La sentenza sul Manchester City è la conseguenza del sistema in cui viviamo

Ci si può stupire del modo in cui è finita la vicenda del Manchester City? Il club inglese era accusato di aver falsificato i bilanci per aggirare le norme del Fair Play Finanziario, ed era inizialmente stato condannato a due anni di esclusione dalle coppe europee e a 30 milioni di euro di multa; poi, il 13 luglio, la sentenza della Corte Arbitrale per lo Sport di Losanna ha ribaltato tutto, riammettendo i Citizens alle competizioni internazionali e riducendo la multa a soli 10 milioni. Ci si può stupire? Ragionevolmente, no.

Per capire il perché di questa risposta, partiamo da un assunto fondamentale: viviamo in un sistema capitalista, cioè in un sistema costruito sul bisogno di espansione continua. Bisogna fare sempre più soldi, da reinvestire nel proprio business al fine di migliorarlo, ampliarlo, e così ottenere nuove fonti di guadagno da cui attingere i fondi per lo step successivo. È questo meccanismo che ha portato le leghe nazionali ad aumentare il numero degli iscritti nei campionati professionistici (con conseguenze sulla sostenibilità di certe leghe, come nel caso della Serie C italiana, di cui si è parlato nel numero 0 di Linea Mediana), a ipotizzare una Superlega europea (una sorta di grande Champions League) e a lanciare una terza competizione continentale (l’Europa Conference League, che esordirà nella stagione 2021/22).

Una continua espansione di questo tipo richiede, alla base, sempre maggiori fondi, perché nel frattempo crescono le spese di gestione degli impianti (sempre più moderni, grandi e polifunzionali, tanto che di solito anche i club più ricchi devono ricorrere a sponsor esterni per sostenerne i costi: è il caso dell’Allianz Stadium di Torino, dell’Emirates Stadium di Londra, dell’Allianz Arena di Monaco di Baviera) e crescono gli staff e crescono gli ingaggi dei giocatori (mentre, contemporaneamente, crescono pure le rose, per far fronte alle stagioni sempre più lunghe). Questo sviluppo ha vissuto vari passaggi, di cui uno fondamentale è avvenuto nei primi anni Novanta: nel 1992, la vecchia First Division inglese si è staccata dal sistema della Football League creando un campionato a parte, per poter trattare direttamente i diritti televisivi, che prima venivano suddivisi tra le varie categorie. Tra il 1992 e il 1997 si formò poi la Champions League, una versione allargata della vecchia Coppa dei Campioni, che coinvolgeva più club, favorendo i più ricchi ai più poveri, e garantiva quindi più partite e più introiti.

Per un po’, la classe imprenditoriale dell’Europa occidentale è stata perfettamente in grado di sostenere questi ritmi. Specialmente in Italia, negli anni Novanta s’è visto l’emergere di una classe di super-ricchi che investivano i propri soldi nel calcio e costruivano club in grado di dominare il calcio del continente. Ma oggi, delle cosiddette Sette Sorelle, non è rimasto quasi più nulla: la Fiorentina di Cecchi Gori è fallita, la Lazio di Cragnotti è riuscita a sopravvivere solo grazie ai favori dello Stato, il Parma di Tanzi è fallito, la Roma di Sensi si è tenuta a galla fino alla cessione a un proprietario straniero, il Milan di Berlusconi e l’Inter di Moratti hanno vissuto periodi di profonda crisi economica e oggi sono entrambe passate di mano, una a un gruppo statunitense e l’altra a un gruppo cinese.

