si dedicava ormai da oltre un decennio.

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Löw a colloquio con Marc Arnold, suo giocatore durante la sfortunata esperienza al Karlsruhe.

Poi nell’estate del 2004, succede qualcosa. La Federcalcio tedesca, dopo un Europeo concluso al primo turno, è in cerca di nuovo allenatore, e a sorpresa viene scelto Jürgen Klinsmann, gran passato da giocatore alle spalle ma nessuna esperienza in panchina. Più che un tecnico, Klinsmann è un dirigente: la sua idea è una completa ristrutturazione del calcio tedesco, a partire dai corsi per gli allenatori e i settori giovanili. Ha bisogno di un vice esperto, ma che condivida la sua vocazione al gioco di posizione: inizialmente pensa a Holger Osiek, altro grande emarginato del calcio teutonico, di recente vincitore di una clamorosa CONCACAF con il Canada; poi a Ralf Rangnick, 46enne che ha fatto bene sulla panchina dello Stoccarda, ma che poi è dovuto scendere di categoria per trovare un nuovo impiego, regalando così all’Hannover 96 una promozione con record di punti.

Rifiuto dopo rifiuto, Klinsmann va a ripescare dal cilindro proprio Joachim Löw, che aveva conosciuto a un corso per allenatori negli anni Novanta. Amicizia immediata, perché Löw, a dispetto del modo schivo e meditabondo con cui si rapporta con la stampa, in privato è una persona affabile e molto cordiale. Ma i due legano sopratutto perché sono dei rivoluzionari, persone metodiche che si completano a vicenda. Klinsmann pianifica, assieme a Oliver Bierhoff, un sistema integrato per lo sviluppo di una nuova mentalità tattica in Germania e la formazione di giocatori più tecnici e tatticamente preparati. Vale a dire il serbatoio per alimentare quel tipo di calcio di cui Löw è uno dei maggiori esperti in circolazione, pur se nessuno gliene dà credito. Klinsmann è il volto e la voce della nazionale, in virtù della sua fama e del suo carisma; Löw è la mente.

L’altro aspetto della rivoluzione tedesca è in realtà il prosieguo di qualcosa iniziato già con Rudi Völler: il passaggio verso una nazionale multietnica, che rifletta la varietà culturale della nuova Germania. Nella nazionale del 2006 giocano due ragazzi di origine ghanese, Gerald Asamoah e David Odonkor, che fanno da apripista a una nuova generazioni di calciatori tedeschi, figli di immigrati in una nazione multiculturale ed economicamente forte, che proprio Joachim Löw condurrà fino al titolo mondiale: Dannis Aogo, Sami Khedir, Mesut Özil, Jérôme Boateng, İlkay Gündoğan, Shkodran Mustafi, Emre Can, Jonathan Tah, Leroy Sané.

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Klinsmann e Löw, da avversari, ai Mondiali 2014. La Germania di Löw vinse 1-0 e chiuse in testa al girone, andando poi a vincere il titolo; gli Stati Uniti di Klinsmann passarono come secondi, venendo poi eliminati dal Belgio agli ottavi.

Non c’è da stupirsi, allora, che la stampa lo paragoni talvolta ad Angela Merkel, la Cancelliera che governa la Germania dal 2005 e che ha guidato il paese verso una nuova fase di leadership a livello europeo e benessere economico. Löw e Merkel rappresentano indubbiamente i due volti di un paese che, negli ultimi quindici anni, ha saputo rivoluzionarsi completamente, affrancandosi dagli stereotipi del passato e ponendosi come modello sia in campo politico-economico che in campo sportivo. Ed entrambi proveniendo da un contesto di forte sottovalutazione, perché pure Merkel ha dovuto a lungo convivere con la sfiducia del sistema, dovuta al fatto di essere una donna, come quando nel 2002 il suo partito la mise da parte per candidare Edmund Stoiber, che finì sconfitto (anche se di poco) dal socialdemocratico Schröder.

Il successo di Löw ha cambiato il volto calcistico della Germania anche per l’influsso che ha avuto, congiuntamente al piano manageriale di Klinsmann, nella crescita e nell’affermazione di allenatori tedeschi. Mentre lui riscuoteva i suoi successi con la nazionale, Ralf Rangnick è emerso – tra Schalke 04, Hoffenheim e RB Lipsia – come un brillante tecnico e dirigente sportivo. Jürgen Klopp lasciava il segno a Magonza e poi si consacrava al Borussia Dortmund, e oggi è uno degli allenatori più quotati al mondo grazie ai suoi successi al Liverpool. Poi è arrivato Thomas Tuchel, poi Julian Nagelsmann, e oggi la Germania sforna allenatori e giocatori giovani e offensivisti, una cosa fino a pochi anni impensabile. Dal dopoguerra a oggi, nessun paese in Europa – o addirittura nell’intero mondo occidentale – ha saputo ripensare se stesso come la Germania. E in parte, lo deve anche a un allenatore in cui per anni nessuno ha creduto e che, la notte di Capodanno del 2003, rifletteva se non fosse meglio trovarsi una nuova carriera.

 

Fonti

CHRISTENSON Marcus, World Cup 2014: Jürgen Klinsmann has a point to prove to Joachim Löw, The Guardian

FASANO Alfonso, Il minimalista, Rivista Undici

HESSE Uli, FourFourTwo’s 50 best football managers in the world 2015: No.8, FourFourTwo

HOLDEN Kit, Joachim Löw, Angela Merkel and the decade that changed Germany on and off the pitch, These Football Times

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