Gli stranieri, appunto. Per sopravvivere, il calcio europeo ha dovuto affidarsi a una nuova generazione di super-ricchi proveniente da fuori dei propri confini: Russia, Medio Oriente, Stati Uniti, Cina, Sud-Est asiatico. Si è iniziato nel 2004, con l’arrivo di Roman Abramovič al Chelsea, e si è proseguito con innumerevoli casi, di cui alcuni particolarmente rilevanti, come il duo composto da Mansour bin Zayed al-Nahyan e Khaldoon al-Mubarak al Manchster City (2008) o Nasser al-Khelaifi al Paris Saint-Germain (2011). Al momento, cinque club di Serie A sono nelle mani di società che non provengono dall’Europa occidentale; stessa cifra nella Ligue 1 francese, ma che sale a sei nella Liga (con l’israeliano Idan Ofer che è poi il secondo azionista dell’Atlético Madrid) e addirittura a 13 nella Premier League, dove pare anche imminente l’acquisto del Newcastle da parte del ricchissimo (e contestatissimo) sceicco saudita Mohammed bin Salman.

Ma questo ricorso ai fondi stranieri non si limita solo alle proprietà dei club. Negli ultimi anni, la UEFA ha iniziato a fare sempre maggiore affidamento sulle ricche economie emergenti poste ai limiti geopolitici del continente. Nel giro di vent’anni, la finale della Champions League è stata disputata a Istanbul (che avrebbe dovuto ospitare pure quella 2019-20, se non fosse stato per il coronavirus), Mosca e Kiev; mentre l’Europa League si è decisa sui campi di Istanbul, Bucarest, Varsavia e Baku, capitale del ricchissimo Azerbaijan, uno degli stati che, assieme alla Turchia, sta maggiormente sostenendo l’economia sportiva europea (qui, dal 2017, si corre anche un Gran Premio di Formula 1).

Nello stesso periodo di tempo, queste nazioni emergenti hanno ospitato dieci edizioni della Supercoppa italiana, due della Supercoppa spagnola (che fino al 2018 si disputava in una doppia sfida di andata e ritorno in casa delle rispettive contendenti, e che nella sua ultima edizione si è allargata a un mini-torneo a quattro), e dieci del Trophée des Champions francese.

Con il declino economico europeo vissuto nell’ultimo decennio, il supporto di questi nuovi super-ricchi stranieri è stato di fondamentale importanza per il mondo del calcio, e il Manchester City ne è una delle squadre simbolo, avendo riversato nel sistema una quantità di denaro spropositata di cui, bene o male, tutti hanno beneficiato. Oltre a questo, il City Football Group – la società che sta dietro al club – è proprietaria di altre otto squadre in giro per il mondo, di cui due (gli spagnoli del Girona e i belgi del Lommel) proprio qui in Europa. Bisogna aprire gli occhi: il grande calcio (inteso come quello europeo, appunto: quello con le squadre più forti e i grandi campioni) dipende tantissimo da questi soggetti.

Considerato tutto questo, quanto era prevedibile che la sentenza sul Manchester City si sarebbe risolta in un buffetto sulla guancia e nulla più? Sulla stampa di parla molto di “sconfitta della UEFA”, ma c’è da chiedersi quanto facesse comodo, alla Federazione continentale, andare a danneggiare uno dei club più ricchi del proprio business, che con un’esclusione di due anni dalle competizioni internazionali avrebbe rischiato un tracollo e, di conseguenza, lasciato il calcio senza un’importante protagonista del proprio circuito economico. Non dimentichiamo un fatto: l’indagine della UEFA è stato un atto dovuto, dopo la denuncia fatta da Der Spiegel nel 2018, e probabilmente la prima durissima condanna del City doveva servire a salvare la faccia della Federazione e, magari, a spaventare il club e altri potenziali trasgressori. Un avvertimento, nella speranza che in futuro le regole sul Fair Play Finanziario possano essere rispettate senza bisogno di ricorrere ai tribunali.

Qualcuno dirà che tutto questo, con lo sport, non c’entra nulla, ma sarebbe solo retorica fine a sè stessa: lo sport è anche questo; è l’impalcatura su cui esso si regge, e dobbiamo accettarlo. Consapevoli che è impossibile contestare queste contraddizioni senza rimettere in discussione un intero sistema economico che si estende ben oltre i confini del campo di calcio.

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